Pubblicato in: Me, me stessa e io

Paco

È successo.

Domenica, tornata a casa dal lavoro neanche troppo tardi (ultima volta che accade perché con il rilassamento delle restrizioni si torna anche agli orari indecenti di un tempo), trovo Lui sveglio. Neanche il tempo di togliermi la giacca, le scarpe e lavarmi le mani (sacrilegio!), che Lui mi dice di affacciarmi in camera nostra, c’è qualcosa che deve mostrarmi. Mi dispiace deludervi, questo post non avrà risvolti pornografici.

C’è qualcosa nel suo sguardo che, come già successo altre due volte in passato, mi fa saltare un battito cardiaco, sperando nell’impossibile.

Stavolta l’impossibile è successo.

Mi sporgo oltre la soglia della camera e sul nostro letto c’è un gattino bianco e nero. Il mio sguardo si posa su di lui per la prima volta mentre è intento a sferzare una zampata a qualcosa di invisibile.

Trascorro la seguente ora ad osservare questa creaturina trotterellare per casa, galoppare qua e là con quella velata instabilità e leggera scordinatezza dei gatti ancora cuccioli, prima che si trasformino in agili ed eleganti adulti.

Mi godo il momento meglio che posso, mentre bombardo Lui con una sequela di domande per cui trova ogni risposta, il che mi ricorda perché, una volta finito il Pandemonio, ho intenzione di sposarlo. 

E il vaccino? Il primo è stato già fatto dalla persona da cui ho preso il gatto. E la lettiera? L’ho comprata, è lì nell’angolo insieme a giochini e pappa. Ma la pappa è per gattini? Certo, mi sono fatto consigliare dal tizio del negozio. E quando lo troviamo il tempo di imparargli ad andare sulla letteria? E’ già stato istruito a dovere dalla madre, l’ho preso per questo perché sapevo che per te era il motivo di più grande preoccupazione. A conferma di quanto detto, il gatto smolla una pisciata sulla suddetta lettiera, indaffarandosi poi a coprire diligentemente.

Arriva poi la domanda più cruciale di tutte: domani mattina abbiamo l’ispezione dell’appartamento da parte di quelli dell’agenzia (che ci ha vietato animali da compagnia da contratto), che cazzo facciamo? Lui ha pensato pure a quello: nonostante non abbiamo un balcone o un giardino o niente di niente, ha trovato il modo per nasconderlo nel portantino e metterlo fuori della finestra (il fatto che il nostro appartamento abbia delle finestre che sono per tre quarti coperte da un osceno muro si rivela un vantaggio in questo caso, così possiamo incastrare il portantino con il gatto dentro tra la facciata della casa e questa muraglia che ci regala un’illuminazione deprimenti anche quando splende il sole, intanto il gatto si distrae guardando i piccioni che ogni anno fanno il nido nel canale di scolo e le uova si sono pure appena schiuse).

Paco, questo è il suo nome, anche se è da cane, lo so. 

Dovete sapere che Lui mi chiama “piccola”, cosa che mi farebbe rabbrividire se fosse italiano, ma il fatto che non lo sia lo rende accettabile e anche dolce. Sono una ragazza minuta e quando lui ha scoperto il significato della parola “piccola”, che senza dubbio mi si addice, il suono gli è piaciuto così tanto che ha deciso di usarlo come soprannome per me. Anche io ho iniziato a chiamarlo “piccolo” (facciamo vomitare, lo so).

Lui ha suggerito di chiamare il gatto Piccolo (non prima di aver suggerito Felix, nome che ho rifiutato essendo il nostro gatto bianco e nero come quello della pappa per gatti chiamata appunto Felix); quando ho detto di no, ha proposto “Allora chiamiamolo Poco”, ma gli ho spiegato cosa Poco significa in italiano e perché farebbe schifo come nome per un povero gatto. “Perché non lo chiamiamo Paco?” ho suggerito. E così è stato battezzato.

Paco è con noi da meno di 48 ore e già non riesco ad immaginarmi la mia vita senza di lui, forse perché è davvero affettuosissimo, non ho mai avuto penso un gattino così amichevole dal minuto zero. Dormire nel letto con noi non è stata neanche una cosa a cui abbiamo dovuto abituarlo (io sono del partito che i gatti debbano avere accesso a tutta la casa, ad eccezione del tavolo quando si sta mangiando, giusto perché sennò ti rubano il cibo dal piatto), dormire sulle nostre gambe idem: mentre sto scrivendo questo post, è appallottolato nel mio grembo. 

Paco non ronfa molto, nonostante ho già mille foto che lo ritraggono con espressione beata che ti farebbero sospettare che stia ronfando come un trattore. L’ho udito stamattina per la prima volta e non ha ronfato neanche quando lo stavo accarezzando, no, ha ronfato mentre mi annusava la testa, per poi procedere nel tentativo di mangiarmi i capelli.

Dopo la prematura morte di Bella, l’ultima gatta di mia madre, mi terrorizza avere un animale così piccolo affidato alle mie cure e mi spaventa ancora di più essermene già completamente innamorata. 
La mia ansia e il mio pessimismo riescono ad oscurare anche la luce di questo evento. Ma non del tutto. Solo un po’. Perché per tutto il resto del tempo, provo quella contentezza tipica di chi sente che la propria vita è finalmente completa.

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Peccato che

Tra due-tre giorni sarà un mese che non scrivo il potenziale romanzo. Non ho la testa, né l’ispirazione. E’ come se, una volta iniziato il lavoro, il mio cervello si fosse prosciugato e non ci sia spazio per nient’altro a parte il lavoro stesso o poco più. Me lo aspettavo, ma mi rattrista comunque.

A proposito di lavoro, è avvenuta la conversazione che tanto desideravo in passato. E’ incredibile come spesso le cose vadano davvero come voglio io, peccato che quando ciò finalmente accade io sia giunta al punto in cui non me ne importi quasi più niente. Sempre troppo tardi. Tempismo sempre imperfetto.

E’ avvenuta la conversazione con il boss in cui mi ha detto “Quando me ne andrò, il bar sarà tuo” e non è neanche un modo di dire, non è un “Aspetta e spera”, non nasconde il doppio senso “Me ne andrò all’età della pensione e tu sarai sempre e solo la mia sottoposta se deciderai di restare qui”. No. Nel giro di un anno, se volessi, potrei gestire uno dei bar della compagnia, che è sempre stato il fine ultimo, anche quando lavoravo per la precedente compagnia.

Peccato che il lockdown mi abbia cambiata. L’ho già detto e lo ripeto. Peccato che sogni di portare il cv in una libreria dove non troverò mai lavoro e se lo trovassi sarei sottopagata e con le lacrime agli occhi alla prima busta paga.

Peccato che io volessi semplicemente fare la bartender per un paio di anni senza che nessuno mi rompesse i coglioni, che è questo alla fine il motivo per cui ho voluto far parte di questa compagnia, per la maestria, la conoscenza, la teatralità e un pizzico di follia dei bartender che ne fanno parte, per essere una di loro. Poi il mio colloquio è finito sul fatto che avevo esperienza da manager e da lì è nato tutto: mentre gli altri imparavano a maneggiare quattro bottiglie in due mani e qualche flair trick, il mio training è stato tutto puntato sul mio diventare General Manager di un bar il prima possibile. Ovviamente il Pandemonio ha rallentato le cose, ma il fine resta quello ancora oggi.
Peccato che il mio boss voglia come shift supervisor (che sarebbe il ruolo sotto al mio) una ragazza del team che già mi scavalca innumerevoli volte nonostante il mio ruolo e io so che renderà il mio lavoro ancora più odioso quando avrà un minimo di responsabilita di piu. E’ una ragazza bravissima e competente sotto tanti aspetti, ma è anche una di quelle persone con cui fatico a lavorare perché non ascolta la metà di quello che dico ed è tutto un “Ma, però, e se invece” e a me queste cose fanno imbestialire, non perché non ci debba essere scambio di idee (un team dovrebbe lavorare così), ma perché poi certa gente mi cade sulle cose più basilari riguardo tutti gli aspetti legale e di sicurezza dello staff e dei clienti che gira attorno al gestire un bar. Essendo lei però la pupilla del boss, è intoccabile. Più di una volta si è comportata come se fosse lei il manager di turno, più d’una volta ha detto in faccia ai clienti che era questo il suo ruolo e quando poi sono andata io a risolvere i casini mi sono sentita dire in faccia da perfetti idioti che “Ma la manager ci ha detto questo” e io mi sono ritrovata in quella spiacevole situazione di dover dire “Ehm, veramente la manager sono io” e loro che non mi credevano e mi trattavano come se fossi una sguattera bugiarda con manie di grandezza. Quando succedono queste cose a me viene voglia di prendere la giacca, la borsa, lasciare le chiavi della baracca nelle mani della presunta manager e tornarmene a casa e non è detto che prima o poi non arrivi il momento in cui io abbia i neuroni bruciati a tal punto da farlo davvero.

Pubblicato in: Work B**ch!

Nelle puntate precedenti

Sono tornata al lavoro da circa due settimane, dunque per questo non sono molto presente su questi schermi, senza contare che gran parte delle mie idee ultimamente hanno la forma di Reels per Instagram, ossia quei video di pochi secondi che Instagram ha introdotto dopo il successo di TikTok. No, non mi sono ancora iscritta su questo social, Instagram basta e avanza, anche perché, nonostante questa mia neonata passione per brevi video più o meno seri, scattare foto resta ancora la cosa che preferisco fare.

A tal proposito, vorrei dire che la fotocamera di cui blateravo qualche post fa è stato l’acquisto migliore che io abbia mai fatto negli ultimi anni e perché io abbia aspettato così tanto davvero non me lo spiego (ah, sì, costa mezzo rene). 

La fotocamera non è stato l’unico acquisto degli ultimi tempi: ho comprato anche un MacBook Pro (altro mezzo rene che se ne va) che al momento a stento so usare perché l’unico aggeggio Apple che conosco è l’iPhone, senza contare che  sono tipo tre-quattro anni che non uso un vero portatile, ho vissuto felicemente in compagnia di un Chromebook che è poco più di un tablet con una tastiera, a mio modesto parere. Il motivo per cui ho comprato il Mac è legato alla fotocamera di cui sopra: volevo un buon portatile per editare foto, senza contare la mezza idea che coltivo da qualche mese di imparare ad editare video e magari aprire un canale YouTube dove blaterare di film, così da avere una terza piattaforma dove nessuno mi caga su cui espormi: qui sul blog parlo un po’ di tutto, ma principalmente dei fatti miei e della mia vita, su Instagram condivido le mie opinioni sui libri che leggo e YouTube mi sembra il posto perfetto per parlare di film e serie tv. Sì, quest’anno compirò 30 anni e credo che la crisi si senta tutta.

Scherzi a parte, dopo due giorni al lavoro già volevo dare il notice, cioè dire ai miei vari boss “Bella zio, è stato un piacere, ma adesso anche basta”, ma ovviamente non l’ho fatto. Ho iniziato a gettare un occhio su varie offerte di lavoro per lavorare in libreria, un ambiente tranquillo che mi sembra particolarmente adatto a questo momento della mia vita, il problema è che la paga mensile sarebbe pari al furlough, ossia l’80% del salario pagato dal governo durante il Pandemonio per chi, come me, non poteva lavorare, con la sola differenza che se il furlough mi bastava perché dovevo pagarmi solo vitto e alloggio, non varrebbe la stessa cosa quando a queste spese si aggiungerebbe, ad esempio, il costo dei trasporti, che tra l’altro si è alzato, visto che i prezzi congelati ben cinque anni fa dal buon vecchio sindaco Sadiq si sono ormai sciolti come burro al sole, un cambiamento decisamente non ben accolto da me che, dopo un’ibernazione di ben più di 100 giorni, ho dovuto iniziare a viaggiare di nuovo. Comunque trovare un lavoro in una libreria sembra impossibile: immagino che per i topi di biblioteca come me sia il lavoro dei sogni (vogliamo parlare dello staff discount sui libri?) e che una volta assunti non lo si voglia mai lasciare.

Una delle poche cose positive di tutto questo apri e chiudi degli ultimi mesi è che i clienti non sono così malaccio. Se prima l’ottanta per cento erano teste di cazzo, adesso direi che l’ottanta per cento sono talmente felici che ci sia qualcuno a shackerargli un cocktail che raramente mi sento trattata dalla maggior parte di essi come una sguattera. Purtroppo durerà poco, la gente dimentica presto. 

Tra le cose negative c’è che la mia compagnia metterebbe tavoli anche tra le nuvole se potesse, pur di attrarre più gente possibile e recuperare tutti i soldi che hanno perso dall’inizio di questa storia. Al momento possiamo infatti servire solo all’aperto fino a metà maggio, il che mi fa venire in mente un altro aspetto negativo e cioè che è un freddo boia, tra cinque giorni è maggio e io vado ancora in giro con il pelliccione, mai vista una roba del genere.

Il mio proposito di continuare a leggere tanto una volta tornata al lavoro è già andato a farsi benedire: sono tornata a leggere quasi unicamente nel quarto d’ora del viaggio in treno di andata verso il lavoro; su quello del ritorno sono come sempre in stato comatoso e troppo impegnata a recuperare su Twitter le news del The Guardian e le stories di gente random su Instagram.

La macchina fotografica resta l’highlight delle ultime due settimane, nonchè i soldi meglio spesi in vita mia, ribadisco. Praticamente ogni giorno libero che ho mi prendo a calci da sola per non dormire troppo, così da poter uscire ad un’ora decente per scattare. Del resto, posso sempre recuperare le ore di sonno andando a dormire alle 10 di sera, da brava vecchia quasi trentenne che può fare a meno di una vita sociale…. Tranne quando si tratta di uscire per una birra con un mio vecchio collega nonché mio amico migliore di tutti gli anni trascorsi qui a Londra che ho rivisto la settimana scorsa e tutti i mesi senza vederci non hanno fatto altro che confermare che bella persona sia.


Nonostante tutto, sento che le cose stavolta siano davvero sulla strada per il ritorno alla normalità. Non so se sia grazie alla fotocamera (ancora lei) che mi spinge a girare in lungo e largo per Londra come non facevo da tempo; non so se sia dovuto alla Guinness consumata con il mio amico in un bar all’aperto, con la vista sul Tower Bridge e il Tamigi; non so se sia dovuto al fatto che sabato sera, mentre gettavamo la spazzatura dopo un turno lunghissimo e discretamente impegnativo, ci fosse in cima alla via una band di strada che suonava, con un ritmo travolgente, di quelli che ti fanno venire subito voglia di ballare, e che attorno ad essi si fosse formata una piccola folla ad ascoltarli, incoraggiandoli e muovendosi a tempo con la musica. Soprattutto quest’ultimo episodio è stato per me uno scorcio della vecchia Londra che conosco, che ricordo e che amo, quella degli artisti di strada, quella che non dorme mai, quella della gentilezza degli sconosciuti, quella dove ci si sente una piccola parte di qualcosa di immenso.

Pubblicato in: Me, me stessa e io

Cosa portereste con voi in caso di incendio?

La risposta dovrebbe essere niente, soprattutto se l’incendio è in casa vostra. Scappate e basta.

Ieri, nel tardo pomeriggio, un appartamento del mio complesso è andato in fiamme e siamo stati costretti ad uscire di casa mentre i vigili del fuoco lavoravano per contenere l’incendio. Un applauso a Lui che ha percepito la puzza di fumo prima ancora che arrivasse la polizia a bussarci alla porta, mentre io ero tranquilla, ignara e beata, impegnata a leggere.

Avendo quei due minuti per evacuare, ho preso il cappotto (per fortuna, che in questi giorni è freddo), il mio zainetto in cui ho messo il libro che stavo leggendo, il diario perché era a portata di mano, il portafoglio. Dentro c’erano già la pochette con make-up e specchietto, fazzoletti ed igienizzante mani. Ho anche sprecato due secondi per prendere la power bank sul tavolino del salotto, ma una volta fuori casa mi sono resa conto che aveva dimenticato il cavo sopra il letto.

Mentre io e Lui eravamo in strada in attesa di poter rientrare nell’appartamento, cosa che abbiamo fortunatamente potuto fare, al contrario di altre persone le cui abitazioni sono state danneggiate dal fumo, per la prima volta dall’inizio del Pandemonio ero una delle poche senza mascherina perché quella era una delle cose che avevo dimenticato di prendere.

Fortunatamente nella casa principalmente affetta non c’era nessuno, quindi l’ambulanza giunta sul luogo si è rivelata inutile.

Una volta certa che non ci fossero feriti o morti, ho trascorso l’oretta di attesa in strada con l’ansia che i miei libri bruciassero e con essi la mia macchina fotografica, alla quale si è aggiunta la paura di non poter tornare in casa e cosa avremmo fatto e dove avremmo dormito senza neanche un documento.

Alla fine tutte le mie paranoie non si sono attuate, come spesso accade. Tutto è bene quel che finisce bene.

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Roswell: differenze tra libro e serie tv (quella originale, perché sono vecchia)

L’ultimo anno e mezzo è stato l’anno dei rewatch. Ho iniziato in tempi non sospetti (pre-pandemonio), guardando dall’inizio alla fine serie tv come “Streghe” e “Buffy, l’Ammazzavampiri”, proseguendo poi con “Dawson’s Creek”. In questi giorni sto riguardando “The Vampire Diaries”, ho ricominciato da capo “The Originals” (di cui avevo visto, credo, solo la prima stagione e poco più e onestamente non è che sia granché, capisco perché l’avevo abbandonata, ma finché Netflix me la propone, perché no?). Parallelamente, sto facendo anche il rewatch di “Roswell”, la serie originale del 1999. 

Non ho mai visto “Roswell: New Mexico”, un reboot recente trasmesso sulla CW e che sembra avere più successo della serie tv originale, infatti è già stato rinnovato per una quarta stagione un paio di mesi fa, nonostante da quello che ho capito non ci sia ancora una data certa per la premiere della terza. Sto pensando di darle una chance una volta finito il rewatch, soprattutto perché ho notato il coinvolgimento del cast originale: nella seconda stagione Jason Behr, il vecchio Max Evans, è tra i personaggi ricorrenti (non ho idea per quanti episodi, ma fosse anche uno basterebbe), mentre Shiri Appleby, ai tempi Liz Parker, ha ricoperto il ruolo di regista per un paio di episodi.

Ho scoperto solo recentemente che lo show è ispirato a dieci romanzi che fanno parte di una saga chiamata “Roswell High”, pubblicata tra il 1998 e il 2000, scritta da Melinda Metz. L’ho scoperto proprio grazie al rewatch, prestando attenzione ai titoli di coda per la prima volta in vita mia.

Cosa ho deciso dunque di fare, considerata la noia di questi ultimi giorni di lockdown che neanche tre rewatch e un film al giorno potrebbero colmare? Ho deciso di leggere i libri, ovviamente.

Per ora ho letto solo il primo, intitolato “The Outsider”, non senza sofferenza per due diversi motivi, anzi tre:

  1. Ho dovuto leggere l’ebook. La serie è talmente vecchia che credo che l’ultima ristampa risalga a tipo 20 anni fa. Tutto quello che si trova di cartaceo su Amazon è di seconda mano, con prezzi di spedizione a prescindere da quanto spendi (io sono una di quelle persone sceme che compra cose finché non raggiungo la soglia dopo la quale non si pagano più le spese di spedizione, spendendo probabilmente di più alla fine, ma sono stupida, cosa volete farci) e con descrizioni della condizione del libro che suonano un po’ troppo entusiastiche per fidarmi;
  2. La scrittura è infantile a dir poco. Il target dovrebbe essere young adult, ma onestamente questi libri potrebbero essere letti anche da pre-adolescenti tra i dieci e i dodici anni, anzi, credo che siano più adatti a loro.
  3. Il libro è pieno di refusi. Innumerevoli volte manca proprio la punteggiatura, in particolar modo il punto a fine frase, che noi intuiamo doverci essere non solo perché sarebbe logico così, ma anche perché la parola seguente ha un’imponente lettera maiuscola.

E’ stata comunque una lettura leggera, di puro svago e divertimento. L’ebook non ha neanche duecento pagine ed è diviso in 16 capitoli; ne ho letti quattro al giorno, la sera prima di andare a dormire. Inoltre, l’ho comprato con i soldi guadagnati vendendo la mia roba su Depop, quindi mi sentivo particolarmente realizzata per questo (una vera e propria business woman, non c’è che dire).

Mi sono divertita a stilare una lista di differenze tra il libro e la serie. Scendendo nel dettaglio:

  1. Max è biondo con gli occhi blu, Michael è moro. Avete notato come nella scelta del casting delle serie tv gli addetti se ne sbattano completamente delle descrizioni nel libro? Ricordo ancora quando la gente si era indignata perché Nina Dobrev non era bionda come Elena Gilbert nei libri di “The Vampire Diaries”; allo stesso modo ricordo la lunghissima e sofferta scelta dell’attore perfetto per saghe come quella di “Twilight”, ad esempio, dove se gli interpreti non erano uguali a quanto descritto nel libro avevi già fallito in partenza. Ma del resto, le serie tv vivono sempre di vita propria, com’è giusto che sia, visto che durano più di un film e necessariamente si allontaneranno dal materiale originale, mentre i film tendono ad essere più fedeli, secondo me.
  2. Liz ha una sorella di nome Rosa. O meglio, aveva, visto che muore di overdose prima dell’inizio della storia. Maria afferma di avere un fratello più piccolo. Nella serie sono figlie uniche.
  3. I poteri alieni di Max, Michael e Isabel sono abbastanza diversi da quelli che vediamo sullo schermo. Anche se nello show viene detto come loro siano connessi, nel libro questo è ancora più evidente. Quando Max cura Liz (l’evento iniziale della sparatoria al Crash Down viene riportato sullo schermo quasi identicamente, con tanto di bottiglia di ketchup versata addosso a Liz per camuffare il sangue), Isabel sente anche a distanza che Max ha appena usato una grande quantità di potere. Non sa di preciso cosa il fratello abbia fatto, ma sa che si tratta di qualcosa di grosso, e riesce anche a sentire in lontananza la paura di Max e Michael (dovuta al fatto che i due temono che Max li abbia esposti come alieni salvando la vita a Liz, cosa che in effetti avviene).
  4. Liz ha un cognome diverso. Ortecho anziché Parker. Viene ripetuto più di una volta che la sua famiglia sia di origine ispanica.
  5. Gli alieni sono in grado di vedere le aure delle persone e di capire cosa stianno provando a seconda del colore di queste. Sono contentissima che abbiano abbandonato questa abilità nella serie tv perché sarebbe stata una cosa noiosissima da vedere, per di più supertrash, considerati gli effetti speciali fine anni ‘90.
  6. Michael afferma di vedere meglio di notte che di giorno. Probabilmente anche questo un potere su cui però non si approfondisce molto.
  7. Max e Michael stanno cercando di tornare sul loro pianeta da tempo. Viene detto che da qualche anno setacciano la zona desertica dove la loro navicella si è schiantata. Nella serie tv, le ricerche sembrano iniziare dopo gli eventi del Crash Down, a seguito dei quali gli alieni vengono a conoscenza della possibilità di non essere i soli presenti sulla Terra, ma potrebbe esserci un quarto alieno in grado di ricondurli a casa. Questo suscita in particolar modo grande interesse in Michael, che sia nel libro che nella serie tv ha un foster parent orribile, mentre Max e Isabel sembrano perfettamente contenti con la loro vita, essendo stati adottati da una brava famiglia.
  8. Alex ha i capelli rossi. Inoltre, nonostante i personaggi nel libro abbiano la profondità di una pozzanghera, l’impressione che ho avuto di Alex dal libro non è la stessa della serie tv. Nella serie tv sembra lo sfigatello della scuola, il tipo un po’ strambo che fatica ad inserirsi con la maggior parte della gente, ma che ha trovato due grandi amiche in Liz e Maria. Nel libro sembra più un ragazzo “standard” (passatemi il termine): non popolare, ma neanche un loser. Tra l’altro nella serie tv Isabel rifiuta inizialmente le attenzioni di Alex e soltanto in seguito (quando è troppo tardi, aggiungerei) accetta l’idea che Alex le piaccia davvero, mentre nel libro Isabel, benché giochi un poco con l’interesse di Alex nei suoi confronti, è da subito propensa a pensare che in fondo su Alex ci farebbe un pensierino.
  9. Isabel è una vera e propria queen bitch. Nella serie tv la conosciamo come una ragazza popolare, bella, con una cerchia di amiche strette, tutto ciò dovuto alla voglia di Isabel di avere una vita normale, nonostante sia un’aliena. Anche nel libro gran parte della caratterizzazione superficiale di Isabel nasconde in realtà tanta paura, insicurezza, voglia di essere normale, ma resta il fatto che in superficie sia un personaggio abbastanza odioso: in entrambi i casi Isabel ha il potere di entrare nei sogni della gente, ma nel libro lo fa per raccattare punti ed essere eletta homecoming queen, quindi non solo usa i poteri per scopi personali, ma si infila nella testa della gente per influire sulle loro decisioni. Tra l’altro dalla bocca le escono a volte commenti che neanche uno yogurt scaduto oserebbe fare. Come ho detto, questa caratterizzazione di ragazza un po’ acidella Isabel la mantiene anche nella serie tv, ma spesso si manifesta attraverso un sarcasmo un po’ cinico che è anche divertente, mentre nel libro risultata semplicemente una vipera, una vera mean girl.
  10. Gli alieni sembrano possedere un’intelligenza sopraffina, dettata anche da una grande capacità di adattamento. Nonostante Max, Isabel e Michael abbiano iniziato la scuola molto in ritardo rispetto ai loro coetanei, sono riusciti a mettersi in pari quasi immediatamente, tanto da non avere bisogno di studiare perché tanto sono dei cervelloni che riescono a primeggiare a scuola senza neanche aprire un libro. Forse mi sbaglio, ma non ho percepito la stessa caratteristica nella serie tv. Specialmente Michael, tra il padre adottivo menefreghista che lo costringe a tagliare l’erba e le innumerevoli bigiate per andare alla ricerca di indizi, non è esattamente uno studente modello e nella serie è il classico personaggio della combriccola (non manca mai) che rischia di non diplomarsi (vedi Pacey Witter in “Dawson’s Creek” e Archie Andrews in “Riverdale”, giusto per coprire una spanna di 20 e più anni per provare la mia teoria).
  11. Kyle Valenti è odioso. Kyle nella serie tv mi ha sempre fatto tenerezza: da subito ha il sospetto che i nostri eroi stiano nascondendo qualcosa, ma per gran parte del tempo non immagina, al contrario del padre, che Max sia un alieno, più semplicemente si comporta come un adolescente che detesta Max perché crede che quest’ultimo gli abbia rubato Liz, almeno finché anche Max non passa qualche episodio da rifiutato e i due fanno comunella ubriacandosi. Quando Kyle scopre la verità, si dimostra un ragazzo di cui potersi fidare, un vero alleato, grato anche per il fatto che Max gli abbia salvato la vita, che è anche l’evento che fa cambiare idea allo sceriffo Valenti su questi alieni. Inoltre ho sempre apprezzato che il suo rapporto con Tess non diventi mai romantico, anche se inizialmente lo confonde per tale: Kyle si rende conto che Tess è parte della famiglia, la considera una sorella (nonostante lei non se lo meriti perché è una stronza). Nei libri Kyle è invece cattivo quasi quanto Isabel, gli brucia da morire che Liz non lo caghi, sembra quasi emanare delle “stalker vibes” ed è un attaccabrighe.
  12. Tess non esiste. Non è comparsa in questo libro e, mi sono informata, non comparirà nei prossimi: Tess è un personaggio creato esclusivamente per lo show televisivo. Esiste però un quarto alieno e, da quello che si intuisce dal primo libro, i risvolti saranno simili a quelli della serie tv, ossia questo quarto alieno è potenzialmente pericoloso e ha ucciso gente.

Due piccole note finali su dettagli minori presenti sia nel libro che nella serie tv: 

  1. Maria crede nell’aromaterapia. Nel libro così come sullo schermo, la vediamo sniffare da varie boccette a seconda della situazione. Ho sempre trovato questa caratteristica discretamente originale e molto adatta al personaggio.
  2. Gli alieni amano la salsa piccante su tutto. Così come nella serie tv, gli alieni cospargono di tabasco tutto ciò che mangiano, anche i dolci. Anche questo è sempre stato un dettaglio insignificante, ma che ho sempre trovato particolarmente divertente.

Credo continuerò a leggere la serie di libri, nonostante io sia fuori dal target di età di riferimento di almeno 15 anni. E’ una lettura sciocca e leggera, perfetta prima di andare a dormire.