Pubblicato in: Me, me stessa e io

Paco

È successo.

Domenica, tornata a casa dal lavoro neanche troppo tardi (ultima volta che accade perché con il rilassamento delle restrizioni si torna anche agli orari indecenti di un tempo), trovo Lui sveglio. Neanche il tempo di togliermi la giacca, le scarpe e lavarmi le mani (sacrilegio!), che Lui mi dice di affacciarmi in camera nostra, c’è qualcosa che deve mostrarmi. Mi dispiace deludervi, questo post non avrà risvolti pornografici.

C’è qualcosa nel suo sguardo che, come già successo altre due volte in passato, mi fa saltare un battito cardiaco, sperando nell’impossibile.

Stavolta l’impossibile è successo.

Mi sporgo oltre la soglia della camera e sul nostro letto c’è un gattino bianco e nero. Il mio sguardo si posa su di lui per la prima volta mentre è intento a sferzare una zampata a qualcosa di invisibile.

Trascorro la seguente ora ad osservare questa creaturina trotterellare per casa, galoppare qua e là con quella velata instabilità e leggera scordinatezza dei gatti ancora cuccioli, prima che si trasformino in agili ed eleganti adulti.

Mi godo il momento meglio che posso, mentre bombardo Lui con una sequela di domande per cui trova ogni risposta, il che mi ricorda perché, una volta finito il Pandemonio, ho intenzione di sposarlo. 

E il vaccino? Il primo è stato già fatto dalla persona da cui ho preso il gatto. E la lettiera? L’ho comprata, è lì nell’angolo insieme a giochini e pappa. Ma la pappa è per gattini? Certo, mi sono fatto consigliare dal tizio del negozio. E quando lo troviamo il tempo di imparargli ad andare sulla letteria? E’ già stato istruito a dovere dalla madre, l’ho preso per questo perché sapevo che per te era il motivo di più grande preoccupazione. A conferma di quanto detto, il gatto smolla una pisciata sulla suddetta lettiera, indaffarandosi poi a coprire diligentemente.

Arriva poi la domanda più cruciale di tutte: domani mattina abbiamo l’ispezione dell’appartamento da parte di quelli dell’agenzia (che ci ha vietato animali da compagnia da contratto), che cazzo facciamo? Lui ha pensato pure a quello: nonostante non abbiamo un balcone o un giardino o niente di niente, ha trovato il modo per nasconderlo nel portantino e metterlo fuori della finestra (il fatto che il nostro appartamento abbia delle finestre che sono per tre quarti coperte da un osceno muro si rivela un vantaggio in questo caso, così possiamo incastrare il portantino con il gatto dentro tra la facciata della casa e questa muraglia che ci regala un’illuminazione deprimenti anche quando splende il sole, intanto il gatto si distrae guardando i piccioni che ogni anno fanno il nido nel canale di scolo e le uova si sono pure appena schiuse).

Paco, questo è il suo nome, anche se è da cane, lo so. 

Dovete sapere che Lui mi chiama “piccola”, cosa che mi farebbe rabbrividire se fosse italiano, ma il fatto che non lo sia lo rende accettabile e anche dolce. Sono una ragazza minuta e quando lui ha scoperto il significato della parola “piccola”, che senza dubbio mi si addice, il suono gli è piaciuto così tanto che ha deciso di usarlo come soprannome per me. Anche io ho iniziato a chiamarlo “piccolo” (facciamo vomitare, lo so).

Lui ha suggerito di chiamare il gatto Piccolo (non prima di aver suggerito Felix, nome che ho rifiutato essendo il nostro gatto bianco e nero come quello della pappa per gatti chiamata appunto Felix); quando ho detto di no, ha proposto “Allora chiamiamolo Poco”, ma gli ho spiegato cosa Poco significa in italiano e perché farebbe schifo come nome per un povero gatto. “Perché non lo chiamiamo Paco?” ho suggerito. E così è stato battezzato.

Paco è con noi da meno di 48 ore e già non riesco ad immaginarmi la mia vita senza di lui, forse perché è davvero affettuosissimo, non ho mai avuto penso un gattino così amichevole dal minuto zero. Dormire nel letto con noi non è stata neanche una cosa a cui abbiamo dovuto abituarlo (io sono del partito che i gatti debbano avere accesso a tutta la casa, ad eccezione del tavolo quando si sta mangiando, giusto perché sennò ti rubano il cibo dal piatto), dormire sulle nostre gambe idem: mentre sto scrivendo questo post, è appallottolato nel mio grembo. 

Paco non ronfa molto, nonostante ho già mille foto che lo ritraggono con espressione beata che ti farebbero sospettare che stia ronfando come un trattore. L’ho udito stamattina per la prima volta e non ha ronfato neanche quando lo stavo accarezzando, no, ha ronfato mentre mi annusava la testa, per poi procedere nel tentativo di mangiarmi i capelli.

Dopo la prematura morte di Bella, l’ultima gatta di mia madre, mi terrorizza avere un animale così piccolo affidato alle mie cure e mi spaventa ancora di più essermene già completamente innamorata. 
La mia ansia e il mio pessimismo riescono ad oscurare anche la luce di questo evento. Ma non del tutto. Solo un po’. Perché per tutto il resto del tempo, provo quella contentezza tipica di chi sente che la propria vita è finalmente completa.

Pubblicato in: Work B**ch!

Peccato che

Tra due-tre giorni sarà un mese che non scrivo il potenziale romanzo. Non ho la testa, né l’ispirazione. E’ come se, una volta iniziato il lavoro, il mio cervello si fosse prosciugato e non ci sia spazio per nient’altro a parte il lavoro stesso o poco più. Me lo aspettavo, ma mi rattrista comunque.

A proposito di lavoro, è avvenuta la conversazione che tanto desideravo in passato. E’ incredibile come spesso le cose vadano davvero come voglio io, peccato che quando ciò finalmente accade io sia giunta al punto in cui non me ne importi quasi più niente. Sempre troppo tardi. Tempismo sempre imperfetto.

E’ avvenuta la conversazione con il boss in cui mi ha detto “Quando me ne andrò, il bar sarà tuo” e non è neanche un modo di dire, non è un “Aspetta e spera”, non nasconde il doppio senso “Me ne andrò all’età della pensione e tu sarai sempre e solo la mia sottoposta se deciderai di restare qui”. No. Nel giro di un anno, se volessi, potrei gestire uno dei bar della compagnia, che è sempre stato il fine ultimo, anche quando lavoravo per la precedente compagnia.

Peccato che il lockdown mi abbia cambiata. L’ho già detto e lo ripeto. Peccato che sogni di portare il cv in una libreria dove non troverò mai lavoro e se lo trovassi sarei sottopagata e con le lacrime agli occhi alla prima busta paga.

Peccato che io volessi semplicemente fare la bartender per un paio di anni senza che nessuno mi rompesse i coglioni, che è questo alla fine il motivo per cui ho voluto far parte di questa compagnia, per la maestria, la conoscenza, la teatralità e un pizzico di follia dei bartender che ne fanno parte, per essere una di loro. Poi il mio colloquio è finito sul fatto che avevo esperienza da manager e da lì è nato tutto: mentre gli altri imparavano a maneggiare quattro bottiglie in due mani e qualche flair trick, il mio training è stato tutto puntato sul mio diventare General Manager di un bar il prima possibile. Ovviamente il Pandemonio ha rallentato le cose, ma il fine resta quello ancora oggi.
Peccato che il mio boss voglia come shift supervisor (che sarebbe il ruolo sotto al mio) una ragazza del team che già mi scavalca innumerevoli volte nonostante il mio ruolo e io so che renderà il mio lavoro ancora più odioso quando avrà un minimo di responsabilita di piu. E’ una ragazza bravissima e competente sotto tanti aspetti, ma è anche una di quelle persone con cui fatico a lavorare perché non ascolta la metà di quello che dico ed è tutto un “Ma, però, e se invece” e a me queste cose fanno imbestialire, non perché non ci debba essere scambio di idee (un team dovrebbe lavorare così), ma perché poi certa gente mi cade sulle cose più basilari riguardo tutti gli aspetti legale e di sicurezza dello staff e dei clienti che gira attorno al gestire un bar. Essendo lei però la pupilla del boss, è intoccabile. Più di una volta si è comportata come se fosse lei il manager di turno, più d’una volta ha detto in faccia ai clienti che era questo il suo ruolo e quando poi sono andata io a risolvere i casini mi sono sentita dire in faccia da perfetti idioti che “Ma la manager ci ha detto questo” e io mi sono ritrovata in quella spiacevole situazione di dover dire “Ehm, veramente la manager sono io” e loro che non mi credevano e mi trattavano come se fossi una sguattera bugiarda con manie di grandezza. Quando succedono queste cose a me viene voglia di prendere la giacca, la borsa, lasciare le chiavi della baracca nelle mani della presunta manager e tornarmene a casa e non è detto che prima o poi non arrivi il momento in cui io abbia i neuroni bruciati a tal punto da farlo davvero.