Pubblicato in: Pagine, Schermi

I preferiti del mese di Febbraio

Libri: Girl, Woman, Other di Bernardine Evaristo

Pubblicato in Italia da Edizioni Sur con il titolo “Ragazza, Donna, Altro”, questo libro è stato considerato da molti uno dei migliori del 2020. E’ una lettura interessante e diversa, a partire dalla prosa in versi. Tanto ho sentito parlare di questo libro e mai nessuno che avesse nominato il modo in cui è scritto, dettaglio che mi ha molto sorpreso quando l’ho aperto per la prima volta. Non mi ero mai trovata di fronte ad uno stile del genere e ogni volta che riprendevo la lettura dovevo riabituarmi a questa prosa in versi. Allo stesso tempo non sono sicura che il libro avrebbe funzionato allo stesso modo senza questa scelta stilistica. Dodici sono i racconti che lo compongono, per lo più incentrati su donne di diverse età e generazioni (uno di questi racconti tratta di una persona che si identifica con genere neutro), tutte collegate le une alle altre per motivi più o meno caratterizzanti. Abbiamo madri e figlie, amiche di vecchia data che ancora si parlano mentre altre hanno perso i contatti, studentesse ed insegnanti, nonne e nipoti. Abbiamo donne che amano altre donne, madri che amano i mariti delle loro figlie, madri che si ritrovano con tre figli e nessun padre con cui condividere la responsabilità, donne che sembrano avere la natura contro quando si tratta di diventare madri. Il bello del libro sta in questo, in raccontare tante storie diverse, spaccati di vita in cui potremmo riconoscerci o meno, ma che sicuramente ci faranno riflettere e provare forti emozioni. Siamo tutte queste donne e nessuna di loro allo stesso tempo, possiamo riconoscerci in alcuni loro pensieri e in parte del loro vissuto, ma alla fine la loro storia è unica e propria a se stessa, esattamente come la storia di ognuno di noi, e va rispettata proprio per questa sua bellezza. E’ un libro che, più che essere semplicemente letto, deve essere ascoltato con grande empatia, la quale qui, come in tanti altri casi, è davvero la chiave di tutto.

Serie tv: Crime Scene: The Vanishing at the Cecil Hotel

Prima di Netflix, documentario per me equivaleva a noia: immagini di animali nella Savana o di fauna e flora tipici della Foresta Pluviale erano la mia idea di documentario, spesso narrata dalla voce di un uomo di mezz’età con discrete doti soporifere. Dopo l’avvento di Netflix, le cose sono cambiate; in particolar modo, per un’amante del true crime come me, Netflix è un pozzo delle meraviglie. Il primo documentario che ho visto sulla piattaforma è stato “Making a Murderer”, anche se sono saltata su questo treno molto in ritardo rispetto agli altri; dopo di lui, tanti ne sono seguiti. Questa nuova docu-serie, divisa in quattro episodi, parla di uno dei tanti fatti strani avvenuti al Cecil Hotel, un hotel di Los Angeles famoso per le numerose storie di omicidi, suicidi e morti misteriose consumatesi al suo interno. Su di esso tra l’altro è basato l’hotel Cortez della quinta stagione di “American Horror Story”. Il documentario si concentra in particolar modo sul caso di Elisa Lam, che io non conoscevo nei dettagli, ma di cui avevo già sentito parlare; in particolar modo me ne sono resa conto quando arriva il secondo episodio, quello del ritrovamento del suo corpo. “Sulla scena del delitto: Il caso del Cecil Hotel” – questo il titolo italiano – secondo me è simile ed opposto ad un’altra docu-serie Netflix, “Don’t fuck with cats: Hunting an Internet killer”. In quest’ultimo, vengono intervistati degli “investigatori di internet” che ai tempi furono davvero di aiuto nel trovare Luka Magnotta, che aveva postato online due video: nel primo uccideva un gatto con un aspirapolvere; nel secondo, la sua vittima era un ragazzo che aveva attirato nella sua trappola tramite Craigslist. Nel documentario su Elisa Lam, vediamo altri detectivi di internet all’azione, ma con risultati completamente diversi: viene mostrato dove una piccola comunità possa ideare complotti da film, scovando connessioni ovunque. Il caso di Elisa Lam presenta davvero tante stranezze e un mare di coincidenze che neanche nei peggiori film thriller e il documentario le esplora tutte, creando un grande hype, lo stesso che probabilmente ha spinto questi detectivi di internet a credere che ci fosse un occultamento di fatti e di prove in cui erano coinvolti LAPD, l’Hotel Cecil e persino The Last Bookstore, un negozio di libri dove Elisa si era recata poco prima della sua scomparsa (vogliamo parlare del nome di questa libreria? Nel contesto della storia diventa inquietante a dir poco). Questi detective di internet hanno individuato numerose stranezze per alimentare altrettanti sospetti: alcuni pensavano che Elisa fosse stata uccisa da un pazzo che voleva ricreare la storia del film horror “Dark Water”, uscito qualche anno prima (il ritrovamento del corpo nella cisterna dell’acqua sul tetto dell’hotel era il dettaglio più pressante in questa analogia); altri credevano che il colpevole fosse un certo cantante black metal chiamato Morbid che aveva alloggiato al Cecil Hotel a sua volta, poi scagionato, nonostante il suo presunto coinvolgimento l’ha reso vittima di un abuso online da brivido; l’ipotesi più assurda e inquietante, secondo me, vedeva Elisa Lam come un’arma biologica, considerando che Skid Row, la via piena di senzatetto e spacciatori a pochi passi dall’hotel, era stata colpita da un’epidemia di tubercolosi e il test per tale malattia si chiama appunto Lam Elisa, senza contare che Elisa frequentava l’Università della British Columbia a Vancouver, nota per i suoi studi sulla tubercolosi. La soluzione del mistero però è in realtà piuttosto ordinaria e, forse per questo, ancora più triste. Il documentario illustra la speranza che spesso le persone nutrono quando si trovano di fronte ad un incidente, la speranza che magari ci sia un agente esterno, un terzo che abbia creato tale sfortunata situazione, soltanto per avere qualcuno da incolpare. Nella storia di Elisa Lam ci sono tanti elementi che fanno pensare che qualcuno possa averle fatto del male, ma alla fine del documentario si lascia poco spazio ai dubbi e risulta piuttosto evidente che purtroppo questa ragazza ha trascorso gli ultimi attimi della sua vita in uno stato mentale che l’ha condotta alla sua triste sorte. Elisa era affetta da disturbo bipolare e dall’autopsia è risultato che avesse smesso di prendere le sue medicine o che ne stesse prendendo meno di quelle necessarie. Anche per gli amanti dei misteri come me, il documentario alla fine lascia una sensazione definitiva che il caso sia stato risolto, per quanto triste la realtà dei fatti possa essere. Un documentario interessante e coinvolgente, anche se alcuni di questi detective di internet erano talmente morbosi da crearmi un certo senso di disagio.

Film: The Platform

Giungo in ritardo alla visione di questo film, che in Italia, con il titolo “Il buco”, circa un anno fa apparentemente è stato “all the rage” e ha fatto molto discutere, infatti dopo averlo visto mi sono accorta che ogni youtuber che seguo ne ha parlato sul suo canale. Un thriller/horror spagnolo del 2019, la storia parla di una sorta di prigione verticale con un buco al centro attraverso il quale viaggia una piattaforma che funge da tavolo, imbandita di cibo. Chi è ai primi livelli si abbuffa e lascia poco o niente a chi è sotto, senza contare che ciò che lascia è già stato toccato, mangiucchiato, “smuficchiato” come direbbe mia madre in una parola che non so se sia dialetto o suo neologismo. Ogni mese, i detenuti vengono spostati di livello senza un vero e proprio criterio: non sembra infatti dipendere da una condotta buona o meno, anzi, dai racconti di Trimagasi, il primo compagno di cella di Goreng, il nostro protagonista, si ha l’impressione che se un mese sei ai piani alti, il mese dopo ti ritroverai ad uno di quelli bassi. Questa prigione di livelli ne ha tanti, 200 dice Imoguiri, la seconda compagna di cella di Goreng, la quale lavorava per l’Amministrazione prima di decidere di entrare volontaria in questa struttura, essendo malata ed avendo pochi mesi di vita rimasti (scelta che poco comprendo, ma ok). Chi sta oltre il livello 50, spesso non mangia, diventando così violento nei confronti del compagno di cella e ricorrendo spesso al cannibalismo. Ogni detenuto può scegliere un oggetto da portare con sé e quando Trimagasi dice a Goreng che si è portato dietro un coltello, il Samurai Plus, comprato in una di quelle televendite che mi hanno ricordato quelle del beneamato Chef Tony, Goreng inizia a credere che forse ha sottovalutato la situazione. Ci sono tante, tante cose lasciate in sospeso in questo film, tante domande non risposte: la sceneggiatura non è senza difetti. Non so neanche se questo luogo possa essere definito prigione visto che ci sono detenuti veri e propri che sono stati rinchiusi secondo una qualsiasi legge esistente nel mondo fuori, che noi comunque non conosciamo, ma ci sono anche persone che entrano volontariamente, come Goreng, in cambio di qualcosa una volta che usciranno. Sembra strano inoltre che alcuni detenuti si spostino di livello senza ripercussioni, ma se cercano di conservare un pezzo di cibo da mangiare più tardi rischiano di morire o congelati o bruciati. Sembra strano, ma allo stesso tempo nel primo dialogo del film ci viene detto da Trimagasi che la fossa ruota attorno al “mangiare”: tutto ruota in effetti attorno al cibo, viene detto all’inizio, viene detto più volte. Il primo dialogo del film è chiaramente in funzione dello spettatore, così che possa capire cosa sta succedendo a grandi linee, benché sembra strano che Goreng si sia offerto di farsi rinchiudere in questo posto e non ne conosca i dettagli. Del resto, siamo chiaramente in una distopia, che a volte è il modo migliore per pararsi un po’ il sedere quando certe cose non filano o ci sono dei buchi di trama. Il film ha il pregio di non essere noioso né vuoto, non c’è un istante in cui non succeda qualcosa, tanto che quando mi sono accorta che mancavano solo 20 minuti alla fine mi sono sorpresa di quanto fosse successo prima, ma ancor di più mi sono sorpresa di quante cose sono poi successe in quegli ultimi 20 minuti. Il ritmo è serrato, aiutato da qualche montage ben costruito, con musica adatta, che illustra il passare del tempo e l’effetto che questa prigionia sta avendo su Goreng, il quale era entrato lì dentro credendo di essere uno dei giusti, uno dei buoni, e deve infine ricredersi. La storia – e qui sta il bello – è una grande metafora delle classi sociali e della lotta tra queste. Non viene dipinta un’immagine positiva dell’umanità, considerando che per farsi ascoltare dalla gente non basta la gentilezza, bisogna minacciare di cagare sul piatto in cui mangiano per farli collaborare: così fa infatti Goreng quando Imoguiri tenta di farsi ascoltare da quelli sotto di lei, dicendo che, se razionassero le porzioni, il cibo basterebbe per tutti. Interessante è il fatto che lei stessa, benché lavorasse per l’Amministrazione non conosca davvero tutta la storia, infatti il numero dei livelli è ben più di quanto le fosse stato detto, dunque forse l’unica possibilità di mangiare per tutti sarebbe comunque lasciare il popolo sempre un po’ affamato, senza contare come sia evidente che, anche chi fa parte del sistema, a volte viene tenuto all’oscuro di come lo stesso veramente funzioni. Questa scena sottolinea inoltre come sia possibile influenzare solo chi è sotto di noi: non c’è infatti possibilità che chi è ai livelli superiori ascolti le preghiere di Imoguiri, così come non ascolteranno le minacce di Goreng il quale, ovviamente, non può cacare in aria. Sottintesa è anche l’idea che le generazioni future siano in una situazione pessima a causa di chi è venuto prima di loro, il quale non si è curato di coloro che sarebbero venuti dopo e che sarebbero stati costretti a vivere in un mondo precedentemente fagocitato, sfruttato e distrutto. Altro motivo per cui l’immagine dell’umanità data da questo film non è positiva sta nel mostrare in più di un’occasione che il dialogo non basta e la violenza è preferibile per ottenere ciò che si vuole. Molti si sono lamentati del finale e in effetti ha deluso un po’ anche me. Considerando tutto quello che viene prima, l’idea data alla fine delle generazioni future come unica speranza mi è sembrata un po’ troppo buonista e menefreghista allo stesso tempo, un lavarsene le mani che rappresenta una mentalità dannosa che secondo me dovrebbe essere estirpata: le generazioni future saranno anche l’unica speranza, ma l’incarico di cambiare il mondo non può essere dato solo a loro, tutti devono partecipare, tutti devono cambiare perché la realtà e il mondo si salvano solo con un’azione collettiva. Senza contare che secondo me il messaggio doveva essere la panna cotta (chi ha visto il film capirà): sarebbe stato decisamente più potente.

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