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Il travolgente successo di Daisy Jones & the Six

“Daisy Jones & the Six” è il titolo del libro scritto da Taylor Jenkins Reid, pubblicato per la prima volta nel marzo del 2019 e arrivato in Italia con lo stesso titolo per la casa editrice Sperling&Kupfer. L’autrice ha pubblicato numerosi libri in passato, ma questo è il primo che giunge alla mia attenzione, grazie al grande successo che ha avuto. 

La storia narra di una band, chiamata appunto Daisy Jones and the Six, formatasi negli anni ‘70, che ha ottenuto un successo straordinario, riempiendo stadi, spopolando in radio, apparendo sulle copertine di giornali come Rolling Stones. La band ha pubblicato soltanto un disco, che stava promuovendo durante un tour sold out che ha finito per essere interrotto prima del previsto. La band si è infatti sciolta il 12 luglio del 1979 dopo il loro concerto a Chicago.

Facciamo alcune premesse: Daisy Jones and the Six non sono mai esistiti. La storia narra di una band fittizia, con un successo fittizio e dei fans fittizi. L’intento dell’autrice è creare un resoconto di quello che è stato sotto forma di testimonianze ed interviste, svelando sul finale i motivi che hanno portato la band a sciogliersi e a sparire nel nulla. Il libro è dunque composto dalle dichiarazioni dei vari componenti e di altri personaggi fondamentali per la loro carriera e nella loro vita: produttori, giornalisti, familiari, amici. I vari componenti sono stati intervistati in sede singola e le loro dichiarazioni sono state poi riordinate in ordine cronologico, in modo che il lettore possa ascoltare le diverse opinioni degli interessati su un certo argomento o fatto accaduto. Qui mi sono imbattuta nel primo problema che ho avuto con il libro, ossia il fatto che quasi per ogni avvenimento i diversi membri della band avessero una percezione totalmente diversa. E’ ovvio che ognuno ha un’esperienza diversa dello stesso vissuto e all’inizio ho trovato quasi divertente il fatto che le opinioni di questi personaggi fossero completamente agli antipodi, ma la cosa diventa un po’ fastidiosa quando costantemente ci troviamo nella situazione in cui a posteriori Tizio dice A e Caio dice B. Ci sono momenti in cui mi è il dubbio che queste persone fossero davvero nella stessa stanza, considerando la loro impressione totalmente diversa dello stesso avvenimento. Questo è fatto per illustrare le dinamiche interne alla band, dinamiche non sempre idilliache: c’è una grande mancanza di dialogo tra questi musicisti, senza contare che il frontman e cantante, Billy, è il classico divo adorato dal pubblico nonché mente della band, anche se in realtà appare spesso come un testardo che vuole far tutto da solo senza ascoltare l’opinione dei suoi compagni musicisti perché crede in fondo in fondo di essere meglio di loro. 

Billy, assieme a suo fratello Graham, è il fondatore della band The Six, la quale ha questo nome perché i membri sono sei (anche se in realtà non riescono a concordare neanche su questo perché alcuni di loro credono che questo nome sia stato scelto per la sua assonanza con “the sex”). Nel corso della loro carriera, i nostri sei si imbattono in Daisy Jones, la quale aveva già composto e pubblicato musica come solista e aveva guadagnato fama perché era bellissima, frequentava i luoghi e le persone giuste, insomma era l’incarnazione dello spirito libero femminile anni ‘70. Il duetto che Daisy Jones registra con la band diventa un successo, grazie anche alla chimica che la ragazza ha con Billy: le loro voci sembrano completarsi e la loro presenza sul palco riesce a rapire chiunque li osservi. Peccato che Billy e Daisy si odino. O forse no?

La cosa che mi ha infastidito del libro è che parte bene: un format interessante e diverso (personalmente non ho mai letto un libro strutturato come una lunga intervista ad una band totalmente inventata), ma poi finisce sui soliti cliché. Nel paragrafo a seguire, alcuni spoiler presenti, quindi saltate e passate a quello successivo se non volete rovinarvi l’eventuale lettura del libro.

Speravo davvero che il grande mistero alla base dello scioglimento di questa band non fosse la solita solfa “Sex, drugs and rock’n’roll”, ma purtroppo è così. Daisy viene presentata da subito come una ragazza che non schifa le droghe, anzi, ci sguazza dentro. Anche Billy inizia a farne uso quando la band raggiunge il successo. Mentre Daisy è uno spirito libero (si sposa ad un certo punto della narrazione, ma con un tizio più drogato di lei, un vero e proprio “match made in Heaven”), Billy ha una ragazza, Camila, di cui è molto innamorato e con cui si sposa. Camila scopre di essere incinta proprio quando la carriera dei The Six sta decollando. Billy parte in tour con la band e lascia Camila a casa, ma di questo lei non si cruccia perché è davvero una santa, la donna più buona e comprensiva dell’universo. Peccato che Billy si riveli un bambino, chiaramente spaventato dal suo imminente ruolo di padre: inizia ad abusare delle sostanze e a spassarsela con le groupies. Camila lo sorprende, per qualche strano motivo non gli spacca la testa contro il muro, gli dice che ha tempo fino alla nascita della figlia per disintossicarsi e smetterla di fare donnaiolo. Billy entra in rehab il giorno della nascita di sua figlia e ci trascorre due mesi. Da qui in poi Billy resterà pulito, non senza difficoltà. Quando Billy sembra avere in mano la sua vita, arriva Daisy Jones che non solo sta fuori come un balcone, ma è anche la donna più figa degli anni ‘70. I due si detestano, come solo possono fare due artisti profondi e tormentati che vengono costretti a lavorare insieme, e ci viene fatto capire che si innamorano l’uno dell’altro. A me questa cosa onestamente ha fatto alzare gli occhi al cielo perché stiamo parlando di due persone adulte, non di due liceali che si stuzzicano per far capire l’uno all’altro che in realtà provano un certo interesse. Vediamo i due comporre musica insieme, per lo più litigando su ogni singola nota e verso, e io dovrei anche credere che questi due siano innamorati l’uno dell’altro? Credo che in questo libro si confonda l’amore con la lussuria. Billy è egocentrico, cieco ed ottuso, ma anche Daisy non è da meno: viene descritta come una donna forte e indipendente perché non indossa il reggiseno e dice cose come “I had absolutely no interest in being somebody else’s muse. I am not a muse. I am the somebody. End of fucking story”. La metà delle cose che escono dalla bocca di Daisy sembrano a mio parere quelle di una bimbaminkia su tumblr, con tutto il rispetto. Jenkins Reid ha fatto un lavoro davvero interessante per quanto riguarda lo stile del libro, tanto da aver inserito alla fine del volume i testi della canzoni che vanno a comporre l’album di Daisy Jones and the Six, “Aurora”. Alcuni di questi testi non sono neanche malaccio, ma allo stesso tempo grazie a questi scopriamo che Daisy Jones è il genere di persona che scrive versi come “When you think of me, I hope it ruins rock’n’roll” (verso di una canzone scritta dopo l’ennesima diatriba con Billy) che a me pare la caption perfetta per quella foto in bikini che postiamo su instagram dopo la rottura con il fidanzato stronzo per ricordargli cosa si sta perdendo.

I personaggi di contorno sono mille volte più interessanti. Le altre donne del romanzo sono davvero donne indipendenti e forti. Abbiamo Karen, la tastierista che sa perfettamente chi è e cosa vuole e va a prenderselo, sia dal punto di vista sentimentale che da quello professionale: non solo Karen fa una scelta personale che è ancora uno stigma adesso, figuriamoci negli anni ‘70, ma dopo lo scioglimento della band, continuerà ad andare in tour con altre band per oltre 20 anni. Onestamente, Karen si meriterebbe uno spin-off tutto suo. Abbiamo Camila, che come ho già detto è una santa, una donna che non perde mai la fiducia nell’uomo che ama, anche quando questo si comporta come un bambino, ma non passa per debole o sottomessa, anzi, l’ho trovata un personaggio molto forte. Anche gli altri membri maschili della band sono mille volte più interessanti di Billy: se non contiamo quel poveraccio di Graham, fratello di Billy e per sempre costretto a vivere nell’ombra di quest’ultimo, abbiamo Pete, per cui la band era solo un ingaggio temporaneo perché la vita da rockstar non fa per lui, desidera soltanto una vita tranquilla con la ragazza che ama; abbiamo Eddie, il membro della band che vuole davvero fare musica, che non si sente ascoltato e considerato, che cerca di portare le sue idee nella stesura dell’album, ma queste vengono ignorate; abbiamo infine Warren, il classico membro della band “who is just along for the ride”, ossia non gli dispiace essere nella band (droghe, groupies e successo, yay), ma non vuole essere coinvolto in tutti i battibecchi tra le varie primedonne del gruppo e solitamente esce fuori a fumare una sigaretta e torna quando è arrivato il momento di suonare (Warren is my spirit animal).

La struttura intervista/documentario funziona bene ed è senza dubbio uno degli elementi più coinvolgenti, almeno fino a quando non viene rovinata in maniera maldestra. Prima della fine del libro scopriremo chi è l’intervistatrice, ma ciò accade purtroppo in maniera anti-climatica. Considerando che Jenkins Reid si impegna molto per rendere autentica la struttura da lei scelta, tanto da porre all’inizio una “Nota dell’autrice” dove per autrice non si intende Jenkins Reid, ma l’intervistatrice della storia, perché rovinare il tutto facendoci scoprire chi è stato fino ad ora l’interlocutore dei vari intervistati nel bel mezzo dell’intervista stessa? Non sarebbe stato meglio porre alla fine del libro una sorta di biografia fittizia dell’autrice grazie alla quale avremmo scoperto chi era in realtà la persona che aveva condotto tutte quelle interviste e quale fosse il suo legame con la band? Sarebbe stato decisamente più autentico e sarebbe stato decisamente più realistico e professionale, soprattutto contando che, arrivati all’ultimo capitolo, visto che oramai l’arcano è stato svelato, tutti gli intervistati si rivolgono all’intervistatrice dandole del tu, come se fossero quattro amici al bar. Davvero una scelta infelice.

Il libro diventerà una serie tv per Amazon Video, composta da 13 episodi. Onestamente, sono molto curiosa di vedere come tradurranno la storia sullo schermo, se manterranno lo stile finta intervista per poi esplorare il passato attraverso flashback (spero proprio di sì) o se la storia sarà semplicemente ambientata negli anni ‘70. Qualunque sarà la scelta, sono molto curiosa perché credo che come serie tv potrebbe funzionare anche meglio che come libro.
In generale non mi sento di sconsigliare totalmente il libro perché alcuni personaggi meritano davvero e soprattutto vale la pena di leggerlo per immergersi in questa struttura diversa dal solito. Inoltre, se come me avete avuto almeno una volta nella vita una band del cuore di cui leggevate tutte le interviste e cercavate di scoprire tutti i segreti, soprattutto riguardo al loro processo creativo, questo libro potrebbe portarvi alla mente parecchi ricordi ed emozioni. Preparatevi però per protagonisti discretamente odiosi, momenti vagamente noiosi e un po’ ripetitivi e un finale che è l’esatto opposto dell’hype generato dal libro stesso.

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