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I preferiti di Marzo

Libro: Piranesi di Susanna Clarke

Finalmente un libro di cui riesco a spiegarmi il successo. Non è un segreto che ultimamente mi sia imbattuta in un sacco di libri che hanno suscitato lodi da chiunque, lodi che non riuscivo a capire. Fortunatamente questo non è il caso di “Piranesi”, il romanzo di Susanna Clarke, pubblicato a settembre dello scorso anno (il titolo nell’edizione italiana di Fazi resta lo stesso). Piranesi vive nella Casa, piena di Statue. La Casa è immensa, con molteplici stanze e diversi livelli: quelli più bassi, sono soggetti a Maree; quelli più alti, sono attraversati da Nuvole. Piranesi è l’unico abitante della Casa, ma ogni Martedì e Venerdì, per un’ora soltanto, incontra l’Altro, il cui obiettivo è quello di conseguire una certa Conoscenza e per far ciò ha bisogno dell’aiuto di Piranesi, che conosce questa labirintica Casa come le sue tasche. Piranesi è convinto di essere solo, ad eccezione de l’Altro, ma quest’ultimo lo avvisa che c’è un’altra persona che si sta aggirando per le stanze della Casa: Piranesi non deve fidarsi di costui, non deve neanche rivolgergli la parola, perché questa persona è bugiarda e rappresenta una minaccia per la sua sanità mentale. Queste sono le premesse per un romanzo fantastico che vi porterà in un altro Mondo. Nel lontano 2004, Clarke ha pubblicato un altro romanzo, “Jonathan Strange & Mr Norrell” (che io non ho letto), considerato uno dei fantasy migliori e di maggior successo degli ultimi anni; “Piranesi” è stato etichettato come fantasy a sua volta per semplicità, ma la classificazione di questo romanzo è ben difficile. Certo, il mondo creato da Clarke è estremamente fantastico, ma alla fine del romanzo credo che il lettore possa anche operare la scelta di dare una spiegazione puramente logica e razionale per quanto accade al protagonista. Stranamente però non è questa l’interpretazione per cui molti lettori hanno optato. Non sono una grande fan dei fantasy e sembrerebbe logico per i miei gusti, di fronte ad un libro come questo che si presterebbe ad una spiegazione razionale, scegliere quest’ultima opzione, ma ho preferito lasciare la mia interpretazione nel mondo del fantasy perché anche così facendo “Piranesi” resta una perla, con tante sfaccettature e diversi livelli di profondità. Scegliere un’interpretazione fantasy in questo caso eleva il romanzo ancora di più, secondo me. La storia è quasi un mystery, forse per questo mi ha particolarmente intrigato, ma non aspettatevi un mystery con chissà quale colpo di scena finale. Che ci sia qualcosa di strano lo si capisce sin da subito, forse anche grazie al dettaglio che inizialmente mi aveva un po’ spaesato: all’inizio, il romanzo sembra quasi senza tempo e al di fuori di qualsiasi spazio a noi conosciuto, almeno fino a che non ci vengono offerte specifiche date, più vicine alla nostra contemporaneità di quanto potessimo inizialmente immaginare; inoltre fanno la loro apparizione oggetti estremamente moderni, come ciotole di plastica e lo “shining device” che sempre accompagna l’Altro nelle sue visite. Nonostante Piranesi sia un personaggio estremamente intelligente, presenta anche una certa ingenuità e innocenza, nonché un modo di pensare quasi primordiale che potrebbe ricordare i primi approcci dell’uomo alla civiltà (la cura per i propri defunti, l’idea del matrimonio), benché Piranesi sia il solo esponente di questo Mondo in cui si trova. Il romanzo è in effetti anche un’elegante descrizione di solitudine. “Piranesi” è una storia in fondo molto semplice, ma costruita in maniera esemplare, aggiungendo diversi strati che non si rivelano mai ridondanti, nei quali echeggia molto pensiero filosofico.

Serie tv: It’s a Sin

Ho recuperato questa serie tv britannica di soli 5 episodi ambientata negli anni ‘80 che parla di un gruppo di amici che si trova a vivere l’epidemia del virus dell’HIV e dell’AIDS. Ad attrarmi verso questa serie tv, che avrei probabilmente visto comunque, ma sicuramente questo fattore mi ha fatto gasare ancora di più, è la partecipazione di Olly Alexander nel ruolo di Richie. Olly Alexander è un attore, ma è anche il cantante di una delle mie band preferite degli ultimi anni, Years & Years, che ho avuto anche il piacere di ascoltare e vedere dal vivo oramai ben 2 anni fa, nel dicembre 2018 all’O2 Arena, nel corso di un concerto spettacolare che fu più un evento unico che un semplice live show. “It’s a Sin”, scritta e diretta da Russell T Davies, è ovviamente queer. Il gruppo di amici è composto da Richie, Roscoe, Ash, Colin e Jill, ma ci sono tanti altri personaggi, ognuno con la sua importanza, anche quelli che appaiono in un solo episodio, nonostante siano questi cinque, i quali si trovano a condividere lo stesso appartamento a Londra, il cuore della serie. “It’s a Sin” è una storia di amicizia, di amore, di paura, di solitudine, di affermazione, di accettazione, di rifiuto. Senza contare che nei primi episodi, quando l’HIV era ancora qualcosa di sconosciuto e non si aveva idea di come si trasmettesse, ad eccezione del fatto che da subito venne etichettato come il virus dei gay, ci sono delle scene che ci sembreranno estremamente familiari. Quando un amico del gruppo infatti contrae l’HIV, vediamo Jill aiutarlo, portandogli la spesa e da mangiare: la ragazza si presenta a casa dell’amico con i guanti, pulendo e disinfettando ogni superficie. Qualche scena dopo, l’amico, che aveva confessato solo a Jill della sua situazione e le aveva chiesto di non farne parola con i suoi coinquilini, si presenta a casa di questi ultimi, affermando di sentirsi meglio, e Jill lo osserva terrorizzata bere da una tazza della loro dispensa, tazza che Jill procederà poi a lavare, sanificare, fino a decidere di gettarla via dopo averla ridotta in mille pezzi. Chi non rivede se stesso all’inizio della pandemia degli ultimi tempi alzi la mano (magari non proprio a gettare le tazze dopo l’uso, ma insomma, ci siamo capiti). Si percepisce chiaramente il terrore, la confusione e la frustrazione di fronte ad una malattia sconosciuta e dalla quale non si sa come difendersi, sentimenti che tutti noi abbiamo sperimentato un anno fa, quando il dibattito “mascherine sì, mascherine no” era molto in voga. La differenza ai quei tempi purtroppo era che, essendo l’HIV considerato il virus dei gay, questi ultimi, già lontani anni luce dal fare coming out liberamente, si trovano ancor più isolati, senza contare che nessuno sembrava avere interesse a curare una malattia che colpiva prevalentemente una fetta di società ai tempi considerata deviata, sbagliata. Nella serie tv viene mostrata efficacemente e dolorosamente la vergogna delle famiglie di questi uomini gay, arrivati a Londra rincorrendo un sogno per poi tornare nelle loro cittadine di origine da qualche parte nel Regno Unito una volta contratta la malattia; si sente lo stigma e la rabbia, perché forse se i loro figli fossero stati “normali” non avrebbero contratto il virus, andando incontro a quella che ai tempi, e nella serie tv stessa, veniva definita una sentenza di morte. Lo show ha il pregio di costruire, in soli cinque episodi, in meno di 5 ore (gli episodi durano in media tre quarti d’ora), dei personaggi, delle dinamiche, delle situazione che ti fanno sentire più coinvolto di quanto a volte riescano a fare serie tv di 22 episodi. Questo onestamente è secondo me un grande pregio delle serie tv britanniche, che sono di breve durata da decenni, prima dell’avvento di Netflix, prima che il binge-watching diventasse una pratica socialmente accettabile che più o meno tutti hanno fatto una volta nella vita e non solo gli appassionati come me che sono fan delle serie tv da anni. Netflix ha costretto un sacco di produzioni americane a restringersi, puntando verso 10-12 episodi massimo, meglio ancora se 8, perché meno una serie dura, più se ne possono guardare. Curiosamente, questo è sempre stato il modo di fare delle serie tv britanniche, anche se è più una scelta stilistica che un rincorrere la possibilità di garantire la pratica del binge-watching. Due serie tv che amo di produzione britannica sono senza dubbio “Skins” e “Misfits”: diverse nei temi da “It’s a Sin”, anche queste avevano il pregio di creare in una manciata di episodi personaggi originali, credibili (anche quando avevano i super-poteri come in “Misfits”) e di cui veramente ti fregava qualcosa, cosa che non sempre accade nelle produzioni statunitensi che spesso, specialmente quelle indirizzate ai teen ager, sembrano fatte con lo stampino, con personaggi così stereotipati da sembrare caricature. Comunque, accantonando questo pippone e tornando a “It’s a Sin”: non posso che consigliarla. L’ho guardata in piena sindrome premestruale e posso dire che ho singhiozzato inconsolabile e non solo durante l’ultimo episodio. Sindrome premestruale a parte, è una serie tv emozionante, una serie tv che soprattutto fa capire che c’è ancora qualcosa da conoscere su una malattia che al giorno d’oggi spesso viene sottovalutata. 

Film: Freddy VS Jason

A Marzo ho visto meno film rispetto ai mesi precedenti, ma non sapevo comunque quale scegliere perché ce n’erano almeno altri due-tre papabili. Su Netflix gli unici film presenti con le icone degli horror slasher come Freddy Krueger o Jason Voorhees sono solitamente i remake degli ultimi anni: “Freddy VS Jason”, diretto da Ronny Yu, scritto da Damian Shannon e Mark Swift e uscito nel 2003, è uno dei più vecchi che si può trovare sulla piattaforma streaming con questi personaggi, per il resto bisogna accontentarsi dei remake del 2009 (“Friday the 13th”) e del 2010 (“A Nightmare on Elm Street”). Ovviamente prego e spero che prima o poi Netflix riesca ad ottenere i diritti per riesumare anche alcuni dei film originali, ma ho l’impressione che ottenere i diritti costerebbe troppo e pochi sarebbero gli iscritti interessati. Ho scelto questo film come preferito del mese perché: 1) ero convinta di averlo già visto in passato, ma quando ho iniziato la visione mi sono resa conto che non era assolutamente così e probabilmente la mia convinzione di averlo visto derivava dal fatto che comunque lo conoscevo molto bene tramite foto, spezzoni e articoli vari; 2) Freddy Krueger, enough said. Mi aspettavo un film super duper trash, ma l’ho trovato stranamente godibile. Non ho mai capito il senso di questo crossover, non so neanche come sia nata questa idea, ma l’ho trovata divertente. Il film è stato discretamente (e, oserei dire, prevedibilmente) snobbato dai critici, ma credo che preso per quello che è non sia affatto male: è un esperimento che mi verrebbe da definire semplicemente come “bonkers”, fuori di testa. Per una volta, concordo con Netflix, che ha piazzato questo film nella sezione “Cult” perché insomma, un po’ iconico questo film lo è davvero. Ho trovato discreto il mescolamento dei due mondi: le atmosfere di Crystal Lake e il mondo onirico di “Nightmare” sono ben bilanciati nel corso del film. Credo mi abbia semplicemente troppo gasato trovare un film con il mio amato Freddy che non avessi ancora visto, la mia gioia nei confronti di questo nuovo e per me inedito contenuto decisamente palpabile e più che sufficiente per farmi dichiarare questo il film preferito del mese, non perché sia il film migliore del mondo, ma perché sicuramente mi ha apportato la più grande fonte di felicità e intrattenimento. Mi manca Freddy come personaggio, vorrei che realizzassero ancora film su di lui come accade per Michael Meyers e la saga di “Halloween”, ma c’è una grande differenza tra un personaggio “parlato” come Freddy, con le sue battute perverse e dark, e un personaggio muto come Michael. Ovviamente gran parte del fascino di Michael è proprio nel suo silenzio, nei suoi movimenti, anche Michael potrebbe essere scritto male in una sceneggiatura da questo punto di vista, ma credo che Freddy rappresenti una sfida ancora più grande che nessuno ha il coraggio di accollarsi dopo il flop del remake del 2010 (che a me comunque non era dispiaciuto, anche se io ho un debole per Jackie Earle Haley da quando ha interpretato Rorschach).