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Roswell: differenze tra libro e serie tv (quella originale, perché sono vecchia)

L’ultimo anno e mezzo è stato l’anno dei rewatch. Ho iniziato in tempi non sospetti (pre-pandemonio), guardando dall’inizio alla fine serie tv come “Streghe” e “Buffy, l’Ammazzavampiri”, proseguendo poi con “Dawson’s Creek”. In questi giorni sto riguardando “The Vampire Diaries”, ho ricominciato da capo “The Originals” (di cui avevo visto, credo, solo la prima stagione e poco più e onestamente non è che sia granché, capisco perché l’avevo abbandonata, ma finché Netflix me la propone, perché no?). Parallelamente, sto facendo anche il rewatch di “Roswell”, la serie originale del 1999. 

Non ho mai visto “Roswell: New Mexico”, un reboot recente trasmesso sulla CW e che sembra avere più successo della serie tv originale, infatti è già stato rinnovato per una quarta stagione un paio di mesi fa, nonostante da quello che ho capito non ci sia ancora una data certa per la premiere della terza. Sto pensando di darle una chance una volta finito il rewatch, soprattutto perché ho notato il coinvolgimento del cast originale: nella seconda stagione Jason Behr, il vecchio Max Evans, è tra i personaggi ricorrenti (non ho idea per quanti episodi, ma fosse anche uno basterebbe), mentre Shiri Appleby, ai tempi Liz Parker, ha ricoperto il ruolo di regista per un paio di episodi.

Ho scoperto solo recentemente che lo show è ispirato a dieci romanzi che fanno parte di una saga chiamata “Roswell High”, pubblicata tra il 1998 e il 2000, scritta da Melinda Metz. L’ho scoperto proprio grazie al rewatch, prestando attenzione ai titoli di coda per la prima volta in vita mia.

Cosa ho deciso dunque di fare, considerata la noia di questi ultimi giorni di lockdown che neanche tre rewatch e un film al giorno potrebbero colmare? Ho deciso di leggere i libri, ovviamente.

Per ora ho letto solo il primo, intitolato “The Outsider”, non senza sofferenza per due diversi motivi, anzi tre:

  1. Ho dovuto leggere l’ebook. La serie è talmente vecchia che credo che l’ultima ristampa risalga a tipo 20 anni fa. Tutto quello che si trova di cartaceo su Amazon è di seconda mano, con prezzi di spedizione a prescindere da quanto spendi (io sono una di quelle persone sceme che compra cose finché non raggiungo la soglia dopo la quale non si pagano più le spese di spedizione, spendendo probabilmente di più alla fine, ma sono stupida, cosa volete farci) e con descrizioni della condizione del libro che suonano un po’ troppo entusiastiche per fidarmi;
  2. La scrittura è infantile a dir poco. Il target dovrebbe essere young adult, ma onestamente questi libri potrebbero essere letti anche da pre-adolescenti tra i dieci e i dodici anni, anzi, credo che siano più adatti a loro.
  3. Il libro è pieno di refusi. Innumerevoli volte manca proprio la punteggiatura, in particolar modo il punto a fine frase, che noi intuiamo doverci essere non solo perché sarebbe logico così, ma anche perché la parola seguente ha un’imponente lettera maiuscola.

E’ stata comunque una lettura leggera, di puro svago e divertimento. L’ebook non ha neanche duecento pagine ed è diviso in 16 capitoli; ne ho letti quattro al giorno, la sera prima di andare a dormire. Inoltre, l’ho comprato con i soldi guadagnati vendendo la mia roba su Depop, quindi mi sentivo particolarmente realizzata per questo (una vera e propria business woman, non c’è che dire).

Mi sono divertita a stilare una lista di differenze tra il libro e la serie. Scendendo nel dettaglio:

  1. Max è biondo con gli occhi blu, Michael è moro. Avete notato come nella scelta del casting delle serie tv gli addetti se ne sbattano completamente delle descrizioni nel libro? Ricordo ancora quando la gente si era indignata perché Nina Dobrev non era bionda come Elena Gilbert nei libri di “The Vampire Diaries”; allo stesso modo ricordo la lunghissima e sofferta scelta dell’attore perfetto per saghe come quella di “Twilight”, ad esempio, dove se gli interpreti non erano uguali a quanto descritto nel libro avevi già fallito in partenza. Ma del resto, le serie tv vivono sempre di vita propria, com’è giusto che sia, visto che durano più di un film e necessariamente si allontaneranno dal materiale originale, mentre i film tendono ad essere più fedeli, secondo me.
  2. Liz ha una sorella di nome Rosa. O meglio, aveva, visto che muore di overdose prima dell’inizio della storia. Maria afferma di avere un fratello più piccolo. Nella serie sono figlie uniche.
  3. I poteri alieni di Max, Michael e Isabel sono abbastanza diversi da quelli che vediamo sullo schermo. Anche se nello show viene detto come loro siano connessi, nel libro questo è ancora più evidente. Quando Max cura Liz (l’evento iniziale della sparatoria al Crash Down viene riportato sullo schermo quasi identicamente, con tanto di bottiglia di ketchup versata addosso a Liz per camuffare il sangue), Isabel sente anche a distanza che Max ha appena usato una grande quantità di potere. Non sa di preciso cosa il fratello abbia fatto, ma sa che si tratta di qualcosa di grosso, e riesce anche a sentire in lontananza la paura di Max e Michael (dovuta al fatto che i due temono che Max li abbia esposti come alieni salvando la vita a Liz, cosa che in effetti avviene).
  4. Liz ha un cognome diverso. Ortecho anziché Parker. Viene ripetuto più di una volta che la sua famiglia sia di origine ispanica.
  5. Gli alieni sono in grado di vedere le aure delle persone e di capire cosa stianno provando a seconda del colore di queste. Sono contentissima che abbiano abbandonato questa abilità nella serie tv perché sarebbe stata una cosa noiosissima da vedere, per di più supertrash, considerati gli effetti speciali fine anni ‘90.
  6. Michael afferma di vedere meglio di notte che di giorno. Probabilmente anche questo un potere su cui però non si approfondisce molto.
  7. Max e Michael stanno cercando di tornare sul loro pianeta da tempo. Viene detto che da qualche anno setacciano la zona desertica dove la loro navicella si è schiantata. Nella serie tv, le ricerche sembrano iniziare dopo gli eventi del Crash Down, a seguito dei quali gli alieni vengono a conoscenza della possibilità di non essere i soli presenti sulla Terra, ma potrebbe esserci un quarto alieno in grado di ricondurli a casa. Questo suscita in particolar modo grande interesse in Michael, che sia nel libro che nella serie tv ha un foster parent orribile, mentre Max e Isabel sembrano perfettamente contenti con la loro vita, essendo stati adottati da una brava famiglia.
  8. Alex ha i capelli rossi. Inoltre, nonostante i personaggi nel libro abbiano la profondità di una pozzanghera, l’impressione che ho avuto di Alex dal libro non è la stessa della serie tv. Nella serie tv sembra lo sfigatello della scuola, il tipo un po’ strambo che fatica ad inserirsi con la maggior parte della gente, ma che ha trovato due grandi amiche in Liz e Maria. Nel libro sembra più un ragazzo “standard” (passatemi il termine): non popolare, ma neanche un loser. Tra l’altro nella serie tv Isabel rifiuta inizialmente le attenzioni di Alex e soltanto in seguito (quando è troppo tardi, aggiungerei) accetta l’idea che Alex le piaccia davvero, mentre nel libro Isabel, benché giochi un poco con l’interesse di Alex nei suoi confronti, è da subito propensa a pensare che in fondo su Alex ci farebbe un pensierino.
  9. Isabel è una vera e propria queen bitch. Nella serie tv la conosciamo come una ragazza popolare, bella, con una cerchia di amiche strette, tutto ciò dovuto alla voglia di Isabel di avere una vita normale, nonostante sia un’aliena. Anche nel libro gran parte della caratterizzazione superficiale di Isabel nasconde in realtà tanta paura, insicurezza, voglia di essere normale, ma resta il fatto che in superficie sia un personaggio abbastanza odioso: in entrambi i casi Isabel ha il potere di entrare nei sogni della gente, ma nel libro lo fa per raccattare punti ed essere eletta homecoming queen, quindi non solo usa i poteri per scopi personali, ma si infila nella testa della gente per influire sulle loro decisioni. Tra l’altro dalla bocca le escono a volte commenti che neanche uno yogurt scaduto oserebbe fare. Come ho detto, questa caratterizzazione di ragazza un po’ acidella Isabel la mantiene anche nella serie tv, ma spesso si manifesta attraverso un sarcasmo un po’ cinico che è anche divertente, mentre nel libro risultata semplicemente una vipera, una vera mean girl.
  10. Gli alieni sembrano possedere un’intelligenza sopraffina, dettata anche da una grande capacità di adattamento. Nonostante Max, Isabel e Michael abbiano iniziato la scuola molto in ritardo rispetto ai loro coetanei, sono riusciti a mettersi in pari quasi immediatamente, tanto da non avere bisogno di studiare perché tanto sono dei cervelloni che riescono a primeggiare a scuola senza neanche aprire un libro. Forse mi sbaglio, ma non ho percepito la stessa caratteristica nella serie tv. Specialmente Michael, tra il padre adottivo menefreghista che lo costringe a tagliare l’erba e le innumerevoli bigiate per andare alla ricerca di indizi, non è esattamente uno studente modello e nella serie è il classico personaggio della combriccola (non manca mai) che rischia di non diplomarsi (vedi Pacey Witter in “Dawson’s Creek” e Archie Andrews in “Riverdale”, giusto per coprire una spanna di 20 e più anni per provare la mia teoria).
  11. Kyle Valenti è odioso. Kyle nella serie tv mi ha sempre fatto tenerezza: da subito ha il sospetto che i nostri eroi stiano nascondendo qualcosa, ma per gran parte del tempo non immagina, al contrario del padre, che Max sia un alieno, più semplicemente si comporta come un adolescente che detesta Max perché crede che quest’ultimo gli abbia rubato Liz, almeno finché anche Max non passa qualche episodio da rifiutato e i due fanno comunella ubriacandosi. Quando Kyle scopre la verità, si dimostra un ragazzo di cui potersi fidare, un vero alleato, grato anche per il fatto che Max gli abbia salvato la vita, che è anche l’evento che fa cambiare idea allo sceriffo Valenti su questi alieni. Inoltre ho sempre apprezzato che il suo rapporto con Tess non diventi mai romantico, anche se inizialmente lo confonde per tale: Kyle si rende conto che Tess è parte della famiglia, la considera una sorella (nonostante lei non se lo meriti perché è una stronza). Nei libri Kyle è invece cattivo quasi quanto Isabel, gli brucia da morire che Liz non lo caghi, sembra quasi emanare delle “stalker vibes” ed è un attaccabrighe.
  12. Tess non esiste. Non è comparsa in questo libro e, mi sono informata, non comparirà nei prossimi: Tess è un personaggio creato esclusivamente per lo show televisivo. Esiste però un quarto alieno e, da quello che si intuisce dal primo libro, i risvolti saranno simili a quelli della serie tv, ossia questo quarto alieno è potenzialmente pericoloso e ha ucciso gente.

Due piccole note finali su dettagli minori presenti sia nel libro che nella serie tv: 

  1. Maria crede nell’aromaterapia. Nel libro così come sullo schermo, la vediamo sniffare da varie boccette a seconda della situazione. Ho sempre trovato questa caratteristica discretamente originale e molto adatta al personaggio.
  2. Gli alieni amano la salsa piccante su tutto. Così come nella serie tv, gli alieni cospargono di tabasco tutto ciò che mangiano, anche i dolci. Anche questo è sempre stato un dettaglio insignificante, ma che ho sempre trovato particolarmente divertente.

Credo continuerò a leggere la serie di libri, nonostante io sia fuori dal target di età di riferimento di almeno 15 anni. E’ una lettura sciocca e leggera, perfetta prima di andare a dormire.

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I preferiti di Marzo

Libro: Piranesi di Susanna Clarke

Finalmente un libro di cui riesco a spiegarmi il successo. Non è un segreto che ultimamente mi sia imbattuta in un sacco di libri che hanno suscitato lodi da chiunque, lodi che non riuscivo a capire. Fortunatamente questo non è il caso di “Piranesi”, il romanzo di Susanna Clarke, pubblicato a settembre dello scorso anno (il titolo nell’edizione italiana di Fazi resta lo stesso). Piranesi vive nella Casa, piena di Statue. La Casa è immensa, con molteplici stanze e diversi livelli: quelli più bassi, sono soggetti a Maree; quelli più alti, sono attraversati da Nuvole. Piranesi è l’unico abitante della Casa, ma ogni Martedì e Venerdì, per un’ora soltanto, incontra l’Altro, il cui obiettivo è quello di conseguire una certa Conoscenza e per far ciò ha bisogno dell’aiuto di Piranesi, che conosce questa labirintica Casa come le sue tasche. Piranesi è convinto di essere solo, ad eccezione de l’Altro, ma quest’ultimo lo avvisa che c’è un’altra persona che si sta aggirando per le stanze della Casa: Piranesi non deve fidarsi di costui, non deve neanche rivolgergli la parola, perché questa persona è bugiarda e rappresenta una minaccia per la sua sanità mentale. Queste sono le premesse per un romanzo fantastico che vi porterà in un altro Mondo. Nel lontano 2004, Clarke ha pubblicato un altro romanzo, “Jonathan Strange & Mr Norrell” (che io non ho letto), considerato uno dei fantasy migliori e di maggior successo degli ultimi anni; “Piranesi” è stato etichettato come fantasy a sua volta per semplicità, ma la classificazione di questo romanzo è ben difficile. Certo, il mondo creato da Clarke è estremamente fantastico, ma alla fine del romanzo credo che il lettore possa anche operare la scelta di dare una spiegazione puramente logica e razionale per quanto accade al protagonista. Stranamente però non è questa l’interpretazione per cui molti lettori hanno optato. Non sono una grande fan dei fantasy e sembrerebbe logico per i miei gusti, di fronte ad un libro come questo che si presterebbe ad una spiegazione razionale, scegliere quest’ultima opzione, ma ho preferito lasciare la mia interpretazione nel mondo del fantasy perché anche così facendo “Piranesi” resta una perla, con tante sfaccettature e diversi livelli di profondità. Scegliere un’interpretazione fantasy in questo caso eleva il romanzo ancora di più, secondo me. La storia è quasi un mystery, forse per questo mi ha particolarmente intrigato, ma non aspettatevi un mystery con chissà quale colpo di scena finale. Che ci sia qualcosa di strano lo si capisce sin da subito, forse anche grazie al dettaglio che inizialmente mi aveva un po’ spaesato: all’inizio, il romanzo sembra quasi senza tempo e al di fuori di qualsiasi spazio a noi conosciuto, almeno fino a che non ci vengono offerte specifiche date, più vicine alla nostra contemporaneità di quanto potessimo inizialmente immaginare; inoltre fanno la loro apparizione oggetti estremamente moderni, come ciotole di plastica e lo “shining device” che sempre accompagna l’Altro nelle sue visite. Nonostante Piranesi sia un personaggio estremamente intelligente, presenta anche una certa ingenuità e innocenza, nonché un modo di pensare quasi primordiale che potrebbe ricordare i primi approcci dell’uomo alla civiltà (la cura per i propri defunti, l’idea del matrimonio), benché Piranesi sia il solo esponente di questo Mondo in cui si trova. Il romanzo è in effetti anche un’elegante descrizione di solitudine. “Piranesi” è una storia in fondo molto semplice, ma costruita in maniera esemplare, aggiungendo diversi strati che non si rivelano mai ridondanti, nei quali echeggia molto pensiero filosofico.

Serie tv: It’s a Sin

Ho recuperato questa serie tv britannica di soli 5 episodi ambientata negli anni ‘80 che parla di un gruppo di amici che si trova a vivere l’epidemia del virus dell’HIV e dell’AIDS. Ad attrarmi verso questa serie tv, che avrei probabilmente visto comunque, ma sicuramente questo fattore mi ha fatto gasare ancora di più, è la partecipazione di Olly Alexander nel ruolo di Richie. Olly Alexander è un attore, ma è anche il cantante di una delle mie band preferite degli ultimi anni, Years & Years, che ho avuto anche il piacere di ascoltare e vedere dal vivo oramai ben 2 anni fa, nel dicembre 2018 all’O2 Arena, nel corso di un concerto spettacolare che fu più un evento unico che un semplice live show. “It’s a Sin”, scritta e diretta da Russell T Davies, è ovviamente queer. Il gruppo di amici è composto da Richie, Roscoe, Ash, Colin e Jill, ma ci sono tanti altri personaggi, ognuno con la sua importanza, anche quelli che appaiono in un solo episodio, nonostante siano questi cinque, i quali si trovano a condividere lo stesso appartamento a Londra, il cuore della serie. “It’s a Sin” è una storia di amicizia, di amore, di paura, di solitudine, di affermazione, di accettazione, di rifiuto. Senza contare che nei primi episodi, quando l’HIV era ancora qualcosa di sconosciuto e non si aveva idea di come si trasmettesse, ad eccezione del fatto che da subito venne etichettato come il virus dei gay, ci sono delle scene che ci sembreranno estremamente familiari. Quando un amico del gruppo infatti contrae l’HIV, vediamo Jill aiutarlo, portandogli la spesa e da mangiare: la ragazza si presenta a casa dell’amico con i guanti, pulendo e disinfettando ogni superficie. Qualche scena dopo, l’amico, che aveva confessato solo a Jill della sua situazione e le aveva chiesto di non farne parola con i suoi coinquilini, si presenta a casa di questi ultimi, affermando di sentirsi meglio, e Jill lo osserva terrorizzata bere da una tazza della loro dispensa, tazza che Jill procederà poi a lavare, sanificare, fino a decidere di gettarla via dopo averla ridotta in mille pezzi. Chi non rivede se stesso all’inizio della pandemia degli ultimi tempi alzi la mano (magari non proprio a gettare le tazze dopo l’uso, ma insomma, ci siamo capiti). Si percepisce chiaramente il terrore, la confusione e la frustrazione di fronte ad una malattia sconosciuta e dalla quale non si sa come difendersi, sentimenti che tutti noi abbiamo sperimentato un anno fa, quando il dibattito “mascherine sì, mascherine no” era molto in voga. La differenza ai quei tempi purtroppo era che, essendo l’HIV considerato il virus dei gay, questi ultimi, già lontani anni luce dal fare coming out liberamente, si trovano ancor più isolati, senza contare che nessuno sembrava avere interesse a curare una malattia che colpiva prevalentemente una fetta di società ai tempi considerata deviata, sbagliata. Nella serie tv viene mostrata efficacemente e dolorosamente la vergogna delle famiglie di questi uomini gay, arrivati a Londra rincorrendo un sogno per poi tornare nelle loro cittadine di origine da qualche parte nel Regno Unito una volta contratta la malattia; si sente lo stigma e la rabbia, perché forse se i loro figli fossero stati “normali” non avrebbero contratto il virus, andando incontro a quella che ai tempi, e nella serie tv stessa, veniva definita una sentenza di morte. Lo show ha il pregio di costruire, in soli cinque episodi, in meno di 5 ore (gli episodi durano in media tre quarti d’ora), dei personaggi, delle dinamiche, delle situazione che ti fanno sentire più coinvolto di quanto a volte riescano a fare serie tv di 22 episodi. Questo onestamente è secondo me un grande pregio delle serie tv britanniche, che sono di breve durata da decenni, prima dell’avvento di Netflix, prima che il binge-watching diventasse una pratica socialmente accettabile che più o meno tutti hanno fatto una volta nella vita e non solo gli appassionati come me che sono fan delle serie tv da anni. Netflix ha costretto un sacco di produzioni americane a restringersi, puntando verso 10-12 episodi massimo, meglio ancora se 8, perché meno una serie dura, più se ne possono guardare. Curiosamente, questo è sempre stato il modo di fare delle serie tv britanniche, anche se è più una scelta stilistica che un rincorrere la possibilità di garantire la pratica del binge-watching. Due serie tv che amo di produzione britannica sono senza dubbio “Skins” e “Misfits”: diverse nei temi da “It’s a Sin”, anche queste avevano il pregio di creare in una manciata di episodi personaggi originali, credibili (anche quando avevano i super-poteri come in “Misfits”) e di cui veramente ti fregava qualcosa, cosa che non sempre accade nelle produzioni statunitensi che spesso, specialmente quelle indirizzate ai teen ager, sembrano fatte con lo stampino, con personaggi così stereotipati da sembrare caricature. Comunque, accantonando questo pippone e tornando a “It’s a Sin”: non posso che consigliarla. L’ho guardata in piena sindrome premestruale e posso dire che ho singhiozzato inconsolabile e non solo durante l’ultimo episodio. Sindrome premestruale a parte, è una serie tv emozionante, una serie tv che soprattutto fa capire che c’è ancora qualcosa da conoscere su una malattia che al giorno d’oggi spesso viene sottovalutata. 

Film: Freddy VS Jason

A Marzo ho visto meno film rispetto ai mesi precedenti, ma non sapevo comunque quale scegliere perché ce n’erano almeno altri due-tre papabili. Su Netflix gli unici film presenti con le icone degli horror slasher come Freddy Krueger o Jason Voorhees sono solitamente i remake degli ultimi anni: “Freddy VS Jason”, diretto da Ronny Yu, scritto da Damian Shannon e Mark Swift e uscito nel 2003, è uno dei più vecchi che si può trovare sulla piattaforma streaming con questi personaggi, per il resto bisogna accontentarsi dei remake del 2009 (“Friday the 13th”) e del 2010 (“A Nightmare on Elm Street”). Ovviamente prego e spero che prima o poi Netflix riesca ad ottenere i diritti per riesumare anche alcuni dei film originali, ma ho l’impressione che ottenere i diritti costerebbe troppo e pochi sarebbero gli iscritti interessati. Ho scelto questo film come preferito del mese perché: 1) ero convinta di averlo già visto in passato, ma quando ho iniziato la visione mi sono resa conto che non era assolutamente così e probabilmente la mia convinzione di averlo visto derivava dal fatto che comunque lo conoscevo molto bene tramite foto, spezzoni e articoli vari; 2) Freddy Krueger, enough said. Mi aspettavo un film super duper trash, ma l’ho trovato stranamente godibile. Non ho mai capito il senso di questo crossover, non so neanche come sia nata questa idea, ma l’ho trovata divertente. Il film è stato discretamente (e, oserei dire, prevedibilmente) snobbato dai critici, ma credo che preso per quello che è non sia affatto male: è un esperimento che mi verrebbe da definire semplicemente come “bonkers”, fuori di testa. Per una volta, concordo con Netflix, che ha piazzato questo film nella sezione “Cult” perché insomma, un po’ iconico questo film lo è davvero. Ho trovato discreto il mescolamento dei due mondi: le atmosfere di Crystal Lake e il mondo onirico di “Nightmare” sono ben bilanciati nel corso del film. Credo mi abbia semplicemente troppo gasato trovare un film con il mio amato Freddy che non avessi ancora visto, la mia gioia nei confronti di questo nuovo e per me inedito contenuto decisamente palpabile e più che sufficiente per farmi dichiarare questo il film preferito del mese, non perché sia il film migliore del mondo, ma perché sicuramente mi ha apportato la più grande fonte di felicità e intrattenimento. Mi manca Freddy come personaggio, vorrei che realizzassero ancora film su di lui come accade per Michael Meyers e la saga di “Halloween”, ma c’è una grande differenza tra un personaggio “parlato” come Freddy, con le sue battute perverse e dark, e un personaggio muto come Michael. Ovviamente gran parte del fascino di Michael è proprio nel suo silenzio, nei suoi movimenti, anche Michael potrebbe essere scritto male in una sceneggiatura da questo punto di vista, ma credo che Freddy rappresenti una sfida ancora più grande che nessuno ha il coraggio di accollarsi dopo il flop del remake del 2010 (che a me comunque non era dispiaciuto, anche se io ho un debole per Jackie Earle Haley da quando ha interpretato Rorschach).

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L’inganno delle buone recensioni

“Such a Fun Age”, tradotto in Italia in “L’inganno delle buone azioni” e pubblicato da Garzanti, è il romanzo scritto da Kiley Reid, nonché uno dei titoli che tanto ha fatto parlare di sé lo scorso anno. Come avrete capito, sto dedicando questo inizio 2021 a tutti i libri che avrei dovuto leggere l’anno scorso, quando ho invece recuperato altrettanti libri che dovevo leggere da tempo immemore. Spero di continuare con questo ritmo di un libro letto all’incirca ogni settimana anche quando tornerò al lavoro, anziché leggere un libro ogni due settimane (abbondanti) come succedeva di solito, considerando che il mio unico momento per leggere era sui mezzi. Ci sono troppi libri che mi attendono e io devo presumere che ho una sola vita se voglio darmi una mossa. Certo, sarebbe tutto molto più gratificante se riuscissi a beccare libri che mi piacciono, anziché libri che mi deludono e di cui non riesco a spiegarmi l’hype. Anche questo romanzo, tanto per cambiare, non mi ha fatto impazzire.

L’idea di base è una bomba, c’è poco da discutere. Emira è una ragazza di venticinque anni che lavora come baby-sitter per Alix e Peter Chamberlain, una ricca famiglia di Philadelphia. Convocata da Alix una sera tardi mentre è in un locale per festeggiare un compleanno con le amiche, le viene chiesto di prendersi cura di Briar, la bambina di tre anni di cui si occupa, a causa di un’emergenza. Emira, che ha bisogno di soldi, lascia il club e si reca dalla famiglia. Giunta dai Chamberlain, prende con sé Briar e insieme vanno da Market Depot, uno di quei supermercato per ricconi (io me lo immagino come Whole Foods qua in UK dove tutto è organico, healthy, artigianale, di nicchia e per tutti questi motivi sovrapprezzato). Una guardia di sicurezza del supermercato si avvicina alla ragazza e alla bambina, dopo che queste hanno attirato l’attenzione della solita “Karen” ficcanaso e malfidata. Si scatena qui una scena che sembra assurda, ma non avrei problemi a credere che possa accadere veramente, dove la guardia (che ha un classico complesso da poliziotto) inizia ad interrogare Emira sulla natura del suo rapporto con la piccola. Se consideriamo che Emira è nera mentre Briar è bianca, se consideriamo pure che Emira non ha un look “da baby-sitter” essendo giustamente vestita come ci si aspetterebbe per andare a festeggiare un compleanno in un club, la guardia dubita dell’onestà di Emira e crede che quest’ultima abbia rapito la bambina. 

Bisogna spendere due parole sull’emergenza che ha spinto i Chamberlain a cercare l’aiuto di Emira: i coniugi hanno chiamato la polizia a seguito del lancio di uova contro la loro finestra da parte di alcuni ragazzini. No, non si tratta di gioventù allo sbaraglio: il gesto segue un commento inappropriato fatto da Peter, presentatore di news in tv. Durante un servizio dove venivano raccolte le più stravaganti promposal (gli inviti per il prom tra liceali, che negli ultimi anni sono diventate una sottospecie di flash mob e se non diventano virali allora sei un pezzente), servizio che si è chiuso con il promposal di un ragazzo nero, Peter si è lasciato andare ad un commento per la serie “Speriamo che l’ultimo abbia chiesto il permesso ai genitori della ragazza prima di fare la proposta”.

Insomma, lo spunto del libro è molto interessante: razzismo interiorizzato, classi sociali, bianchi privilegiati ossessionati dal difendere le persone di colore per pulirsi la coscienza. Peccato che la storia si basi completamente su un milione di coincidenze che trascinano avanti la trama e a me questa è una cosa che piace molto poco. Farò alcuni spoiler non troppo drammatici a seguire, giusto per farvi capire quanto siano le coincidenze il motore di tutto; ciò che sto per dire si intuisce o viene detto prima della metà del libro, ma ovviamente lascio a voi la decisione se proseguire o meno nella lettura. Se non contiamo già come si incastrano benissimo tra loro gli eventi principali che danno il via al tutto, vi basti pensare che nel supermercato c’è un ragazzo, Kelley Copeland, che filma tutto con il suo smartphone mentre la guardia muove accuse ad Emira. Quando il padre di Briar arriva a chiarire l’equivoco, Kelley segue Emira e le suggerisce di postare il video online. La ragazza si rifiuta e gli chiede di cancellare il video; Kelley acconsente, ma prima gliene invia una copia. I due si salutano e pochi giorni dopo si incontrano nuovamente per caso sul treno (altre coincidenze). Forse convinti che sia destino e non semplicemente poca inventiva dell’autrice, decidono di iniziare a frequentarsi. La coincidenza più grande volete sapere qual è? Kelley e Alix erano stati brevemente una coppia al liceo. Inevitabilmente questo verrà a galla quando Emira è invitata dai Chamberlain assieme al ragazzo che frequenta – Kelley, appunto – per il giorno del Ringraziamento. Come se non bastasse, c’è una storia legata al passato di Kelley ed Alix che conferma le due principali caratteristiche di questi due personaggi: Kelley è il classico tipo che feticizza le persone di colore per sentirsi meglio con sé stesso, mentre Alix è affetta dal complesso del white saviour. I due fanno a gara a chi è il migliore e il meno razzista e si contendono letteralmente Emira quando parte della verità viene a galla: Kelley le dice che non può più lavorare per i Chamberlain e che Alix è abituata ad avere la servitù (ovviamente nera) da quando era un’adolescente; Alix le dice che Kelley è sempre stato ossessionato dalle persone di colore, al liceo ha fatto di tutto per diventare loro amico e negli anni seguenti ha solo frequentato ragazze nere. Hanno ragione tutti e due: Emira dovrebbe liberarsi di entrambi. Il romanzo però secondo me cade un po’ troppo nel territorio soap opera, specialmente con Alix che quando rivede Kelley fa certi pensieri che ci fanno dubitare che mentalmente non sia ancora ferma all’ultima volta che si sono visti.

Se Alix e Kelley sono due personaggi odiosi, la vera delusione per me è però Emira. Immagino fosse anche intenzionale, ma Emira è secondo me un personaggio debole all’interno di una storia in cui, almeno sul finale, avrebbe dovuto riprendersi. Ho trovato Emira molto apatica. In parte credo sia dovuto alla volontà di presentarla come in balia di questi altri due personaggi, ma soprattutto al fatto che è nel pieno di quella crisi a metà dei vent’anni post-università. Oltre al lavoro come baby-sitter, Emira lavora anche part-time come dattilografa per il Green Party: il primo lavoro è anche ben pagato, ma non le offre ciò di cui, arrivata alla sua età, ha davvero bisogno. Emira ha quasi ventisei anni, il che significa che presto non sarà più coperta dall’assicurazione sanitaria familiare; deve dunque cambiare la sua situazione lavorativa, così da garantirsi una copertura sanitaria a suo nome. Emira adora la piccola Briar e non le dispiace essere la sua baby-sitter, ma questo non basta per farle considerare questo impiego un vero lavoro, essendo una mansione che certe famiglie affidano spesso a delle quattordicenni. Emira per me incarna quasi quell’idea freudiana secondo cui per vivere in una società felice e stabile, bisogna rinunciare un po’ alla propria libertà e conformarsi (detto proprio in maniera spicciola e anche interpretando un po’ liberamente, alla faccia della laurea triennale in Filosofia): credo che Emira potrebbe anche essere contenta della sua vita così com’è, ma se ne lamenta di continuo perché deve procurarsi un’assicurazione, perché sarebbe meglio avere un salario anziché un lavoro pagato a ore, perché divide ancora l’appartamento con un’altra ragazza e si sente indietro rispetto alle sue amiche che sembrano invece muovere degli stabili passi verso una vita adulta socialmente accettabile. Questa apatia che ho percepito in Emira mi ha reso difficile capirla, soprattutto nel finale, quando la ragazza capisce davvero di che pasta è fatta Alix e le serve comunque la spinta della sua amica Zara per liberarsi dei Chamberlain: mi aspettavo che sul finale Emira avrebbe creato un dramma enorme, soprattutto considerando quanto la trama faccia affidamento sulle coincidenze da soap opera e invece mi hanno privato anche di questa soddisfazione.

Detto tutto questo, nonostante Alix sia una persona orribile, devo ammettere che mi ha provocato disagio il fatto che, come elemento aggiuntivo per delinearla, venga usato il suo rapporto chiaramente problematico con la maternità. Alix viene descritta come una madre di merda nei confronti di Briar (non nei confronti dei Catherine, che è la figlia più piccola, non affidata alle cure di Emira, e che è talmente la preferita che anche Briar che ha tre anni lo capisce). Sì, Alix è una madre di merda, su questo non ci sono dubbi, ma non ho apprezzato il fatto che questo venga usato per confermarla come la villain della situazione. Alix è una madre incapace, talmente incapace che secondo me dovrebbe sedersi sul divano di un terapista e cercare di capire l’origine di questa sua mancanza, se così vogliamo definirla. Qualcuno potrebbe obiettare che pagare un terapista per capire il motivo per cui si hanno problemi con la maternità possa essere da bianchi e privilegiati e sicuramente lo è, ma resta il fatto che usare la maternità per denigrare ancora di più Alix mi ha irritato profondamente. Per me questa idea della madre perfetta che deve sapere per forza come gestire al meglio i propri figli appena questi le escono dal grembo è dannosa e sterile. Inoltre, Alix è una persona orripilante per un altro milione di motivi, l’abbiamo già capito e la detestiamo a sufficienza già dalle prime pagine in cui viene presentata, non c’è di che preoccuparsi.

Non so, forse sono io a non aver capito questo libro, un libro che ho trovato interessante sotto certi aspetti, ma insopportabile per altri, tra cui anche il modo in cui è scritto. Raramente mi trovo a criticare come un libro è scritto a meno che non ci siano grossi problemi, considerando che non vanto una laurea in letteratura o simili. Il problema però qui sta nello stile, che secondo me è freddissimo, ma questo può andare per gusti, ma anche nel fatto che il libro sia scritto come se si volesse renderlo inspiegabilmente complicato per elevarne lo stile, con risultati ben diversi da quelli sperati.

La cosa più triste? Il finale. Viene lasciato intuire che niente cambia e che questi personaggi, anche se ci vengono presentati in pochi paragrafi nella loro vita qualche anno dopo gli eventi, sono rimasti uguali a com’erano, confermandosi vuoti e superficiali esattamente come ci erano stati presentati all’inizio. 

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Il travolgente successo di Daisy Jones & the Six

“Daisy Jones & the Six” è il titolo del libro scritto da Taylor Jenkins Reid, pubblicato per la prima volta nel marzo del 2019 e arrivato in Italia con lo stesso titolo per la casa editrice Sperling&Kupfer. L’autrice ha pubblicato numerosi libri in passato, ma questo è il primo che giunge alla mia attenzione, grazie al grande successo che ha avuto. 

La storia narra di una band, chiamata appunto Daisy Jones and the Six, formatasi negli anni ‘70, che ha ottenuto un successo straordinario, riempiendo stadi, spopolando in radio, apparendo sulle copertine di giornali come Rolling Stones. La band ha pubblicato soltanto un disco, che stava promuovendo durante un tour sold out che ha finito per essere interrotto prima del previsto. La band si è infatti sciolta il 12 luglio del 1979 dopo il loro concerto a Chicago.

Facciamo alcune premesse: Daisy Jones and the Six non sono mai esistiti. La storia narra di una band fittizia, con un successo fittizio e dei fans fittizi. L’intento dell’autrice è creare un resoconto di quello che è stato sotto forma di testimonianze ed interviste, svelando sul finale i motivi che hanno portato la band a sciogliersi e a sparire nel nulla. Il libro è dunque composto dalle dichiarazioni dei vari componenti e di altri personaggi fondamentali per la loro carriera e nella loro vita: produttori, giornalisti, familiari, amici. I vari componenti sono stati intervistati in sede singola e le loro dichiarazioni sono state poi riordinate in ordine cronologico, in modo che il lettore possa ascoltare le diverse opinioni degli interessati su un certo argomento o fatto accaduto. Qui mi sono imbattuta nel primo problema che ho avuto con il libro, ossia il fatto che quasi per ogni avvenimento i diversi membri della band avessero una percezione totalmente diversa. E’ ovvio che ognuno ha un’esperienza diversa dello stesso vissuto e all’inizio ho trovato quasi divertente il fatto che le opinioni di questi personaggi fossero completamente agli antipodi, ma la cosa diventa un po’ fastidiosa quando costantemente ci troviamo nella situazione in cui a posteriori Tizio dice A e Caio dice B. Ci sono momenti in cui mi è il dubbio che queste persone fossero davvero nella stessa stanza, considerando la loro impressione totalmente diversa dello stesso avvenimento. Questo è fatto per illustrare le dinamiche interne alla band, dinamiche non sempre idilliache: c’è una grande mancanza di dialogo tra questi musicisti, senza contare che il frontman e cantante, Billy, è il classico divo adorato dal pubblico nonché mente della band, anche se in realtà appare spesso come un testardo che vuole far tutto da solo senza ascoltare l’opinione dei suoi compagni musicisti perché crede in fondo in fondo di essere meglio di loro. 

Billy, assieme a suo fratello Graham, è il fondatore della band The Six, la quale ha questo nome perché i membri sono sei (anche se in realtà non riescono a concordare neanche su questo perché alcuni di loro credono che questo nome sia stato scelto per la sua assonanza con “the sex”). Nel corso della loro carriera, i nostri sei si imbattono in Daisy Jones, la quale aveva già composto e pubblicato musica come solista e aveva guadagnato fama perché era bellissima, frequentava i luoghi e le persone giuste, insomma era l’incarnazione dello spirito libero femminile anni ‘70. Il duetto che Daisy Jones registra con la band diventa un successo, grazie anche alla chimica che la ragazza ha con Billy: le loro voci sembrano completarsi e la loro presenza sul palco riesce a rapire chiunque li osservi. Peccato che Billy e Daisy si odino. O forse no?

La cosa che mi ha infastidito del libro è che parte bene: un format interessante e diverso (personalmente non ho mai letto un libro strutturato come una lunga intervista ad una band totalmente inventata), ma poi finisce sui soliti cliché. Nel paragrafo a seguire, alcuni spoiler presenti, quindi saltate e passate a quello successivo se non volete rovinarvi l’eventuale lettura del libro.

Speravo davvero che il grande mistero alla base dello scioglimento di questa band non fosse la solita solfa “Sex, drugs and rock’n’roll”, ma purtroppo è così. Daisy viene presentata da subito come una ragazza che non schifa le droghe, anzi, ci sguazza dentro. Anche Billy inizia a farne uso quando la band raggiunge il successo. Mentre Daisy è uno spirito libero (si sposa ad un certo punto della narrazione, ma con un tizio più drogato di lei, un vero e proprio “match made in Heaven”), Billy ha una ragazza, Camila, di cui è molto innamorato e con cui si sposa. Camila scopre di essere incinta proprio quando la carriera dei The Six sta decollando. Billy parte in tour con la band e lascia Camila a casa, ma di questo lei non si cruccia perché è davvero una santa, la donna più buona e comprensiva dell’universo. Peccato che Billy si riveli un bambino, chiaramente spaventato dal suo imminente ruolo di padre: inizia ad abusare delle sostanze e a spassarsela con le groupies. Camila lo sorprende, per qualche strano motivo non gli spacca la testa contro il muro, gli dice che ha tempo fino alla nascita della figlia per disintossicarsi e smetterla di fare donnaiolo. Billy entra in rehab il giorno della nascita di sua figlia e ci trascorre due mesi. Da qui in poi Billy resterà pulito, non senza difficoltà. Quando Billy sembra avere in mano la sua vita, arriva Daisy Jones che non solo sta fuori come un balcone, ma è anche la donna più figa degli anni ‘70. I due si detestano, come solo possono fare due artisti profondi e tormentati che vengono costretti a lavorare insieme, e ci viene fatto capire che si innamorano l’uno dell’altro. A me questa cosa onestamente ha fatto alzare gli occhi al cielo perché stiamo parlando di due persone adulte, non di due liceali che si stuzzicano per far capire l’uno all’altro che in realtà provano un certo interesse. Vediamo i due comporre musica insieme, per lo più litigando su ogni singola nota e verso, e io dovrei anche credere che questi due siano innamorati l’uno dell’altro? Credo che in questo libro si confonda l’amore con la lussuria. Billy è egocentrico, cieco ed ottuso, ma anche Daisy non è da meno: viene descritta come una donna forte e indipendente perché non indossa il reggiseno e dice cose come “I had absolutely no interest in being somebody else’s muse. I am not a muse. I am the somebody. End of fucking story”. La metà delle cose che escono dalla bocca di Daisy sembrano a mio parere quelle di una bimbaminkia su tumblr, con tutto il rispetto. Jenkins Reid ha fatto un lavoro davvero interessante per quanto riguarda lo stile del libro, tanto da aver inserito alla fine del volume i testi della canzoni che vanno a comporre l’album di Daisy Jones and the Six, “Aurora”. Alcuni di questi testi non sono neanche malaccio, ma allo stesso tempo grazie a questi scopriamo che Daisy Jones è il genere di persona che scrive versi come “When you think of me, I hope it ruins rock’n’roll” (verso di una canzone scritta dopo l’ennesima diatriba con Billy) che a me pare la caption perfetta per quella foto in bikini che postiamo su instagram dopo la rottura con il fidanzato stronzo per ricordargli cosa si sta perdendo.

I personaggi di contorno sono mille volte più interessanti. Le altre donne del romanzo sono davvero donne indipendenti e forti. Abbiamo Karen, la tastierista che sa perfettamente chi è e cosa vuole e va a prenderselo, sia dal punto di vista sentimentale che da quello professionale: non solo Karen fa una scelta personale che è ancora uno stigma adesso, figuriamoci negli anni ‘70, ma dopo lo scioglimento della band, continuerà ad andare in tour con altre band per oltre 20 anni. Onestamente, Karen si meriterebbe uno spin-off tutto suo. Abbiamo Camila, che come ho già detto è una santa, una donna che non perde mai la fiducia nell’uomo che ama, anche quando questo si comporta come un bambino, ma non passa per debole o sottomessa, anzi, l’ho trovata un personaggio molto forte. Anche gli altri membri maschili della band sono mille volte più interessanti di Billy: se non contiamo quel poveraccio di Graham, fratello di Billy e per sempre costretto a vivere nell’ombra di quest’ultimo, abbiamo Pete, per cui la band era solo un ingaggio temporaneo perché la vita da rockstar non fa per lui, desidera soltanto una vita tranquilla con la ragazza che ama; abbiamo Eddie, il membro della band che vuole davvero fare musica, che non si sente ascoltato e considerato, che cerca di portare le sue idee nella stesura dell’album, ma queste vengono ignorate; abbiamo infine Warren, il classico membro della band “who is just along for the ride”, ossia non gli dispiace essere nella band (droghe, groupies e successo, yay), ma non vuole essere coinvolto in tutti i battibecchi tra le varie primedonne del gruppo e solitamente esce fuori a fumare una sigaretta e torna quando è arrivato il momento di suonare (Warren is my spirit animal).

La struttura intervista/documentario funziona bene ed è senza dubbio uno degli elementi più coinvolgenti, almeno fino a quando non viene rovinata in maniera maldestra. Prima della fine del libro scopriremo chi è l’intervistatrice, ma ciò accade purtroppo in maniera anti-climatica. Considerando che Jenkins Reid si impegna molto per rendere autentica la struttura da lei scelta, tanto da porre all’inizio una “Nota dell’autrice” dove per autrice non si intende Jenkins Reid, ma l’intervistatrice della storia, perché rovinare il tutto facendoci scoprire chi è stato fino ad ora l’interlocutore dei vari intervistati nel bel mezzo dell’intervista stessa? Non sarebbe stato meglio porre alla fine del libro una sorta di biografia fittizia dell’autrice grazie alla quale avremmo scoperto chi era in realtà la persona che aveva condotto tutte quelle interviste e quale fosse il suo legame con la band? Sarebbe stato decisamente più autentico e sarebbe stato decisamente più realistico e professionale, soprattutto contando che, arrivati all’ultimo capitolo, visto che oramai l’arcano è stato svelato, tutti gli intervistati si rivolgono all’intervistatrice dandole del tu, come se fossero quattro amici al bar. Davvero una scelta infelice.

Il libro diventerà una serie tv per Amazon Video, composta da 13 episodi. Onestamente, sono molto curiosa di vedere come tradurranno la storia sullo schermo, se manterranno lo stile finta intervista per poi esplorare il passato attraverso flashback (spero proprio di sì) o se la storia sarà semplicemente ambientata negli anni ‘70. Qualunque sarà la scelta, sono molto curiosa perché credo che come serie tv potrebbe funzionare anche meglio che come libro.
In generale non mi sento di sconsigliare totalmente il libro perché alcuni personaggi meritano davvero e soprattutto vale la pena di leggerlo per immergersi in questa struttura diversa dal solito. Inoltre, se come me avete avuto almeno una volta nella vita una band del cuore di cui leggevate tutte le interviste e cercavate di scoprire tutti i segreti, soprattutto riguardo al loro processo creativo, questo libro potrebbe portarvi alla mente parecchi ricordi ed emozioni. Preparatevi però per protagonisti discretamente odiosi, momenti vagamente noiosi e un po’ ripetitivi e un finale che è l’esatto opposto dell’hype generato dal libro stesso.

Pubblicato in: Pagine, Schermi

I preferiti del mese di Febbraio

Libri: Girl, Woman, Other di Bernardine Evaristo

Pubblicato in Italia da Edizioni Sur con il titolo “Ragazza, Donna, Altro”, questo libro è stato considerato da molti uno dei migliori del 2020. E’ una lettura interessante e diversa, a partire dalla prosa in versi. Tanto ho sentito parlare di questo libro e mai nessuno che avesse nominato il modo in cui è scritto, dettaglio che mi ha molto sorpreso quando l’ho aperto per la prima volta. Non mi ero mai trovata di fronte ad uno stile del genere e ogni volta che riprendevo la lettura dovevo riabituarmi a questa prosa in versi. Allo stesso tempo non sono sicura che il libro avrebbe funzionato allo stesso modo senza questa scelta stilistica. Dodici sono i racconti che lo compongono, per lo più incentrati su donne di diverse età e generazioni (uno di questi racconti tratta di una persona che si identifica con genere neutro), tutte collegate le une alle altre per motivi più o meno caratterizzanti. Abbiamo madri e figlie, amiche di vecchia data che ancora si parlano mentre altre hanno perso i contatti, studentesse ed insegnanti, nonne e nipoti. Abbiamo donne che amano altre donne, madri che amano i mariti delle loro figlie, madri che si ritrovano con tre figli e nessun padre con cui condividere la responsabilità, donne che sembrano avere la natura contro quando si tratta di diventare madri. Il bello del libro sta in questo, in raccontare tante storie diverse, spaccati di vita in cui potremmo riconoscerci o meno, ma che sicuramente ci faranno riflettere e provare forti emozioni. Siamo tutte queste donne e nessuna di loro allo stesso tempo, possiamo riconoscerci in alcuni loro pensieri e in parte del loro vissuto, ma alla fine la loro storia è unica e propria a se stessa, esattamente come la storia di ognuno di noi, e va rispettata proprio per questa sua bellezza. E’ un libro che, più che essere semplicemente letto, deve essere ascoltato con grande empatia, la quale qui, come in tanti altri casi, è davvero la chiave di tutto.

Serie tv: Crime Scene: The Vanishing at the Cecil Hotel

Prima di Netflix, documentario per me equivaleva a noia: immagini di animali nella Savana o di fauna e flora tipici della Foresta Pluviale erano la mia idea di documentario, spesso narrata dalla voce di un uomo di mezz’età con discrete doti soporifere. Dopo l’avvento di Netflix, le cose sono cambiate; in particolar modo, per un’amante del true crime come me, Netflix è un pozzo delle meraviglie. Il primo documentario che ho visto sulla piattaforma è stato “Making a Murderer”, anche se sono saltata su questo treno molto in ritardo rispetto agli altri; dopo di lui, tanti ne sono seguiti. Questa nuova docu-serie, divisa in quattro episodi, parla di uno dei tanti fatti strani avvenuti al Cecil Hotel, un hotel di Los Angeles famoso per le numerose storie di omicidi, suicidi e morti misteriose consumatesi al suo interno. Su di esso tra l’altro è basato l’hotel Cortez della quinta stagione di “American Horror Story”. Il documentario si concentra in particolar modo sul caso di Elisa Lam, che io non conoscevo nei dettagli, ma di cui avevo già sentito parlare; in particolar modo me ne sono resa conto quando arriva il secondo episodio, quello del ritrovamento del suo corpo. “Sulla scena del delitto: Il caso del Cecil Hotel” – questo il titolo italiano – secondo me è simile ed opposto ad un’altra docu-serie Netflix, “Don’t fuck with cats: Hunting an Internet killer”. In quest’ultimo, vengono intervistati degli “investigatori di internet” che ai tempi furono davvero di aiuto nel trovare Luka Magnotta, che aveva postato online due video: nel primo uccideva un gatto con un aspirapolvere; nel secondo, la sua vittima era un ragazzo che aveva attirato nella sua trappola tramite Craigslist. Nel documentario su Elisa Lam, vediamo altri detectivi di internet all’azione, ma con risultati completamente diversi: viene mostrato dove una piccola comunità possa ideare complotti da film, scovando connessioni ovunque. Il caso di Elisa Lam presenta davvero tante stranezze e un mare di coincidenze che neanche nei peggiori film thriller e il documentario le esplora tutte, creando un grande hype, lo stesso che probabilmente ha spinto questi detectivi di internet a credere che ci fosse un occultamento di fatti e di prove in cui erano coinvolti LAPD, l’Hotel Cecil e persino The Last Bookstore, un negozio di libri dove Elisa si era recata poco prima della sua scomparsa (vogliamo parlare del nome di questa libreria? Nel contesto della storia diventa inquietante a dir poco). Questi detective di internet hanno individuato numerose stranezze per alimentare altrettanti sospetti: alcuni pensavano che Elisa fosse stata uccisa da un pazzo che voleva ricreare la storia del film horror “Dark Water”, uscito qualche anno prima (il ritrovamento del corpo nella cisterna dell’acqua sul tetto dell’hotel era il dettaglio più pressante in questa analogia); altri credevano che il colpevole fosse un certo cantante black metal chiamato Morbid che aveva alloggiato al Cecil Hotel a sua volta, poi scagionato, nonostante il suo presunto coinvolgimento l’ha reso vittima di un abuso online da brivido; l’ipotesi più assurda e inquietante, secondo me, vedeva Elisa Lam come un’arma biologica, considerando che Skid Row, la via piena di senzatetto e spacciatori a pochi passi dall’hotel, era stata colpita da un’epidemia di tubercolosi e il test per tale malattia si chiama appunto Lam Elisa, senza contare che Elisa frequentava l’Università della British Columbia a Vancouver, nota per i suoi studi sulla tubercolosi. La soluzione del mistero però è in realtà piuttosto ordinaria e, forse per questo, ancora più triste. Il documentario illustra la speranza che spesso le persone nutrono quando si trovano di fronte ad un incidente, la speranza che magari ci sia un agente esterno, un terzo che abbia creato tale sfortunata situazione, soltanto per avere qualcuno da incolpare. Nella storia di Elisa Lam ci sono tanti elementi che fanno pensare che qualcuno possa averle fatto del male, ma alla fine del documentario si lascia poco spazio ai dubbi e risulta piuttosto evidente che purtroppo questa ragazza ha trascorso gli ultimi attimi della sua vita in uno stato mentale che l’ha condotta alla sua triste sorte. Elisa era affetta da disturbo bipolare e dall’autopsia è risultato che avesse smesso di prendere le sue medicine o che ne stesse prendendo meno di quelle necessarie. Anche per gli amanti dei misteri come me, il documentario alla fine lascia una sensazione definitiva che il caso sia stato risolto, per quanto triste la realtà dei fatti possa essere. Un documentario interessante e coinvolgente, anche se alcuni di questi detective di internet erano talmente morbosi da crearmi un certo senso di disagio.

Film: The Platform

Giungo in ritardo alla visione di questo film, che in Italia, con il titolo “Il buco”, circa un anno fa apparentemente è stato “all the rage” e ha fatto molto discutere, infatti dopo averlo visto mi sono accorta che ogni youtuber che seguo ne ha parlato sul suo canale. Un thriller/horror spagnolo del 2019, la storia parla di una sorta di prigione verticale con un buco al centro attraverso il quale viaggia una piattaforma che funge da tavolo, imbandita di cibo. Chi è ai primi livelli si abbuffa e lascia poco o niente a chi è sotto, senza contare che ciò che lascia è già stato toccato, mangiucchiato, “smuficchiato” come direbbe mia madre in una parola che non so se sia dialetto o suo neologismo. Ogni mese, i detenuti vengono spostati di livello senza un vero e proprio criterio: non sembra infatti dipendere da una condotta buona o meno, anzi, dai racconti di Trimagasi, il primo compagno di cella di Goreng, il nostro protagonista, si ha l’impressione che se un mese sei ai piani alti, il mese dopo ti ritroverai ad uno di quelli bassi. Questa prigione di livelli ne ha tanti, 200 dice Imoguiri, la seconda compagna di cella di Goreng, la quale lavorava per l’Amministrazione prima di decidere di entrare volontaria in questa struttura, essendo malata ed avendo pochi mesi di vita rimasti (scelta che poco comprendo, ma ok). Chi sta oltre il livello 50, spesso non mangia, diventando così violento nei confronti del compagno di cella e ricorrendo spesso al cannibalismo. Ogni detenuto può scegliere un oggetto da portare con sé e quando Trimagasi dice a Goreng che si è portato dietro un coltello, il Samurai Plus, comprato in una di quelle televendite che mi hanno ricordato quelle del beneamato Chef Tony, Goreng inizia a credere che forse ha sottovalutato la situazione. Ci sono tante, tante cose lasciate in sospeso in questo film, tante domande non risposte: la sceneggiatura non è senza difetti. Non so neanche se questo luogo possa essere definito prigione visto che ci sono detenuti veri e propri che sono stati rinchiusi secondo una qualsiasi legge esistente nel mondo fuori, che noi comunque non conosciamo, ma ci sono anche persone che entrano volontariamente, come Goreng, in cambio di qualcosa una volta che usciranno. Sembra strano inoltre che alcuni detenuti si spostino di livello senza ripercussioni, ma se cercano di conservare un pezzo di cibo da mangiare più tardi rischiano di morire o congelati o bruciati. Sembra strano, ma allo stesso tempo nel primo dialogo del film ci viene detto da Trimagasi che la fossa ruota attorno al “mangiare”: tutto ruota in effetti attorno al cibo, viene detto all’inizio, viene detto più volte. Il primo dialogo del film è chiaramente in funzione dello spettatore, così che possa capire cosa sta succedendo a grandi linee, benché sembra strano che Goreng si sia offerto di farsi rinchiudere in questo posto e non ne conosca i dettagli. Del resto, siamo chiaramente in una distopia, che a volte è il modo migliore per pararsi un po’ il sedere quando certe cose non filano o ci sono dei buchi di trama. Il film ha il pregio di non essere noioso né vuoto, non c’è un istante in cui non succeda qualcosa, tanto che quando mi sono accorta che mancavano solo 20 minuti alla fine mi sono sorpresa di quanto fosse successo prima, ma ancor di più mi sono sorpresa di quante cose sono poi successe in quegli ultimi 20 minuti. Il ritmo è serrato, aiutato da qualche montage ben costruito, con musica adatta, che illustra il passare del tempo e l’effetto che questa prigionia sta avendo su Goreng, il quale era entrato lì dentro credendo di essere uno dei giusti, uno dei buoni, e deve infine ricredersi. La storia – e qui sta il bello – è una grande metafora delle classi sociali e della lotta tra queste. Non viene dipinta un’immagine positiva dell’umanità, considerando che per farsi ascoltare dalla gente non basta la gentilezza, bisogna minacciare di cagare sul piatto in cui mangiano per farli collaborare: così fa infatti Goreng quando Imoguiri tenta di farsi ascoltare da quelli sotto di lei, dicendo che, se razionassero le porzioni, il cibo basterebbe per tutti. Interessante è il fatto che lei stessa, benché lavorasse per l’Amministrazione non conosca davvero tutta la storia, infatti il numero dei livelli è ben più di quanto le fosse stato detto, dunque forse l’unica possibilità di mangiare per tutti sarebbe comunque lasciare il popolo sempre un po’ affamato, senza contare come sia evidente che, anche chi fa parte del sistema, a volte viene tenuto all’oscuro di come lo stesso veramente funzioni. Questa scena sottolinea inoltre come sia possibile influenzare solo chi è sotto di noi: non c’è infatti possibilità che chi è ai livelli superiori ascolti le preghiere di Imoguiri, così come non ascolteranno le minacce di Goreng il quale, ovviamente, non può cacare in aria. Sottintesa è anche l’idea che le generazioni future siano in una situazione pessima a causa di chi è venuto prima di loro, il quale non si è curato di coloro che sarebbero venuti dopo e che sarebbero stati costretti a vivere in un mondo precedentemente fagocitato, sfruttato e distrutto. Altro motivo per cui l’immagine dell’umanità data da questo film non è positiva sta nel mostrare in più di un’occasione che il dialogo non basta e la violenza è preferibile per ottenere ciò che si vuole. Molti si sono lamentati del finale e in effetti ha deluso un po’ anche me. Considerando tutto quello che viene prima, l’idea data alla fine delle generazioni future come unica speranza mi è sembrata un po’ troppo buonista e menefreghista allo stesso tempo, un lavarsene le mani che rappresenta una mentalità dannosa che secondo me dovrebbe essere estirpata: le generazioni future saranno anche l’unica speranza, ma l’incarico di cambiare il mondo non può essere dato solo a loro, tutti devono partecipare, tutti devono cambiare perché la realtà e il mondo si salvano solo con un’azione collettiva. Senza contare che secondo me il messaggio doveva essere la panna cotta (chi ha visto il film capirà): sarebbe stato decisamente più potente.