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Peccato che

Tra due-tre giorni sarà un mese che non scrivo il potenziale romanzo. Non ho la testa, né l’ispirazione. E’ come se, una volta iniziato il lavoro, il mio cervello si fosse prosciugato e non ci sia spazio per nient’altro a parte il lavoro stesso o poco più. Me lo aspettavo, ma mi rattrista comunque.

A proposito di lavoro, è avvenuta la conversazione che tanto desideravo in passato. E’ incredibile come spesso le cose vadano davvero come voglio io, peccato che quando ciò finalmente accade io sia giunta al punto in cui non me ne importi quasi più niente. Sempre troppo tardi. Tempismo sempre imperfetto.

E’ avvenuta la conversazione con il boss in cui mi ha detto “Quando me ne andrò, il bar sarà tuo” e non è neanche un modo di dire, non è un “Aspetta e spera”, non nasconde il doppio senso “Me ne andrò all’età della pensione e tu sarai sempre e solo la mia sottoposta se deciderai di restare qui”. No. Nel giro di un anno, se volessi, potrei gestire uno dei bar della compagnia, che è sempre stato il fine ultimo, anche quando lavoravo per la precedente compagnia.

Peccato che il lockdown mi abbia cambiata. L’ho già detto e lo ripeto. Peccato che sogni di portare il cv in una libreria dove non troverò mai lavoro e se lo trovassi sarei sottopagata e con le lacrime agli occhi alla prima busta paga.

Peccato che io volessi semplicemente fare la bartender per un paio di anni senza che nessuno mi rompesse i coglioni, che è questo alla fine il motivo per cui ho voluto far parte di questa compagnia, per la maestria, la conoscenza, la teatralità e un pizzico di follia dei bartender che ne fanno parte, per essere una di loro. Poi il mio colloquio è finito sul fatto che avevo esperienza da manager e da lì è nato tutto: mentre gli altri imparavano a maneggiare quattro bottiglie in due mani e qualche flair trick, il mio training è stato tutto puntato sul mio diventare General Manager di un bar il prima possibile. Ovviamente il Pandemonio ha rallentato le cose, ma il fine resta quello ancora oggi.
Peccato che il mio boss voglia come shift supervisor (che sarebbe il ruolo sotto al mio) una ragazza del team che già mi scavalca innumerevoli volte nonostante il mio ruolo e io so che renderà il mio lavoro ancora più odioso quando avrà un minimo di responsabilita di piu. E’ una ragazza bravissima e competente sotto tanti aspetti, ma è anche una di quelle persone con cui fatico a lavorare perché non ascolta la metà di quello che dico ed è tutto un “Ma, però, e se invece” e a me queste cose fanno imbestialire, non perché non ci debba essere scambio di idee (un team dovrebbe lavorare così), ma perché poi certa gente mi cade sulle cose più basilari riguardo tutti gli aspetti legale e di sicurezza dello staff e dei clienti che gira attorno al gestire un bar. Essendo lei però la pupilla del boss, è intoccabile. Più di una volta si è comportata come se fosse lei il manager di turno, più d’una volta ha detto in faccia ai clienti che era questo il suo ruolo e quando poi sono andata io a risolvere i casini mi sono sentita dire in faccia da perfetti idioti che “Ma la manager ci ha detto questo” e io mi sono ritrovata in quella spiacevole situazione di dover dire “Ehm, veramente la manager sono io” e loro che non mi credevano e mi trattavano come se fossi una sguattera bugiarda con manie di grandezza. Quando succedono queste cose a me viene voglia di prendere la giacca, la borsa, lasciare le chiavi della baracca nelle mani della presunta manager e tornarmene a casa e non è detto che prima o poi non arrivi il momento in cui io abbia i neuroni bruciati a tal punto da farlo davvero.

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Nelle puntate precedenti

Sono tornata al lavoro da circa due settimane, dunque per questo non sono molto presente su questi schermi, senza contare che gran parte delle mie idee ultimamente hanno la forma di Reels per Instagram, ossia quei video di pochi secondi che Instagram ha introdotto dopo il successo di TikTok. No, non mi sono ancora iscritta su questo social, Instagram basta e avanza, anche perché, nonostante questa mia neonata passione per brevi video più o meno seri, scattare foto resta ancora la cosa che preferisco fare.

A tal proposito, vorrei dire che la fotocamera di cui blateravo qualche post fa è stato l’acquisto migliore che io abbia mai fatto negli ultimi anni e perché io abbia aspettato così tanto davvero non me lo spiego (ah, sì, costa mezzo rene). 

La fotocamera non è stato l’unico acquisto degli ultimi tempi: ho comprato anche un MacBook Pro (altro mezzo rene che se ne va) che al momento a stento so usare perché l’unico aggeggio Apple che conosco è l’iPhone, senza contare che  sono tipo tre-quattro anni che non uso un vero portatile, ho vissuto felicemente in compagnia di un Chromebook che è poco più di un tablet con una tastiera, a mio modesto parere. Il motivo per cui ho comprato il Mac è legato alla fotocamera di cui sopra: volevo un buon portatile per editare foto, senza contare la mezza idea che coltivo da qualche mese di imparare ad editare video e magari aprire un canale YouTube dove blaterare di film, così da avere una terza piattaforma dove nessuno mi caga su cui espormi: qui sul blog parlo un po’ di tutto, ma principalmente dei fatti miei e della mia vita, su Instagram condivido le mie opinioni sui libri che leggo e YouTube mi sembra il posto perfetto per parlare di film e serie tv. Sì, quest’anno compirò 30 anni e credo che la crisi si senta tutta.

Scherzi a parte, dopo due giorni al lavoro già volevo dare il notice, cioè dire ai miei vari boss “Bella zio, è stato un piacere, ma adesso anche basta”, ma ovviamente non l’ho fatto. Ho iniziato a gettare un occhio su varie offerte di lavoro per lavorare in libreria, un ambiente tranquillo che mi sembra particolarmente adatto a questo momento della mia vita, il problema è che la paga mensile sarebbe pari al furlough, ossia l’80% del salario pagato dal governo durante il Pandemonio per chi, come me, non poteva lavorare, con la sola differenza che se il furlough mi bastava perché dovevo pagarmi solo vitto e alloggio, non varrebbe la stessa cosa quando a queste spese si aggiungerebbe, ad esempio, il costo dei trasporti, che tra l’altro si è alzato, visto che i prezzi congelati ben cinque anni fa dal buon vecchio sindaco Sadiq si sono ormai sciolti come burro al sole, un cambiamento decisamente non ben accolto da me che, dopo un’ibernazione di ben più di 100 giorni, ho dovuto iniziare a viaggiare di nuovo. Comunque trovare un lavoro in una libreria sembra impossibile: immagino che per i topi di biblioteca come me sia il lavoro dei sogni (vogliamo parlare dello staff discount sui libri?) e che una volta assunti non lo si voglia mai lasciare.

Una delle poche cose positive di tutto questo apri e chiudi degli ultimi mesi è che i clienti non sono così malaccio. Se prima l’ottanta per cento erano teste di cazzo, adesso direi che l’ottanta per cento sono talmente felici che ci sia qualcuno a shackerargli un cocktail che raramente mi sento trattata dalla maggior parte di essi come una sguattera. Purtroppo durerà poco, la gente dimentica presto. 

Tra le cose negative c’è che la mia compagnia metterebbe tavoli anche tra le nuvole se potesse, pur di attrarre più gente possibile e recuperare tutti i soldi che hanno perso dall’inizio di questa storia. Al momento possiamo infatti servire solo all’aperto fino a metà maggio, il che mi fa venire in mente un altro aspetto negativo e cioè che è un freddo boia, tra cinque giorni è maggio e io vado ancora in giro con il pelliccione, mai vista una roba del genere.

Il mio proposito di continuare a leggere tanto una volta tornata al lavoro è già andato a farsi benedire: sono tornata a leggere quasi unicamente nel quarto d’ora del viaggio in treno di andata verso il lavoro; su quello del ritorno sono come sempre in stato comatoso e troppo impegnata a recuperare su Twitter le news del The Guardian e le stories di gente random su Instagram.

La macchina fotografica resta l’highlight delle ultime due settimane, nonchè i soldi meglio spesi in vita mia, ribadisco. Praticamente ogni giorno libero che ho mi prendo a calci da sola per non dormire troppo, così da poter uscire ad un’ora decente per scattare. Del resto, posso sempre recuperare le ore di sonno andando a dormire alle 10 di sera, da brava vecchia quasi trentenne che può fare a meno di una vita sociale…. Tranne quando si tratta di uscire per una birra con un mio vecchio collega nonché mio amico migliore di tutti gli anni trascorsi qui a Londra che ho rivisto la settimana scorsa e tutti i mesi senza vederci non hanno fatto altro che confermare che bella persona sia.


Nonostante tutto, sento che le cose stavolta siano davvero sulla strada per il ritorno alla normalità. Non so se sia grazie alla fotocamera (ancora lei) che mi spinge a girare in lungo e largo per Londra come non facevo da tempo; non so se sia dovuto alla Guinness consumata con il mio amico in un bar all’aperto, con la vista sul Tower Bridge e il Tamigi; non so se sia dovuto al fatto che sabato sera, mentre gettavamo la spazzatura dopo un turno lunghissimo e discretamente impegnativo, ci fosse in cima alla via una band di strada che suonava, con un ritmo travolgente, di quelli che ti fanno venire subito voglia di ballare, e che attorno ad essi si fosse formata una piccola folla ad ascoltarli, incoraggiandoli e muovendosi a tempo con la musica. Soprattutto quest’ultimo episodio è stato per me uno scorcio della vecchia Londra che conosco, che ricordo e che amo, quella degli artisti di strada, quella che non dorme mai, quella della gentilezza degli sconosciuti, quella dove ci si sente una piccola parte di qualcosa di immenso.

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La mia esperienza e i miei consigli su Depop (controcorrente, come sempre)

Ho talmente tante cose da fare (sì, sono sarcastica) che questo mese mi sono finalmente decisa ad attuare un’idea che avevo in mente da tempo: aprire un account su Depop.

Depop è una piattaforma per vendere vestiti usati, ma anche e soprattutto nuovi, se avete fatto l’errore di comprare qualcosa che non avete mai indossato e che giace nel vostro cassetto con le etichette ancora attaccate. Per questo conoscevo Depop inizialmente, ma ho notato con piacere che la gente vende davvero di tutto, dai libri a cosmetici e makeup. Qualche creativo vende anche cose fatte a mano, anche se Etsy resta la piattaforma migliore se avete il dono di saper creare qualcosa con le vostre mani (vi stimo) e volete venderlo.

Quando ho fatto una cernita dei miei averi qualche mese fa, ho trovato dieci indumenti vari che avrei potuto vendere perché indossati una o due volte soltanto. Quando ho aperto l’account, ho iniziato però a guardare tutto ciò che posseggo con un occhio quasi “kondoniano”: anziché chiedermi se l’oggetto in questione mi recasse gioia o meno, mi sono chiesta piuttosto se ne avessi sentito la mancanza nel caso in cui fossi riuscita a “sbolognarlo” a qualcun altro. Considerando che tutti gli oggetti o indumenti in questione sono bellamente ignorati dalla sottoscritta da anni, la risposta è stata chiaramente no.

Dei 46 articoli che ho messo in vendita, ne ho venduti solo 4 al momento e ho altri oggetti da postare nei prossimi giorni. Cerco di postare qualcosa di nuovo giornalmente (finché avrò roba di cui voglio liberarmi), in modo da mantenere il mio account attivo e visibile. Pezzi che pensavo sarebbero andati a ruba non sono quasi stati considerati e la gente ha comprato cose di cui pensavo non mi sarei mai liberata (una collana comprata secoli fa su una bancarella del mercato di Portobello Road e uno specie di spray per il viso mai usato che funziona anche da auto abbronzante, trovato in una beauty box comprata per altri prodotti al suo interno).

Ho un’esperienza di sole tre settimane su questa piattaforma, quindi non sono un’autorità in materia. Allo stesso tempo, si tratta di una piattaforma che funziona più o meno come qualsiasi social, quindi it’s not rocket science! Ho deciso di parlare della mia esperienza finora, stilando una sorta di lista su quello che potreste aspettarvi se deciderete di declutterare la vostra casa e vendere tramite un’app del genere, anziché gettare tutto nella pattumiera o donare in beneficenza (sempre meglio questa seconda opzione che far finire tutto in una discarica).

  1. Se lo fate per soldi, buona fortuna. Guadagnare con Depop penso sia possibile soltanto per chi lo usa per lavoro, soprattutto per chi ha un brand indipendente e usa Depop come vetrina e punto vendita. Se siete semplicemente dei poveri sfigati come me, rallegratevi se riuscite a ricavarne una sterlina dalla vostra vendita. Vi faccio un esempio. La collana di cui sopra l’ho venduta per 2£. Solitamente per spedire uso Hermes perché è uno dei corrieri più economici che ho trovato, inoltre vicino casa mia c’è un Hermes Parcel Shop, un negozietto dove posso andare, stampare l’etichetta da applicare sul pacco e lasciare quest’ultimo con il tizio che lavora lì; i pacchi saranno poi ritirati da un corriere Hermes e spediti a destinazione. Considerando che la spedizione per un pacco piccolo con Hermes costa 2.90£ (tutto quello che ho messo in vendita, a parte un paio di eccezioni, non richiede un pacco medio o grande), ho optato per la scelta di far pagare al cliente la spedizione per tutto quello che costa uguale o meno di 5 sterline. Se metto qualcosa in vendita per più di 5 sterline cerco di offrire spedizione gratuita (questo dovrebbe attirare gente), ma solo parzialmente: solitamente prendo in considerazione il costo della spedizione e lo aggiungo almeno in parte al prezzo iniziale, quindi se voglio vendere qualcosa per 8 sterline molto probabilmente cercherò alla fine di venderlo per 10, così da non perderci troppo una volta tolta la spedizione. Una cosa da considerare è che Depop si prende il 10% della vendita (al contrario di eBay, dove si paga anche per postare un’inserzione, Depop ci guadagna solo quando vendi) e Paypal, che è l’unico sistema di pagamento accettato, si prende il 3.5%. Tutto questo per dirvi che la gentilissima tizia che ha comprato la mia collana ha pagato 4.90£ (collana + spedizione) e io ne ho ricavato tipo un pound e qualche penny messi in croce. Per questo dico: se volete farci i soldi, buona fortuna.
  2. La piattaforma è piena di quella gente infame che prima followa poi defollowa. Io ‘sta gente non la capisco. Cioè, la capisco, ma è un atteggiamento così odioso che vorrei fosse illegale. All’inizio davo il follow back a chiunque mi seguisse per pura cortesia, poi ho iniziato a controllare quanti followers avessero: se hanno migliaia di followers (parlo di numeri a quattro zeri), ma a loro volta seguono solo quattro gatti, non spreco più neanche il mio tempo a seguirli perché so che, tempo due secondi, mi avranno già defollowato. Una ragazza, dopo avermi defollowato appena ho ricambiato il follow, mi ha anche scritto un messaggio in stile “Thanks for the follow, if you wanna buy something let me know, I’m going to the post office today to ship a few parcels” e io avrei voluto risponderle “Sì, voglio comprare un bel matevaiafadantelculo”.
  3. Riceverete più messaggi di gente che vuole vendervi roba che messaggi di gente che vuole comprarla. Gente totalmente random vi scriverà proponendovi l’imperdibile lista di fragranze che stanno vendendo (solitamente dupe di profumi di noti brand), vi inviterà a comprare qualcosa dal loro shop perché stanno raccogliendo soldi per scalare l’Himalaya o vi invierà messaggi in stile “Ho visto che hai messo “mi piace” ad una maglia che sto vendendo, è in sconto se ti interessa”. Al primo messaggio di questo genere ho risposto spiegando alla persona che stavo cercando di vendere la stessa identica cosa che loro mi stavano proponendo e quindi non avrei saputo che farmene (in maniera più gentile, più o meno). Al secondo messaggio di queste genere ho deciso che avrei ignorato tutti i seguenti.
  4. Se avete tempo da perdere, iniziate pure a seguire gente random a tappeto. Anche in questo caso, buona fortuna. Un giorno in cui ero particolarmente annoiata, ho iniziato a seguire 300 persone di fila, scegliendo le mie prede dalla lista dei following di una ragazza che mi aveva messo un “mi piace” in passato. Quanti followers mi ha portato in cambio questa pratica? Uno. Da quel giorno in poi non ho cercato più nessuno da seguire perché onestamente non me ne può fregare di meno.
  5. Se avete tempo da perdere, mettete “mi piace” agli articoli di altre persone. E’ un modo per farvi notare e per essere attivi nella community. Aspettatevi però che, come detto sopra, la gente cercherà di vendervi qualcosa, prendendo il vostro like come dichiarazione di interesse.
  6. Alcune persone vi chiederanno sconti. A voi la scelta di come rispondere. Mi sono imbattuta in una tizia che mi ha chiesto di ridurre il prezzo di un articolo. Il prezzo da lei proposto era secondo me troppo basso; ho cercato di negoziare, ma alla fine ho accettato la sua offerta, perché appunto non lo sto facendo per soldi, ma per liberarmi di cose che posseggo e non utilizzo, soprattutto in questi mesi in cui i charity shop sono chiusi e non posso andar lì con uno scatolone di roba e liberarmene in un colpo solo. Alla fine la tizia non ha comunque comprato l’articolo in questione nonostante la sequela di messaggi, ma questa è un’altra storia.
  7. Come in tutti i luoghi di internet, ci saranno i soliti stramboidi. La mia prima vendita mi è sembrata alquanto bizzarra. Non solo la persona che ha comprato l’oggetto aveva comprato in passato solo ed esclusivamente lo stesso articolo o simili dello stesso brand (l’ho scoperto tramite le review che la gente aveva lasciato; si possono lasciare review sia ai venditori che ai compratori), ma il suo nome online era poco più che un nickname incomprensibile, l’indirizzo a cui ho spedito il prodotto era a nome di un uomo, l’account Paypal era a nome di una donna e l’indirizzo e-mail sembrava avere un altro nome ancora (possibilmente da donna, ma non ne sono sicura). Ovviamente ognuno ha i suoi motivi per cambiare nome o per non lasciar intendere il suo genere online; il punto però è che, se leggete su Reddit qualche discussione su Depop, una delle cose che viene detta quando si parla di sicurezza al fine di evitare scam è che sarebbe preferibile che tutto combaciasse quando si tratta di nome a cui spedire l’oggetto e nome dell’account Paypal. Ovviamente io tutte queste stranezze le ho scoperte una volta che l’oggetto era stato già acquistato e ho ricevuto il pagamento su Paypal. Secondo me il tutto era molto sospetto, nonostante il tizio fosse sulla piattaforma da mesi senza aver mai creato problemi e aveva review, anche vecchie di parecchie settimane, di gente che lo ringraziava per l’acquisto e che evidentemente non aveva avuto problemi. Inoltre, nel ruolo di venditori le scam cui siete soggetti sono decisamente meno, il vero rischio è per chi compra. Il peggio che possa capitarvi da venditore probabilmente è che qualcuno più furbo di voi compri qualcosa dal vostro shop per rivenderlo sul suo a prezzo maggiorato. In generale, io non mi fido nessuno, soprattutto su internet, quindi se siete come me il vostro livello di sospetto verso tutto e tutti su una piattaforma del genere sarà sempre altissimo. Per dire, ho bloccato una tizia che voleva comprare una cosa soltanto perché il suo spelling era degno di certe email che si trovano solitamente nella sezione spam.
  8. Quello che davvero funziona per me: refreshate i vostri articoli. Anziché perdere tempo a seguire gente di cui non mi frega niente o a “mipiacciare” articoli che non ho intenzione di comprare, la mia attività sulla piattaforma si divide in postare un nuovo articolo al giorno (come accennato sopra, una volta che iniziate vi stupirete di quante cose potreste trovare in casa vostra di cui liberarvi) e refreshare quelli vecchi. In sostanza, edito i miei vecchi post (a volte senza cambiare davvero niente) e quando clicco per effettuare il salvataggio il post viene aggiornato, dunque risulterà come essere stato pubblicato in quel momento, anche se è stato messo online per la prima volta settimane fa. Questo fa risalire il post non solo nel feed della gente che vi segue, ma in generale nella piattaforma. Ho trascorso un weekend di prova senza refreshare i miei post e non ho ricevuto quasi nessuna notifica. La settimana seguente ho ricominciato a refreshare i miei post (solitamente lo faccio la sera verso le 6/7 mentre preparo la cena perché ho l’impressione che sia quello il momento in cui la gente è più attiva) e ho iniziato a ricevere nuovamente like. In particolar modo, se notate che ci sono articoli con parecchio interesse, fate in modo di averli sempre in cima al vostro profilo. Vorrei anche sottolineare che quello che ho venduto finora è finito nella mani di utenti che né mi seguono, né hanno messo mi piace all’articolo che hanno comprato: se qualcuno vuole davvero qualcosa, lo acquista senza girarci troppo attorno.

Insomma, personalmente credo che se uno voglia davvero avere successo su Depop debba spenderci più tempo di quanto alla fine possa guadagnarci, sempre ammesso che voi vendiate cose che già possedete e non siate un brand vero e proprio. Personalmente, gli dedico forse mezz’ora al giorno perché non lo voglio far diventare una fonte di guadagno, ma solo un modo per occupare il mio tempo (specialmente in questo periodo) e per liberarmi di alcune cose che ho in casa. Certo, se siete scaltri e avete pazienza (cosa di cui io non conservo grandi scorte), potreste farlo davvero diventare un business. Ho trovato il profilo di una ragazza che vende lingerie comprata da Victoria’s Secret allo stesso prezzo originale, a volte anche di più. Potrei scommetterci che ha comprato gran parte di questo stock in saldo: considerando che alla fine dei saldi un reggiseno di Victoria’s Secret potrebbe costare 14£ quando normalmente costa come minimo tra i 35£-55£, se non di più, se lei l’ha comprato a prezzo scontato per rivenderlo a prezzo pieno, il guadagno è notevole. Il suo profilo mostra che ha venduto più di 3000 articoli, dunque è lecito immaginare come per questa ragazza il suo account su Depop sia diventato un vero e proprio lavoro. Se avete occhio, soprattutto per la moda, piattaforme come Depop potrebbero fruttare. Del resto è così che faceva Sophia Amoruso: comprava a prezzo stracciato articoli vintage nei negozi e li rivendeva all’asta su eBay. Ribadisco, se avete tutta questa pazienza, non posso che stimarvi e augurarvi buona fortuna.

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Ultimi sviluppi #4

Esisterà, alla fine di questa pandemia, un premio per la nazione che è riuscita a costringere i suoi abitanti al più alto numero di lockdown? Spero di sì, perché almeno qui in UK potremmo forse vincere qualcosa, visto che in tutto il resto stiamo perdendo miseramente.

Tra questo e l’ultimo post sugli “ultimi sviluppi”, c’è stata una fase in cui è stato creato il livello 4 di allerta specificamente per Londra e altre zone del sud dell’inghilterra, grazie alla nuova variante che oramai tanto più nuova non è. Il giorno prima stavo leggendo su Twitter articoli di trionfo che parlavano dell’approvazione del vaccino e il giorno dopo hanno scoperto questa variante, che si muove senza dubbio più velocemente di chi somministra i vaccini. Insomma, la strada sembra essere ancora lunga.

Grazie a questa shiny new version di Mr Corona, qui in UK è stato annunciato il terzo lockdown dopo Natale. Basterà il modo di dire “Third time’s a charm” per garantire che questo sia anche l’ultimo? Lo scopriremo nelle prossime puntate.

Io, da classica italiana, ho ponderato l’idea di tornare a casa per circa tre settimane. Ho trascorso giorni nell’incertezza, sentendo innanzitutto di star facendo qualcosa di fondamentalmente illegale. È vero che ogni volta che mi reco in Italia colgo l’occasione per farmi fare da qualche medico privato dei controlli che se chiedo di fare qua mi guardano come se fossi pazza (prevenzione, questa sconosciuta), dunque potrei nascondermi dietro la scusa “motivi di salute”, ma sarebbe appunto una scusa e io avrò tanti difetti, ma purtroppo o per fortuna sono onesta ed inoltre faccio schifo a mentire. Nel frattempo, ho ricordato che pain in the ass sia in piena pandemia raggiungere l’aeroporto: bus cancellati, treni che forse sì, ma forse anche no, taxi neanche contemplati perché non sono miliardaria. Ho controllato Ryanair giornalmente, diffidente dopo aver notato nel corso di vari giorni che alcuni voli per fine Gennaio sono stati cancellati, iniziando ad avere il dubbio che potessi essere vittima delle stessa sorte, soprattutto con i voli di ritorno. Ho vagato su internet per cercare di capire quale test serva per entrare in italia (basta l’antigenico). Mi sono consolata leggendo i post degli utenti iscritti al gruppo “Italiani a Londra” su Facebook, di cui non faccio parte, ma che posso leggere perché sono pubblici, sorridendo di quelli che credono di sapere tutto neanche li scrivessero loro i decreti e ridendo dei soliti complottisti. Insomma, la mia lista di contro era bella lunga, mentre quella di pro aveva come punti: 1) rivedere la mia famiglia; 2) alloggiare in una casa che contiene gatto; 3) finire la rilettura, iniziata questa estate, di quella sottospecie di romanzo in erba che ho scritto da giovine, un mezzo plagio della saga di “Twilight”, assicurandomi in tal modo grasse risate (l’unica copia esistente al mondo è conservata nella mia camera da letto in Italia). 

Alla fine Ryanair ha scelto per me perché i voli sono stati cancellati fino al 28 marzo. Il volo su cui avevo gli occhi per partire è ancora disponibile, ma non posso ovviamente prenotarlo senza la certezza di un volo di ritorno e con il rischio di rimanere bloccata in Italia. Ok che vorrei tornare per trascorrere un po’ di tempo in famiglia, ma tre settimane sono più che sufficienti, considerando che la scorsa estate ho trascorso a casa esattamente lo stesso periodo di tempo ed è stato sufficiente a ricordarmi perché me ne sono andata. Non oso immaginare cosa potrebbe accadere se mi ritrovassi bloccata là per due mesi. Inizio a credere che questo sarà un altro lungo lockdown e dubito che il 15 di Febbraio mi diranno che posso tornare al lavoro, ma resta il fatto che la data di revisione delle restrizioni è metà febbraio, dunque, nel caso in cui fossi partita, avrei dovuto avere la certezza che per il 15 fossi tornata, con tanto di test e quarantena fatta.

Avendo il Fato deciso per me, a parte un po’ di amarezza di fronte alla consapevolezza che non rivedrò la mia famiglia tanto presto, ero in pace. Salvo poi avere una conversazione con il Boss che, benché stia scoraggiando tutto il resto del team riguardo eventuali viaggi all’estero, ha dato la benedizione solo a me, perché – mi ha fatto capire – quando torneremo al lavoro, considerando che nel nostro team a livello manageriale ci siamo solo lui come Boss Supremo e io come Umile Sottoposta, prendersi una vacanza, anche in tempi più tranquilli e normali, sarà praticamente impossibile. Non vi dico che gioia veder soffocati quei pensieri con cui avevo flirtato, pensieri di fare una sottospecie di vacanza quest’estate, se non in una delle mille isole greche ancora da visitare, anche solo in Italia come lo scorso anno. Come si fa a dire ad una persona, la quale al momento non riesce ad andare a visitare la sua famiglia perché è fondamentalmente vietato, che se non ci va adesso forse non rivedrà suddetta famiglia per chissà quanto? Non fraintendetemi, il Boss è una brava persona, non un tiranno, ma allo stesso tempo vive per il lavoro. Io invece lavoro per vivere, gente mia. A causa di fatti successi in passato ai tempi del mio primo lavoro, quando ho capito che se dedichi anima e corpo ad una professione, anziché apprezzarti, spesso la gente finisce per approfittarsene, ho deciso che il mio lavoro non verrà mai prima di altri aspetti della mia vita che per me sono fondamentali. Se una persona vuole vivere e respirare lavoro, se vuole mangiare, bere, dormire nel suo posto di impiego, non sarò di certo io a vietarglielo. Allo stesso tempo, non si può dare per scontato che una persona che condivide responsabilità simili sia disposta a fare lo stesso.

Insomma, me ne starò bloccata in casa almeno un mese (forse di più) e poi c’è il grande rischio che sarò comunque bloccata qui per altri motivi. Buon 2021 a me.

Voglio tornare ad intasare il mio smartphone con foto tutte uguali scattate dai finestrini dell’aereo, grazie.

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Le mie mani ringraziano

Le uniche a gioire e giovare nel corso di questo terzo round che mi costringe a casa dal lavoro sono le mie mani per tre motivi diversamente frivoli.

  1. Tra pochi giorni il dorso delle mie mani sarà di nuovo liscio come la pelle di un bambino. Al lavoro, gli standard di igiene devono essere sempre alti, specialmente in tempo di pandemia. Quando si è dietro al bar inoltre è certo che le mani saranno sempre mezze umidicce a forza di lavare shaker e attrezzi vari tra un round di drink e l’altro. A questo si aggiunge il freddo di questi tempi che rendeva le mie mani secche e screpolate anche in anni passati, quando la fatica la guardavo da lontano con un cannocchiale. Sono a casa da quattro giorni e le mie mani sono già migliorate visto che posso mettere la crema idratante più spesso e in generale le lavo solo cento volte al giorno anziché mille.
  1. Quando lavori in hospitality, si capisce che sei in vacanza perché hai lo smalto alle unghie. Stento a definire questo ciclo infinito di “State a casa! No, tornate al lavoro! Ho cambiato idea, state a casa ancora un po’!” una vacanza, ma insomma, ci siamo capiti. Prima di andare a convivere con Lui, per due anni ho condiviso casa con alcuni colleghi del mio vecchio bar. Una delle ragazze in particolar modo era appassionata di beauty e cosmetici ed aveva anche lavorato nel settore nel suo paese di origine. Oltre a confrontarci sui migliori brand di sali da bagno e scrub per il corpo, scherzavamo spesso sul fatto che l’inizio di un periodo di vacanza per noi iniziasse con l’applicare lo smalto. Indossare anelli, bracciali, orologi è vietato nel mio lavoro causa accumulo di batteri ed è vietato anche lo smalto, essendo fonte di contaminazione. Le uniche persone che sfoggiano unghie colorate nel mio settore sono generalmente quelle che le hanno fatte con il gel o altra roba simile, giusto perché sono più resistenti e non tendono a rovinarsi come lo smalto normale, quindi difficilmente il/la boss si lamenterà in questi casi. Lo smalto classico però è sconsigliato perché si sbecca cinque secondi dopo l’inizio del turno e se va bene il microscopico pezzo di smalto è finito nello scarico quando vi siete lavati le mani (tanto per cambiare), se va male probabilmente è finito sul piatto che state allegramente consegnando ad uno dei clienti.
  1. Posso indossare il mio anello di fidanzamento. Nonostante la regola di cui sopra che vieta gioielli e altre chincaglierie, quando Lui mi ha fatto la proposta quasi un anno fa, per qualche giorno ho indossato comunque l’anello al lavoro perché sticazzi non volevo separarmene. Avevo però dei dubbi al riguardo, che condivisi con Lui: “E se, con la mia solita sfortuna, lo rovino o lo perdo?” domandai. Lui, che è sciallo e non crede nella mia sfiga neanche dopo averla vista in azione innumerevoli volte stando con me, ha replicato: “Tranquilla, non succederà niente di male”. Dieci giorni dopo mi sono accorta che una delle piccole gemme che lo componevano si era volatilizzata, sparita chissà dove (probabilmente caduta dentro qualche cesto dell’immondizia o affogata sotto il dirompente getto di qualche rubinetto). L’unica consolazione in tutto questo è che ancora una volta il mio sesto senso/pessimismo aveva ragione di esistere. Da allora indosso l’anello solo quando non lavoro. Inutile dire che quando ho riportato il fattaccio a Lui l’ho guardato in cagnesco e gli ho detto: “Spero davvero che questo non sia un presagio di quanto durerà il nostro matrimonio, altrimenti è meglio che ti prepari a divorziare dopo due settimane”.
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