Pubblicato in: Me, me stessa e io

Sono una cattiva femminista perché provo paura?

Qualche giorno fa, uscita per fare una commissione, sono passata accanto ad una ragazza, a sua volta diretta da qualche parte. Abbiamo avuto qualche giorno decisamente primaverile, io stessa non indossavo i miei soliti giacchetti pelosi, ma un semplice giacchetto di finta pelle, senza maglione, sopra una camicia di quelle lunghe, a vestito. La ragazza era in tenuta estiva. Qua si tende a liberarsi di cappotti e maglioni appena arriva la primavera, anche se ci saranno ancora sicuramente giornate da 7 gradi. La ragazza indossava un bel vestito celeste, con una gonna corta a balze, un corpetto senza bretelle che sottolineava le sue forme.

Quanto sto per dire suonerà anti-femminista per qualcuno, ma ascoltatemi prima di sparare.

Nel passare accanto ad un ragazzo alla fermata del bus, questa ragazza è stata seguita con lo sguardo da costui, che l’ha osservata con occhi famelici e un sorriso agghiacciante e io mi sono ritrovata ad avere paura per lei. 

Mi sono ritrovata ad avere paura per lei, soprattutto dopo che io stessa sul mio cammino ho attirato sguardi fastidiosi da qualche uomo incontrato per strada. Mi sono ritrovata ad avere paura per lei perché prima di uscire di casa indossavo un vestito decisamente più corto, ma ho deciso di cambiarlo perché se mi hanno guardato con la lunga camicia-vestito che è larga e non sottolinea neanche le forme, figuriamoci cosa sarebbe successo se avessi osato indossare un vestito corto. Mi sono ritrovata ad avere paura per lei perché viviamo ancora in un mondo che si divide tra uomini che credono che indossare certi vestiti equivalga ad un invito e tra persone che credono che se ti vesti in un certo modo te la devi essere cercata. 

La ragazza era più giovane di me, probabilmente aveva 8-10 anni in meno. Ho ricordato come ero io alla sua età. Vivevo in zone che ai tempi venivano considerate poco pericolose, anche se capitavano anche dalle mie parti notizie da brivido, come la storia di una ragazzina giovanissima, tredicenne circa, stuprata da tre-quattro conoscenti una sera d’estate in una zona buia del parco pubblico, ad un orario in cui il parco era ancora pieno di gente, ma essendo tale abominio avvenuto in una zona buia e nascosta, con la musica a palla che proveniva dal bar, nessuno si era accorto di niente. Vivevo in zone che venivano considerate meno pericolose, ma non lo erano. Ero più spavalda ai tempi, più giovane e rivendicavo quotidianamente il diritto di vestirmi come volevo, i miei indumenti esprimevano chi ero. Ero più menefreghista, più forte, ai tempi le occhiate fameliche degli uomini mi facevano solo incazzare e mi spingevano ad imprecare ad alta voce mentre mi allontanavo, maledicendoli. Lo faccio ancora adesso, specialmente in questi tempi in cui da sotto la mascherina si può davvero mandare a fanculo chiunque senza essere notati, ma adesso nel mio cuore c’è anche tanta, troppa paura. Sono più spaventata, dopo aver sublimato anni ed anni di brutte notizie, dopo un paio di incontri spiacevoli sui mezzi pubblici nel corso degli anni, prima che le stazioni della metropolitana e i treni fossero tappezzati di pubblicità che ti informano che se sei vittima di “unwanted sexual behaviour” sui mezzi pubblici, oltre a chiamare 101, il numero della polizia per le non-emergenze, puoi anche inviare un sms al 61016.

Dico che il mio pensiero potrebbe suonare anti-femminista perché si potrebbe pensare che io per prima ho giudicato questa ragazza per come era vestita, ma non credo si trattasse di un giudizio, semplicemente ho notato questa ragazza sulla mia strada e lo sguardo che le è stato rivolto e quest’ultimo mi ha fatto temere per lei. Forse anche temere per lei è da cattiva femminista, forse non dovrei avere tutta la paura che ho per me stessa e per le altre donne.

Ho ammirato e un pizzico invidiato quella ragazza per la forza di rivendicare il suo direito di vestirsi come desidera, mentre a quasi 30 anni suonati ci penso due volte a quello che indosso prima di uscire, soprattutto prendendo in considerazione dove devo andare e che strada devo fare. Ho un poco invidiato la sua libertà, mentre io mi sono sentita ancora più prigioniera, cosa che già avevo sentito di essere quando ho optato per il cambio di abbigliamento prima di lasciare casa. Forse anche il cambiare i miei vestiti e decidere il mio percorso in anticipo a seconda di dove devo andare è anti-femminista.

Se c’è una cosa che mi manca degli anni passati è il non fermarmi a pensare due volte a come ero vestita, a prescindere da dove fossi diretta; mi manca il mio essere spavalda di quei tempi, indossando tutto quello che volevo quasi come se fosse una sfida. Ai tempi avevo uno stile nel vestire decisamente dark che suscitava occhiate confuse, sospette, divertite. Ai tempi indossavo anche corsetti gotici, stile burlesque, e chissà quanti uomini avranno pensato che fossi vestita da troia e che me la stessi cercando, ma a me non importava, ero agguerrita, mi sentivo intoccabile, pronta a graffiare all’occorrenza.

Più storie tragiche ascolto, più cambia il mio comportamento. Più storie tragiche ascolto e più ho paura. E non è giusto. Non è giusto. Vorrei non avere più paura. Vorrei tornare a vestirmi come mi pare. Vorrei avere un minimo di sicurezza. 

Quando tornerò al lavoro, tornerò a sprecare tutti i miei soldi faticosamente guadagnati in Uber per tornare a casa la sera, perché ho paura dei 10 minuti di strada che devo fare da sola dalla fermata del bus fino al portone di casa. Purtroppo, c’è gente che ha condiviso storie da paura che coinvolgono anche i tassisti e ci penso sempre ogni volta che chiudo lo sportello dietro di me quando salgo in macchina con un autista che io stessa ho richiesto.

Qualche tempo fa mi sono ritrovata a sperare che ci fosse la stessa spiegazione di forze dell’ordine in giro per Londra, come accadeva qualche anno fa. Il mio primo viaggio a Londra l’ho fatto nel 2008, con mia sorella e le sue amiche. Era il mio primo viaggio in aereo e avevo mangiato solo una barretta Kinder a causa dell’ansia. Ho rivisto cibo solo la sera a cena, quando siamo andate da Pizza Hut, dove, morta di fame, ho divorata una pizza a materasso che mi è rimasta sullo stomaco: stavo così male che mi scendevano le lacrime, frustrata che il mio primo viaggio tanto desiderato a Londra dovesse iniziare con un mal di pancia. Ero nel bel mezzo di Victoria Station con mia sorella appresso, non ero dunque sola, eppure due poliziotti, vedendomi turbata, si sono avvicinati per chiedermi se andasse tutto bene. Quando facevo la ragazza alla pari, la stazione più vicina era Finsbury Park, che non sempre è una zona tutta unicorni e arcobaleni, ma c’erano sempre dei poliziotti in giro, quindi anche se tornavo tardi la sera, la cosa mi rincuorava. Ultimamente mi sembra ci sia molta meno polizia in giro e me ne sono rammaricata a lungo (l’unica cosa che vedo i poliziotti fare ultimamente è lo “stop and search” in cinque agenti a qualche senzatetto senza niente da nascondere). Ma dopo quello che è successo a Sarah Everard ho capito che a volte anche quelli che dovrebbero essere punti di sicurezza e conforto in divisa possono trasformarsi nell’ultima persona che incontrerai sulla faccia della terra, prima che questa decida di ucciderti.


Vorrei che crescere non significasse interiorizzare storie sempre peggiori, racconti sempre più terrificanti da parte delle sopravvissute o notizie su chi non c’è più. Vorrei non avere più paura.