Pubblicato in: Work B**ch!

Nelle puntate precedenti

Sono tornata al lavoro da circa due settimane, dunque per questo non sono molto presente su questi schermi, senza contare che gran parte delle mie idee ultimamente hanno la forma di Reels per Instagram, ossia quei video di pochi secondi che Instagram ha introdotto dopo il successo di TikTok. No, non mi sono ancora iscritta su questo social, Instagram basta e avanza, anche perché, nonostante questa mia neonata passione per brevi video più o meno seri, scattare foto resta ancora la cosa che preferisco fare.

A tal proposito, vorrei dire che la fotocamera di cui blateravo qualche post fa è stato l’acquisto migliore che io abbia mai fatto negli ultimi anni e perché io abbia aspettato così tanto davvero non me lo spiego (ah, sì, costa mezzo rene). 

La fotocamera non è stato l’unico acquisto degli ultimi tempi: ho comprato anche un MacBook Pro (altro mezzo rene che se ne va) che al momento a stento so usare perché l’unico aggeggio Apple che conosco è l’iPhone, senza contare che  sono tipo tre-quattro anni che non uso un vero portatile, ho vissuto felicemente in compagnia di un Chromebook che è poco più di un tablet con una tastiera, a mio modesto parere. Il motivo per cui ho comprato il Mac è legato alla fotocamera di cui sopra: volevo un buon portatile per editare foto, senza contare la mezza idea che coltivo da qualche mese di imparare ad editare video e magari aprire un canale YouTube dove blaterare di film, così da avere una terza piattaforma dove nessuno mi caga su cui espormi: qui sul blog parlo un po’ di tutto, ma principalmente dei fatti miei e della mia vita, su Instagram condivido le mie opinioni sui libri che leggo e YouTube mi sembra il posto perfetto per parlare di film e serie tv. Sì, quest’anno compirò 30 anni e credo che la crisi si senta tutta.

Scherzi a parte, dopo due giorni al lavoro già volevo dare il notice, cioè dire ai miei vari boss “Bella zio, è stato un piacere, ma adesso anche basta”, ma ovviamente non l’ho fatto. Ho iniziato a gettare un occhio su varie offerte di lavoro per lavorare in libreria, un ambiente tranquillo che mi sembra particolarmente adatto a questo momento della mia vita, il problema è che la paga mensile sarebbe pari al furlough, ossia l’80% del salario pagato dal governo durante il Pandemonio per chi, come me, non poteva lavorare, con la sola differenza che se il furlough mi bastava perché dovevo pagarmi solo vitto e alloggio, non varrebbe la stessa cosa quando a queste spese si aggiungerebbe, ad esempio, il costo dei trasporti, che tra l’altro si è alzato, visto che i prezzi congelati ben cinque anni fa dal buon vecchio sindaco Sadiq si sono ormai sciolti come burro al sole, un cambiamento decisamente non ben accolto da me che, dopo un’ibernazione di ben più di 100 giorni, ho dovuto iniziare a viaggiare di nuovo. Comunque trovare un lavoro in una libreria sembra impossibile: immagino che per i topi di biblioteca come me sia il lavoro dei sogni (vogliamo parlare dello staff discount sui libri?) e che una volta assunti non lo si voglia mai lasciare.

Una delle poche cose positive di tutto questo apri e chiudi degli ultimi mesi è che i clienti non sono così malaccio. Se prima l’ottanta per cento erano teste di cazzo, adesso direi che l’ottanta per cento sono talmente felici che ci sia qualcuno a shackerargli un cocktail che raramente mi sento trattata dalla maggior parte di essi come una sguattera. Purtroppo durerà poco, la gente dimentica presto. 

Tra le cose negative c’è che la mia compagnia metterebbe tavoli anche tra le nuvole se potesse, pur di attrarre più gente possibile e recuperare tutti i soldi che hanno perso dall’inizio di questa storia. Al momento possiamo infatti servire solo all’aperto fino a metà maggio, il che mi fa venire in mente un altro aspetto negativo e cioè che è un freddo boia, tra cinque giorni è maggio e io vado ancora in giro con il pelliccione, mai vista una roba del genere.

Il mio proposito di continuare a leggere tanto una volta tornata al lavoro è già andato a farsi benedire: sono tornata a leggere quasi unicamente nel quarto d’ora del viaggio in treno di andata verso il lavoro; su quello del ritorno sono come sempre in stato comatoso e troppo impegnata a recuperare su Twitter le news del The Guardian e le stories di gente random su Instagram.

La macchina fotografica resta l’highlight delle ultime due settimane, nonchè i soldi meglio spesi in vita mia, ribadisco. Praticamente ogni giorno libero che ho mi prendo a calci da sola per non dormire troppo, così da poter uscire ad un’ora decente per scattare. Del resto, posso sempre recuperare le ore di sonno andando a dormire alle 10 di sera, da brava vecchia quasi trentenne che può fare a meno di una vita sociale…. Tranne quando si tratta di uscire per una birra con un mio vecchio collega nonché mio amico migliore di tutti gli anni trascorsi qui a Londra che ho rivisto la settimana scorsa e tutti i mesi senza vederci non hanno fatto altro che confermare che bella persona sia.


Nonostante tutto, sento che le cose stavolta siano davvero sulla strada per il ritorno alla normalità. Non so se sia grazie alla fotocamera (ancora lei) che mi spinge a girare in lungo e largo per Londra come non facevo da tempo; non so se sia dovuto alla Guinness consumata con il mio amico in un bar all’aperto, con la vista sul Tower Bridge e il Tamigi; non so se sia dovuto al fatto che sabato sera, mentre gettavamo la spazzatura dopo un turno lunghissimo e discretamente impegnativo, ci fosse in cima alla via una band di strada che suonava, con un ritmo travolgente, di quelli che ti fanno venire subito voglia di ballare, e che attorno ad essi si fosse formata una piccola folla ad ascoltarli, incoraggiandoli e muovendosi a tempo con la musica. Soprattutto quest’ultimo episodio è stato per me uno scorcio della vecchia Londra che conosco, che ricordo e che amo, quella degli artisti di strada, quella che non dorme mai, quella della gentilezza degli sconosciuti, quella dove ci si sente una piccola parte di qualcosa di immenso.

Pubblicato in: Me, me stessa e io

Cosa portereste con voi in caso di incendio?

La risposta dovrebbe essere niente, soprattutto se l’incendio è in casa vostra. Scappate e basta.

Ieri, nel tardo pomeriggio, un appartamento del mio complesso è andato in fiamme e siamo stati costretti ad uscire di casa mentre i vigili del fuoco lavoravano per contenere l’incendio. Un applauso a Lui che ha percepito la puzza di fumo prima ancora che arrivasse la polizia a bussarci alla porta, mentre io ero tranquilla, ignara e beata, impegnata a leggere.

Avendo quei due minuti per evacuare, ho preso il cappotto (per fortuna, che in questi giorni è freddo), il mio zainetto in cui ho messo il libro che stavo leggendo, il diario perché era a portata di mano, il portafoglio. Dentro c’erano già la pochette con make-up e specchietto, fazzoletti ed igienizzante mani. Ho anche sprecato due secondi per prendere la power bank sul tavolino del salotto, ma una volta fuori casa mi sono resa conto che aveva dimenticato il cavo sopra il letto.

Mentre io e Lui eravamo in strada in attesa di poter rientrare nell’appartamento, cosa che abbiamo fortunatamente potuto fare, al contrario di altre persone le cui abitazioni sono state danneggiate dal fumo, per la prima volta dall’inizio del Pandemonio ero una delle poche senza mascherina perché quella era una delle cose che avevo dimenticato di prendere.

Fortunatamente nella casa principalmente affetta non c’era nessuno, quindi l’ambulanza giunta sul luogo si è rivelata inutile.

Una volta certa che non ci fossero feriti o morti, ho trascorso l’oretta di attesa in strada con l’ansia che i miei libri bruciassero e con essi la mia macchina fotografica, alla quale si è aggiunta la paura di non poter tornare in casa e cosa avremmo fatto e dove avremmo dormito senza neanche un documento.

Alla fine tutte le mie paranoie non si sono attuate, come spesso accade. Tutto è bene quel che finisce bene.

Pubblicato in: Pagine, Schermi

Roswell: differenze tra libro e serie tv (quella originale, perché sono vecchia)

L’ultimo anno e mezzo è stato l’anno dei rewatch. Ho iniziato in tempi non sospetti (pre-pandemonio), guardando dall’inizio alla fine serie tv come “Streghe” e “Buffy, l’Ammazzavampiri”, proseguendo poi con “Dawson’s Creek”. In questi giorni sto riguardando “The Vampire Diaries”, ho ricominciato da capo “The Originals” (di cui avevo visto, credo, solo la prima stagione e poco più e onestamente non è che sia granché, capisco perché l’avevo abbandonata, ma finché Netflix me la propone, perché no?). Parallelamente, sto facendo anche il rewatch di “Roswell”, la serie originale del 1999. 

Non ho mai visto “Roswell: New Mexico”, un reboot recente trasmesso sulla CW e che sembra avere più successo della serie tv originale, infatti è già stato rinnovato per una quarta stagione un paio di mesi fa, nonostante da quello che ho capito non ci sia ancora una data certa per la premiere della terza. Sto pensando di darle una chance una volta finito il rewatch, soprattutto perché ho notato il coinvolgimento del cast originale: nella seconda stagione Jason Behr, il vecchio Max Evans, è tra i personaggi ricorrenti (non ho idea per quanti episodi, ma fosse anche uno basterebbe), mentre Shiri Appleby, ai tempi Liz Parker, ha ricoperto il ruolo di regista per un paio di episodi.

Ho scoperto solo recentemente che lo show è ispirato a dieci romanzi che fanno parte di una saga chiamata “Roswell High”, pubblicata tra il 1998 e il 2000, scritta da Melinda Metz. L’ho scoperto proprio grazie al rewatch, prestando attenzione ai titoli di coda per la prima volta in vita mia.

Cosa ho deciso dunque di fare, considerata la noia di questi ultimi giorni di lockdown che neanche tre rewatch e un film al giorno potrebbero colmare? Ho deciso di leggere i libri, ovviamente.

Per ora ho letto solo il primo, intitolato “The Outsider”, non senza sofferenza per due diversi motivi, anzi tre:

  1. Ho dovuto leggere l’ebook. La serie è talmente vecchia che credo che l’ultima ristampa risalga a tipo 20 anni fa. Tutto quello che si trova di cartaceo su Amazon è di seconda mano, con prezzi di spedizione a prescindere da quanto spendi (io sono una di quelle persone sceme che compra cose finché non raggiungo la soglia dopo la quale non si pagano più le spese di spedizione, spendendo probabilmente di più alla fine, ma sono stupida, cosa volete farci) e con descrizioni della condizione del libro che suonano un po’ troppo entusiastiche per fidarmi;
  2. La scrittura è infantile a dir poco. Il target dovrebbe essere young adult, ma onestamente questi libri potrebbero essere letti anche da pre-adolescenti tra i dieci e i dodici anni, anzi, credo che siano più adatti a loro.
  3. Il libro è pieno di refusi. Innumerevoli volte manca proprio la punteggiatura, in particolar modo il punto a fine frase, che noi intuiamo doverci essere non solo perché sarebbe logico così, ma anche perché la parola seguente ha un’imponente lettera maiuscola.

E’ stata comunque una lettura leggera, di puro svago e divertimento. L’ebook non ha neanche duecento pagine ed è diviso in 16 capitoli; ne ho letti quattro al giorno, la sera prima di andare a dormire. Inoltre, l’ho comprato con i soldi guadagnati vendendo la mia roba su Depop, quindi mi sentivo particolarmente realizzata per questo (una vera e propria business woman, non c’è che dire).

Mi sono divertita a stilare una lista di differenze tra il libro e la serie. Scendendo nel dettaglio:

  1. Max è biondo con gli occhi blu, Michael è moro. Avete notato come nella scelta del casting delle serie tv gli addetti se ne sbattano completamente delle descrizioni nel libro? Ricordo ancora quando la gente si era indignata perché Nina Dobrev non era bionda come Elena Gilbert nei libri di “The Vampire Diaries”; allo stesso modo ricordo la lunghissima e sofferta scelta dell’attore perfetto per saghe come quella di “Twilight”, ad esempio, dove se gli interpreti non erano uguali a quanto descritto nel libro avevi già fallito in partenza. Ma del resto, le serie tv vivono sempre di vita propria, com’è giusto che sia, visto che durano più di un film e necessariamente si allontaneranno dal materiale originale, mentre i film tendono ad essere più fedeli, secondo me.
  2. Liz ha una sorella di nome Rosa. O meglio, aveva, visto che muore di overdose prima dell’inizio della storia. Maria afferma di avere un fratello più piccolo. Nella serie sono figlie uniche.
  3. I poteri alieni di Max, Michael e Isabel sono abbastanza diversi da quelli che vediamo sullo schermo. Anche se nello show viene detto come loro siano connessi, nel libro questo è ancora più evidente. Quando Max cura Liz (l’evento iniziale della sparatoria al Crash Down viene riportato sullo schermo quasi identicamente, con tanto di bottiglia di ketchup versata addosso a Liz per camuffare il sangue), Isabel sente anche a distanza che Max ha appena usato una grande quantità di potere. Non sa di preciso cosa il fratello abbia fatto, ma sa che si tratta di qualcosa di grosso, e riesce anche a sentire in lontananza la paura di Max e Michael (dovuta al fatto che i due temono che Max li abbia esposti come alieni salvando la vita a Liz, cosa che in effetti avviene).
  4. Liz ha un cognome diverso. Ortecho anziché Parker. Viene ripetuto più di una volta che la sua famiglia sia di origine ispanica.
  5. Gli alieni sono in grado di vedere le aure delle persone e di capire cosa stianno provando a seconda del colore di queste. Sono contentissima che abbiano abbandonato questa abilità nella serie tv perché sarebbe stata una cosa noiosissima da vedere, per di più supertrash, considerati gli effetti speciali fine anni ‘90.
  6. Michael afferma di vedere meglio di notte che di giorno. Probabilmente anche questo un potere su cui però non si approfondisce molto.
  7. Max e Michael stanno cercando di tornare sul loro pianeta da tempo. Viene detto che da qualche anno setacciano la zona desertica dove la loro navicella si è schiantata. Nella serie tv, le ricerche sembrano iniziare dopo gli eventi del Crash Down, a seguito dei quali gli alieni vengono a conoscenza della possibilità di non essere i soli presenti sulla Terra, ma potrebbe esserci un quarto alieno in grado di ricondurli a casa. Questo suscita in particolar modo grande interesse in Michael, che sia nel libro che nella serie tv ha un foster parent orribile, mentre Max e Isabel sembrano perfettamente contenti con la loro vita, essendo stati adottati da una brava famiglia.
  8. Alex ha i capelli rossi. Inoltre, nonostante i personaggi nel libro abbiano la profondità di una pozzanghera, l’impressione che ho avuto di Alex dal libro non è la stessa della serie tv. Nella serie tv sembra lo sfigatello della scuola, il tipo un po’ strambo che fatica ad inserirsi con la maggior parte della gente, ma che ha trovato due grandi amiche in Liz e Maria. Nel libro sembra più un ragazzo “standard” (passatemi il termine): non popolare, ma neanche un loser. Tra l’altro nella serie tv Isabel rifiuta inizialmente le attenzioni di Alex e soltanto in seguito (quando è troppo tardi, aggiungerei) accetta l’idea che Alex le piaccia davvero, mentre nel libro Isabel, benché giochi un poco con l’interesse di Alex nei suoi confronti, è da subito propensa a pensare che in fondo su Alex ci farebbe un pensierino.
  9. Isabel è una vera e propria queen bitch. Nella serie tv la conosciamo come una ragazza popolare, bella, con una cerchia di amiche strette, tutto ciò dovuto alla voglia di Isabel di avere una vita normale, nonostante sia un’aliena. Anche nel libro gran parte della caratterizzazione superficiale di Isabel nasconde in realtà tanta paura, insicurezza, voglia di essere normale, ma resta il fatto che in superficie sia un personaggio abbastanza odioso: in entrambi i casi Isabel ha il potere di entrare nei sogni della gente, ma nel libro lo fa per raccattare punti ed essere eletta homecoming queen, quindi non solo usa i poteri per scopi personali, ma si infila nella testa della gente per influire sulle loro decisioni. Tra l’altro dalla bocca le escono a volte commenti che neanche uno yogurt scaduto oserebbe fare. Come ho detto, questa caratterizzazione di ragazza un po’ acidella Isabel la mantiene anche nella serie tv, ma spesso si manifesta attraverso un sarcasmo un po’ cinico che è anche divertente, mentre nel libro risultata semplicemente una vipera, una vera mean girl.
  10. Gli alieni sembrano possedere un’intelligenza sopraffina, dettata anche da una grande capacità di adattamento. Nonostante Max, Isabel e Michael abbiano iniziato la scuola molto in ritardo rispetto ai loro coetanei, sono riusciti a mettersi in pari quasi immediatamente, tanto da non avere bisogno di studiare perché tanto sono dei cervelloni che riescono a primeggiare a scuola senza neanche aprire un libro. Forse mi sbaglio, ma non ho percepito la stessa caratteristica nella serie tv. Specialmente Michael, tra il padre adottivo menefreghista che lo costringe a tagliare l’erba e le innumerevoli bigiate per andare alla ricerca di indizi, non è esattamente uno studente modello e nella serie è il classico personaggio della combriccola (non manca mai) che rischia di non diplomarsi (vedi Pacey Witter in “Dawson’s Creek” e Archie Andrews in “Riverdale”, giusto per coprire una spanna di 20 e più anni per provare la mia teoria).
  11. Kyle Valenti è odioso. Kyle nella serie tv mi ha sempre fatto tenerezza: da subito ha il sospetto che i nostri eroi stiano nascondendo qualcosa, ma per gran parte del tempo non immagina, al contrario del padre, che Max sia un alieno, più semplicemente si comporta come un adolescente che detesta Max perché crede che quest’ultimo gli abbia rubato Liz, almeno finché anche Max non passa qualche episodio da rifiutato e i due fanno comunella ubriacandosi. Quando Kyle scopre la verità, si dimostra un ragazzo di cui potersi fidare, un vero alleato, grato anche per il fatto che Max gli abbia salvato la vita, che è anche l’evento che fa cambiare idea allo sceriffo Valenti su questi alieni. Inoltre ho sempre apprezzato che il suo rapporto con Tess non diventi mai romantico, anche se inizialmente lo confonde per tale: Kyle si rende conto che Tess è parte della famiglia, la considera una sorella (nonostante lei non se lo meriti perché è una stronza). Nei libri Kyle è invece cattivo quasi quanto Isabel, gli brucia da morire che Liz non lo caghi, sembra quasi emanare delle “stalker vibes” ed è un attaccabrighe.
  12. Tess non esiste. Non è comparsa in questo libro e, mi sono informata, non comparirà nei prossimi: Tess è un personaggio creato esclusivamente per lo show televisivo. Esiste però un quarto alieno e, da quello che si intuisce dal primo libro, i risvolti saranno simili a quelli della serie tv, ossia questo quarto alieno è potenzialmente pericoloso e ha ucciso gente.

Due piccole note finali su dettagli minori presenti sia nel libro che nella serie tv: 

  1. Maria crede nell’aromaterapia. Nel libro così come sullo schermo, la vediamo sniffare da varie boccette a seconda della situazione. Ho sempre trovato questa caratteristica discretamente originale e molto adatta al personaggio.
  2. Gli alieni amano la salsa piccante su tutto. Così come nella serie tv, gli alieni cospargono di tabasco tutto ciò che mangiano, anche i dolci. Anche questo è sempre stato un dettaglio insignificante, ma che ho sempre trovato particolarmente divertente.

Credo continuerò a leggere la serie di libri, nonostante io sia fuori dal target di età di riferimento di almeno 15 anni. E’ una lettura sciocca e leggera, perfetta prima di andare a dormire.

Pubblicato in: Me, me stessa e io

Sono una cattiva femminista perché provo paura?

Qualche giorno fa, uscita per fare una commissione, sono passata accanto ad una ragazza, a sua volta diretta da qualche parte. Abbiamo avuto qualche giorno decisamente primaverile, io stessa non indossavo i miei soliti giacchetti pelosi, ma un semplice giacchetto di finta pelle, senza maglione, sopra una camicia di quelle lunghe, a vestito. La ragazza era in tenuta estiva. Qua si tende a liberarsi di cappotti e maglioni appena arriva la primavera, anche se ci saranno ancora sicuramente giornate da 7 gradi. La ragazza indossava un bel vestito celeste, con una gonna corta a balze, un corpetto senza bretelle che sottolineava le sue forme.

Quanto sto per dire suonerà anti-femminista per qualcuno, ma ascoltatemi prima di sparare.

Nel passare accanto ad un ragazzo alla fermata del bus, questa ragazza è stata seguita con lo sguardo da costui, che l’ha osservata con occhi famelici e un sorriso agghiacciante e io mi sono ritrovata ad avere paura per lei. 

Mi sono ritrovata ad avere paura per lei, soprattutto dopo che io stessa sul mio cammino ho attirato sguardi fastidiosi da qualche uomo incontrato per strada. Mi sono ritrovata ad avere paura per lei perché prima di uscire di casa indossavo un vestito decisamente più corto, ma ho deciso di cambiarlo perché se mi hanno guardato con la lunga camicia-vestito che è larga e non sottolinea neanche le forme, figuriamoci cosa sarebbe successo se avessi osato indossare un vestito corto. Mi sono ritrovata ad avere paura per lei perché viviamo ancora in un mondo che si divide tra uomini che credono che indossare certi vestiti equivalga ad un invito e tra persone che credono che se ti vesti in un certo modo te la devi essere cercata. 

La ragazza era più giovane di me, probabilmente aveva 8-10 anni in meno. Ho ricordato come ero io alla sua età. Vivevo in zone che ai tempi venivano considerate poco pericolose, anche se capitavano anche dalle mie parti notizie da brivido, come la storia di una ragazzina giovanissima, tredicenne circa, stuprata da tre-quattro conoscenti una sera d’estate in una zona buia del parco pubblico, ad un orario in cui il parco era ancora pieno di gente, ma essendo tale abominio avvenuto in una zona buia e nascosta, con la musica a palla che proveniva dal bar, nessuno si era accorto di niente. Vivevo in zone che venivano considerate meno pericolose, ma non lo erano. Ero più spavalda ai tempi, più giovane e rivendicavo quotidianamente il diritto di vestirmi come volevo, i miei indumenti esprimevano chi ero. Ero più menefreghista, più forte, ai tempi le occhiate fameliche degli uomini mi facevano solo incazzare e mi spingevano ad imprecare ad alta voce mentre mi allontanavo, maledicendoli. Lo faccio ancora adesso, specialmente in questi tempi in cui da sotto la mascherina si può davvero mandare a fanculo chiunque senza essere notati, ma adesso nel mio cuore c’è anche tanta, troppa paura. Sono più spaventata, dopo aver sublimato anni ed anni di brutte notizie, dopo un paio di incontri spiacevoli sui mezzi pubblici nel corso degli anni, prima che le stazioni della metropolitana e i treni fossero tappezzati di pubblicità che ti informano che se sei vittima di “unwanted sexual behaviour” sui mezzi pubblici, oltre a chiamare 101, il numero della polizia per le non-emergenze, puoi anche inviare un sms al 61016.

Dico che il mio pensiero potrebbe suonare anti-femminista perché si potrebbe pensare che io per prima ho giudicato questa ragazza per come era vestita, ma non credo si trattasse di un giudizio, semplicemente ho notato questa ragazza sulla mia strada e lo sguardo che le è stato rivolto e quest’ultimo mi ha fatto temere per lei. Forse anche temere per lei è da cattiva femminista, forse non dovrei avere tutta la paura che ho per me stessa e per le altre donne.

Ho ammirato e un pizzico invidiato quella ragazza per la forza di rivendicare il suo direito di vestirsi come desidera, mentre a quasi 30 anni suonati ci penso due volte a quello che indosso prima di uscire, soprattutto prendendo in considerazione dove devo andare e che strada devo fare. Ho un poco invidiato la sua libertà, mentre io mi sono sentita ancora più prigioniera, cosa che già avevo sentito di essere quando ho optato per il cambio di abbigliamento prima di lasciare casa. Forse anche il cambiare i miei vestiti e decidere il mio percorso in anticipo a seconda di dove devo andare è anti-femminista.

Se c’è una cosa che mi manca degli anni passati è il non fermarmi a pensare due volte a come ero vestita, a prescindere da dove fossi diretta; mi manca il mio essere spavalda di quei tempi, indossando tutto quello che volevo quasi come se fosse una sfida. Ai tempi avevo uno stile nel vestire decisamente dark che suscitava occhiate confuse, sospette, divertite. Ai tempi indossavo anche corsetti gotici, stile burlesque, e chissà quanti uomini avranno pensato che fossi vestita da troia e che me la stessi cercando, ma a me non importava, ero agguerrita, mi sentivo intoccabile, pronta a graffiare all’occorrenza.

Più storie tragiche ascolto, più cambia il mio comportamento. Più storie tragiche ascolto e più ho paura. E non è giusto. Non è giusto. Vorrei non avere più paura. Vorrei tornare a vestirmi come mi pare. Vorrei avere un minimo di sicurezza. 

Quando tornerò al lavoro, tornerò a sprecare tutti i miei soldi faticosamente guadagnati in Uber per tornare a casa la sera, perché ho paura dei 10 minuti di strada che devo fare da sola dalla fermata del bus fino al portone di casa. Purtroppo, c’è gente che ha condiviso storie da paura che coinvolgono anche i tassisti e ci penso sempre ogni volta che chiudo lo sportello dietro di me quando salgo in macchina con un autista che io stessa ho richiesto.

Qualche tempo fa mi sono ritrovata a sperare che ci fosse la stessa spiegazione di forze dell’ordine in giro per Londra, come accadeva qualche anno fa. Il mio primo viaggio a Londra l’ho fatto nel 2008, con mia sorella e le sue amiche. Era il mio primo viaggio in aereo e avevo mangiato solo una barretta Kinder a causa dell’ansia. Ho rivisto cibo solo la sera a cena, quando siamo andate da Pizza Hut, dove, morta di fame, ho divorata una pizza a materasso che mi è rimasta sullo stomaco: stavo così male che mi scendevano le lacrime, frustrata che il mio primo viaggio tanto desiderato a Londra dovesse iniziare con un mal di pancia. Ero nel bel mezzo di Victoria Station con mia sorella appresso, non ero dunque sola, eppure due poliziotti, vedendomi turbata, si sono avvicinati per chiedermi se andasse tutto bene. Quando facevo la ragazza alla pari, la stazione più vicina era Finsbury Park, che non sempre è una zona tutta unicorni e arcobaleni, ma c’erano sempre dei poliziotti in giro, quindi anche se tornavo tardi la sera, la cosa mi rincuorava. Ultimamente mi sembra ci sia molta meno polizia in giro e me ne sono rammaricata a lungo (l’unica cosa che vedo i poliziotti fare ultimamente è lo “stop and search” in cinque agenti a qualche senzatetto senza niente da nascondere). Ma dopo quello che è successo a Sarah Everard ho capito che a volte anche quelli che dovrebbero essere punti di sicurezza e conforto in divisa possono trasformarsi nell’ultima persona che incontrerai sulla faccia della terra, prima che questa decida di ucciderti.


Vorrei che crescere non significasse interiorizzare storie sempre peggiori, racconti sempre più terrificanti da parte delle sopravvissute o notizie su chi non c’è più. Vorrei non avere più paura.

Pubblicato in: Pagine, Schermi

I preferiti di Marzo

Libro: Piranesi di Susanna Clarke

Finalmente un libro di cui riesco a spiegarmi il successo. Non è un segreto che ultimamente mi sia imbattuta in un sacco di libri che hanno suscitato lodi da chiunque, lodi che non riuscivo a capire. Fortunatamente questo non è il caso di “Piranesi”, il romanzo di Susanna Clarke, pubblicato a settembre dello scorso anno (il titolo nell’edizione italiana di Fazi resta lo stesso). Piranesi vive nella Casa, piena di Statue. La Casa è immensa, con molteplici stanze e diversi livelli: quelli più bassi, sono soggetti a Maree; quelli più alti, sono attraversati da Nuvole. Piranesi è l’unico abitante della Casa, ma ogni Martedì e Venerdì, per un’ora soltanto, incontra l’Altro, il cui obiettivo è quello di conseguire una certa Conoscenza e per far ciò ha bisogno dell’aiuto di Piranesi, che conosce questa labirintica Casa come le sue tasche. Piranesi è convinto di essere solo, ad eccezione de l’Altro, ma quest’ultimo lo avvisa che c’è un’altra persona che si sta aggirando per le stanze della Casa: Piranesi non deve fidarsi di costui, non deve neanche rivolgergli la parola, perché questa persona è bugiarda e rappresenta una minaccia per la sua sanità mentale. Queste sono le premesse per un romanzo fantastico che vi porterà in un altro Mondo. Nel lontano 2004, Clarke ha pubblicato un altro romanzo, “Jonathan Strange & Mr Norrell” (che io non ho letto), considerato uno dei fantasy migliori e di maggior successo degli ultimi anni; “Piranesi” è stato etichettato come fantasy a sua volta per semplicità, ma la classificazione di questo romanzo è ben difficile. Certo, il mondo creato da Clarke è estremamente fantastico, ma alla fine del romanzo credo che il lettore possa anche operare la scelta di dare una spiegazione puramente logica e razionale per quanto accade al protagonista. Stranamente però non è questa l’interpretazione per cui molti lettori hanno optato. Non sono una grande fan dei fantasy e sembrerebbe logico per i miei gusti, di fronte ad un libro come questo che si presterebbe ad una spiegazione razionale, scegliere quest’ultima opzione, ma ho preferito lasciare la mia interpretazione nel mondo del fantasy perché anche così facendo “Piranesi” resta una perla, con tante sfaccettature e diversi livelli di profondità. Scegliere un’interpretazione fantasy in questo caso eleva il romanzo ancora di più, secondo me. La storia è quasi un mystery, forse per questo mi ha particolarmente intrigato, ma non aspettatevi un mystery con chissà quale colpo di scena finale. Che ci sia qualcosa di strano lo si capisce sin da subito, forse anche grazie al dettaglio che inizialmente mi aveva un po’ spaesato: all’inizio, il romanzo sembra quasi senza tempo e al di fuori di qualsiasi spazio a noi conosciuto, almeno fino a che non ci vengono offerte specifiche date, più vicine alla nostra contemporaneità di quanto potessimo inizialmente immaginare; inoltre fanno la loro apparizione oggetti estremamente moderni, come ciotole di plastica e lo “shining device” che sempre accompagna l’Altro nelle sue visite. Nonostante Piranesi sia un personaggio estremamente intelligente, presenta anche una certa ingenuità e innocenza, nonché un modo di pensare quasi primordiale che potrebbe ricordare i primi approcci dell’uomo alla civiltà (la cura per i propri defunti, l’idea del matrimonio), benché Piranesi sia il solo esponente di questo Mondo in cui si trova. Il romanzo è in effetti anche un’elegante descrizione di solitudine. “Piranesi” è una storia in fondo molto semplice, ma costruita in maniera esemplare, aggiungendo diversi strati che non si rivelano mai ridondanti, nei quali echeggia molto pensiero filosofico.

Serie tv: It’s a Sin

Ho recuperato questa serie tv britannica di soli 5 episodi ambientata negli anni ‘80 che parla di un gruppo di amici che si trova a vivere l’epidemia del virus dell’HIV e dell’AIDS. Ad attrarmi verso questa serie tv, che avrei probabilmente visto comunque, ma sicuramente questo fattore mi ha fatto gasare ancora di più, è la partecipazione di Olly Alexander nel ruolo di Richie. Olly Alexander è un attore, ma è anche il cantante di una delle mie band preferite degli ultimi anni, Years & Years, che ho avuto anche il piacere di ascoltare e vedere dal vivo oramai ben 2 anni fa, nel dicembre 2018 all’O2 Arena, nel corso di un concerto spettacolare che fu più un evento unico che un semplice live show. “It’s a Sin”, scritta e diretta da Russell T Davies, è ovviamente queer. Il gruppo di amici è composto da Richie, Roscoe, Ash, Colin e Jill, ma ci sono tanti altri personaggi, ognuno con la sua importanza, anche quelli che appaiono in un solo episodio, nonostante siano questi cinque, i quali si trovano a condividere lo stesso appartamento a Londra, il cuore della serie. “It’s a Sin” è una storia di amicizia, di amore, di paura, di solitudine, di affermazione, di accettazione, di rifiuto. Senza contare che nei primi episodi, quando l’HIV era ancora qualcosa di sconosciuto e non si aveva idea di come si trasmettesse, ad eccezione del fatto che da subito venne etichettato come il virus dei gay, ci sono delle scene che ci sembreranno estremamente familiari. Quando un amico del gruppo infatti contrae l’HIV, vediamo Jill aiutarlo, portandogli la spesa e da mangiare: la ragazza si presenta a casa dell’amico con i guanti, pulendo e disinfettando ogni superficie. Qualche scena dopo, l’amico, che aveva confessato solo a Jill della sua situazione e le aveva chiesto di non farne parola con i suoi coinquilini, si presenta a casa di questi ultimi, affermando di sentirsi meglio, e Jill lo osserva terrorizzata bere da una tazza della loro dispensa, tazza che Jill procederà poi a lavare, sanificare, fino a decidere di gettarla via dopo averla ridotta in mille pezzi. Chi non rivede se stesso all’inizio della pandemia degli ultimi tempi alzi la mano (magari non proprio a gettare le tazze dopo l’uso, ma insomma, ci siamo capiti). Si percepisce chiaramente il terrore, la confusione e la frustrazione di fronte ad una malattia sconosciuta e dalla quale non si sa come difendersi, sentimenti che tutti noi abbiamo sperimentato un anno fa, quando il dibattito “mascherine sì, mascherine no” era molto in voga. La differenza ai quei tempi purtroppo era che, essendo l’HIV considerato il virus dei gay, questi ultimi, già lontani anni luce dal fare coming out liberamente, si trovano ancor più isolati, senza contare che nessuno sembrava avere interesse a curare una malattia che colpiva prevalentemente una fetta di società ai tempi considerata deviata, sbagliata. Nella serie tv viene mostrata efficacemente e dolorosamente la vergogna delle famiglie di questi uomini gay, arrivati a Londra rincorrendo un sogno per poi tornare nelle loro cittadine di origine da qualche parte nel Regno Unito una volta contratta la malattia; si sente lo stigma e la rabbia, perché forse se i loro figli fossero stati “normali” non avrebbero contratto il virus, andando incontro a quella che ai tempi, e nella serie tv stessa, veniva definita una sentenza di morte. Lo show ha il pregio di costruire, in soli cinque episodi, in meno di 5 ore (gli episodi durano in media tre quarti d’ora), dei personaggi, delle dinamiche, delle situazione che ti fanno sentire più coinvolto di quanto a volte riescano a fare serie tv di 22 episodi. Questo onestamente è secondo me un grande pregio delle serie tv britanniche, che sono di breve durata da decenni, prima dell’avvento di Netflix, prima che il binge-watching diventasse una pratica socialmente accettabile che più o meno tutti hanno fatto una volta nella vita e non solo gli appassionati come me che sono fan delle serie tv da anni. Netflix ha costretto un sacco di produzioni americane a restringersi, puntando verso 10-12 episodi massimo, meglio ancora se 8, perché meno una serie dura, più se ne possono guardare. Curiosamente, questo è sempre stato il modo di fare delle serie tv britanniche, anche se è più una scelta stilistica che un rincorrere la possibilità di garantire la pratica del binge-watching. Due serie tv che amo di produzione britannica sono senza dubbio “Skins” e “Misfits”: diverse nei temi da “It’s a Sin”, anche queste avevano il pregio di creare in una manciata di episodi personaggi originali, credibili (anche quando avevano i super-poteri come in “Misfits”) e di cui veramente ti fregava qualcosa, cosa che non sempre accade nelle produzioni statunitensi che spesso, specialmente quelle indirizzate ai teen ager, sembrano fatte con lo stampino, con personaggi così stereotipati da sembrare caricature. Comunque, accantonando questo pippone e tornando a “It’s a Sin”: non posso che consigliarla. L’ho guardata in piena sindrome premestruale e posso dire che ho singhiozzato inconsolabile e non solo durante l’ultimo episodio. Sindrome premestruale a parte, è una serie tv emozionante, una serie tv che soprattutto fa capire che c’è ancora qualcosa da conoscere su una malattia che al giorno d’oggi spesso viene sottovalutata. 

Film: Freddy VS Jason

A Marzo ho visto meno film rispetto ai mesi precedenti, ma non sapevo comunque quale scegliere perché ce n’erano almeno altri due-tre papabili. Su Netflix gli unici film presenti con le icone degli horror slasher come Freddy Krueger o Jason Voorhees sono solitamente i remake degli ultimi anni: “Freddy VS Jason”, diretto da Ronny Yu, scritto da Damian Shannon e Mark Swift e uscito nel 2003, è uno dei più vecchi che si può trovare sulla piattaforma streaming con questi personaggi, per il resto bisogna accontentarsi dei remake del 2009 (“Friday the 13th”) e del 2010 (“A Nightmare on Elm Street”). Ovviamente prego e spero che prima o poi Netflix riesca ad ottenere i diritti per riesumare anche alcuni dei film originali, ma ho l’impressione che ottenere i diritti costerebbe troppo e pochi sarebbero gli iscritti interessati. Ho scelto questo film come preferito del mese perché: 1) ero convinta di averlo già visto in passato, ma quando ho iniziato la visione mi sono resa conto che non era assolutamente così e probabilmente la mia convinzione di averlo visto derivava dal fatto che comunque lo conoscevo molto bene tramite foto, spezzoni e articoli vari; 2) Freddy Krueger, enough said. Mi aspettavo un film super duper trash, ma l’ho trovato stranamente godibile. Non ho mai capito il senso di questo crossover, non so neanche come sia nata questa idea, ma l’ho trovata divertente. Il film è stato discretamente (e, oserei dire, prevedibilmente) snobbato dai critici, ma credo che preso per quello che è non sia affatto male: è un esperimento che mi verrebbe da definire semplicemente come “bonkers”, fuori di testa. Per una volta, concordo con Netflix, che ha piazzato questo film nella sezione “Cult” perché insomma, un po’ iconico questo film lo è davvero. Ho trovato discreto il mescolamento dei due mondi: le atmosfere di Crystal Lake e il mondo onirico di “Nightmare” sono ben bilanciati nel corso del film. Credo mi abbia semplicemente troppo gasato trovare un film con il mio amato Freddy che non avessi ancora visto, la mia gioia nei confronti di questo nuovo e per me inedito contenuto decisamente palpabile e più che sufficiente per farmi dichiarare questo il film preferito del mese, non perché sia il film migliore del mondo, ma perché sicuramente mi ha apportato la più grande fonte di felicità e intrattenimento. Mi manca Freddy come personaggio, vorrei che realizzassero ancora film su di lui come accade per Michael Meyers e la saga di “Halloween”, ma c’è una grande differenza tra un personaggio “parlato” come Freddy, con le sue battute perverse e dark, e un personaggio muto come Michael. Ovviamente gran parte del fascino di Michael è proprio nel suo silenzio, nei suoi movimenti, anche Michael potrebbe essere scritto male in una sceneggiatura da questo punto di vista, ma credo che Freddy rappresenti una sfida ancora più grande che nessuno ha il coraggio di accollarsi dopo il flop del remake del 2010 (che a me comunque non era dispiaciuto, anche se io ho un debole per Jackie Earle Haley da quando ha interpretato Rorschach).