Pubblicato in: Me, me stessa e io

I gatti della mia vita

Mia madre mi ha telefonato due giorni fa per dirmi che Bella, l’ultima aggiunta alla nostra dinastia familiare di felini, è stata investita da un’auto con esito fatale. Bella avrebbe compiuto un anno tra due o tre settimane. La mia famiglia l’aveva adottata i primi di giugno dello scorso anno, quindi viveva con i miei da davvero poco tempo. Questa triste notizia mi ha spinto a rimembrare tutti i gatti che hanno attraversato la mia vita.

La prima di cui ho ricordo è Nuvoletta Prima. Una gatta trovata per caso, grigia tigrata che abbiamo adottato o almeno cercato di adottare. Ero molto piccola, ho ricordi molto vaghi. So solo che evidentemente non era destino perché Nuvoletta Prima è scomparsa dopo due settimane.

Questa breve esperienza a stretto contatto con un felino mi ha fatto desiderare di adottarne uno intenzionalmente. Credo avessi all’incirca otto anni e ho iniziato a chiedere ai miei se potessimo prendere un gatto. Arrivò così la nostra prima vera gatta, Saetta, così battezzata da mia madre una mattina quando, aprendo la porta per farla entrare, la gatta è schizzata dentro casa a velocità della luce. Saetta era tigrata di colore scuro. Ho un ricordo molto speciale di lei perché ogni volta che piangevo veniva a leccarmi una mano. Lo faceva anche quando piangevo per finta, durante qualche battibecco o gioco con mia sorella. Non ho mai incontrato un altro gatto che reagisse nello stesso modo. 

A Saetta abbiamo fatto forse il torto più grande che si potesse fare ad una gatta: le abbiamo fatto fare i cuccioli per poi castrarla subito dopo, onde evitare che restasse incinta di nuovo. Il veterinario ci ha detto che è una pratica abbastanza comune per chi, come noi, vuole provare l’esperienza di avere dei gatti piccoli. Per la mamma gatta è però un trauma: Saetta era rinchiusa in una gabbia per i primi giorni e dovevamo farle allattare un gatto per volta per evitare che danneggiassero i punti. Si lamentò tantissimo i primi giorni perché non poteva accudire i suoi pargoli come avrebbe voluto e dovuto. 

Saetta ebbe quattro gattini: Perla, Ricky, Nuvoletta Seconda e Romeo. Trovare gente disposta ad adottarli fu abbastanza difficile e capimmo ben presto che saremmo probabilmente stati costretti a tenerci un gatto della cucciolata. Io volevo tenere Perla, una gatta a chiazze bianche e grigie con striature. Nuvoletta Seconda, molto simile a Perla, fu adottata dalla signora che abitava al quarto piano del nostro stesso palazzo, la quale ci aiutò anche a piazzare altri due gatti. Romeo, tigrato scuro, simile alla madre, fu adottato da conoscenti di questa signora. Altri suoi conoscenti avevano già messo gli occhi su Ricky, grigio tigrato, il gatto con la coda più lunga che avessi mai visto, ma Ricky era un fifone e quando queste persone arrivarono per adottarlo lui se la diede a zampe. Giustamente pensando che adottare un gatto così diffidente non sarebbe stata una buona idea, queste persone chiesero di poter avere la mia Perla. Come ho detto, quando tutte queste cose stavano accadendo io ero ancora molto piccola. Più invecchio, più dimentico le cose e in generale di quegli anni ho oramai solo vaghi ricordi. Ma un’immagine che ancora non mi tolgo dalla testa è quella di questa signora che se ne va con la mia Perla in braccio. L’ho detestata con la forza che ci si può aspettare da una bambina di 9 anni, delusa nel vedere una sconosciuta portarsi via la gattina che sperava di tenere. Alla fine siamo rimasti con Saetta e Ricky e qui è iniziata la nostra tendenza ad avere più gatti nello stesso momento. 

Il ricordo più bello che ho di Saetta e i suoi cuccioli prima che venissero divisi è anche uno dei più terrificanti. Un pomeriggio, mentre ero a casa di una mia compagna di classe, si scatenò il temporale più orribile che io avessi mai visto: vento fortissimo, grandine grande come palline da ping pong, pioggia a secchiate. Io, questa mia compagna e un’altra sua amica che si era unita a noi per giocare, eravamo terrorizzate, tanto da salire sul tavolo della cucina, sederci a gambe incrociate l’una contro la schiena dell’altra, tenendo stretti al petto vari santini e crocifissi, convinte che il mondo sarebbe finito. Del resto, quelli erano gli anni in cui tutte le bambine della mia età avevano visto “Titanic”, chissà quale disastro potevamo immaginare nella nostra piccola testa dalla grande fantasia, forse che il mondo stesso sarebbe affondato. Quando la situazione si calmò, io corsi a casa in preda al panico, per paura che i gattini fossero stati portati via dalla pioggia torrenziale. La mia ansia (già altissima, come si può capire, a soli 9 anni) peggiorò quando non riuscivamo in un primo momento a trovare questi gattini. Iniziammo poi a sentire miagolare e scoprimmo che erano stati nascosti nella cassetta del contatore del metano, infilati lì dentro da una fessura sul fondo dalla loro premurosa madre. 

Una volta dati in adozioni, non posso dire che questi gatti abbiano vissuto vite lunghe e felici: Nuvoletta Seconda cadde dal balcone della signora del quarto piano e dico solo che non sempre i gatti cadono in piedi, specialmente se incontrano un ostacolo in discesa; Romeo fu investito da un’auto mentre inseguiva un gatto più grande di lui; la mia adorata Perla fu portata a vivere in una casa in campagna e venne avvelenata da qualche vicino.

Saetta non visse con noi molto a lungo: scomparve all’improvviso e inspiegabilmente. Mia madre è ancora convinta che sia stata rapita da qualche vicino perché Saetta aveva come unico vizio quello di andare a giocare tra piante e fiori altrui. 

Per un po’ ci restò solo Ricky, finché una sera, sotto un’auto parcheggiata di fronte casa nostra feci l’incontro che ci cambiò la vita: vidi una gattina che assomigliava tantissimo alla mia Perla, bianca e grigia con varie striature. Scoprimmo che apparteneva ad una famiglia del vicinato. Questa gatta, probabilmente terrorizzata dall’altro animale della famiglia, un dobermann, fuggiva spesso. Iniziò ad avvicinarsi a noi sempre di più, tanto che i vicini finirono per cederla a noi, incapaci di tenere questa gatta lontana dalla nostra famiglia. Ebbe così inizio il regno di Cleopatra. Il nome le era stato dato dai vicini e noi decidemmo di non cambiarlo: Cleopatra aveva dei bellissimi occhi verdi, il bordo nero attorno ad essi così intenso da sembrare eye liner, il che aveva ricordato ai vicini i quintali di matita per gli occhi con cui la regina Cleopatra d’Egitto viene dipinta nell’immaginario comune. Cleopatra e Ricky non andavano sempre d’accordo, ma ci sono anche foto che li ritraggono dormire nella stessa cuccia.

Ricky scomparve a sua volta quando aveva all’incirca quattro anni. Mia madre è convinta che fosse malato e fosse andato a morire da qualche parte perché da qualche tempo dava segnali di problemi allo stomaco, ma non sapremo mai la verità.

Per anni abbiamo avuto solo Cleopatra come unica gatta di casa. Cleopatra è stata anche la gatta più longeva della dinastia, vantando ben 17 anni di vita, nonostante fosse continuamente esposta a potenziali pericoli. La mia famiglia ha sempre avuto l’abitudine di far vagare i gatti liberi per il mondo. Il vecchio appartamento era al primo piano, la casa in cui la mia famiglia vive ora è un’abitazione a sé stante: questo per dire che tenere a bada l’istinto del gatto di voler uscire ed esplorare quando si vive in un’abitazione al piano terra è difficile e abbiamo sempre considerato ingiusto vietargli questa libertà. Cleopatra era quindi esposta a zuffe con altri gatti del quartiere, il via vai di auto, altri animali, malattie e varie. Nonostante questo, ha sempre avuto la meglio.

Quando lasciammo il vecchio appartamento per la nostra nuova casa, qualche tempo dopo ricevemmo una telefonata dalla signora che aveva comprato il nostro vecchio appartamento per informarci che Cleopatra era tornata lì. Come ho detto mille volte, vengo da un buco di paese, ma resta il fatto che la distanza percorsa dalla gatta, partendo dalla nuova casa per tornare in quella vecchia, era discretamente notevole per un animale del genere. Mia madre corse a prenderla, scusandosi con la nuova proprietaria. Qualche giorno dopo accadde la stessa cosa. La signora iniziava decisamente ad irritarsi. Credo successe un’altra volta ancora prima che mia madre iniziasse a pensare che forse così doveva essere. C’è un detto che afferma che il gatto fa la casa e non il padrone. L’idea che Cleopatra, dopo aver trascorso con noi già 7-8 anni, fosse affezionata solo alla sua abitazione e che la nostra presenza non fosse abbastanza per convincerla a seguirci in una nuova dimora ci spezzava il cuore. Cleopatra smise di avventurarsi fino alla nostra vecchia casa quando mia madre un giorno si rifiutò di andarla a prendere. Nello stesso palazzo abitavano i miei nonni e iniziammo a pensare che forse avrebbero potuto semplicemente adottarla e Cleopatra avrebbe potuto continuare a regnare sul territorio che conosceva. Tutto questo non fu necessario perché quel giorno che mia madre non andò a prendere Cleopatra, fu anche il giorno che Cleopatra tornò indietro, rifacendo tutto il percorso verso la nostra nuova casa da sola. Ancora oggi siamo convinti che quello fosse un passo necessario per lei per accettare quel trasloco: anziché essere caricata in auto e trasportata in un altro quartiere del paese, Cleopatra doveva fare quella strada da sola, con le sue zampe. Grazie a questo, abbiamo potuto vantare ancora tanti anni felici in sua compagnia, senza contare la gioia nel sapere che quel detto di cui sopra non è altro che un mucchio di fandonie.

Qualche anno dopo aver vissuto nella nostra nuova casa, tre gatti si avvicinarono a noi. Erano molto diffidenti, ma quando capirono che la nostra era la famiglia più accogliente del quartiere e che da noi potevano avere vitto e alloggio, iniziarono a vivere sotto la nostra veranda. Di questo trio facevano parte Starbucks, gatto nero e dal pelo lungo; Holly, tigrata con toni marroni; Bree, bianca e nera a chiazze. Quest’ultima era incinta. Ben presto diede vita a cinque cuccioli: Edgar, tutto nero; Amanda, bianca e grigia; Tom, Oskar e Oliver, tigrati marroni con chiazze bianche. Quest’ultimo restò sempre molto piccolo mentre i suoi fratelli crescevano a vista d’occhio. Portammo Oliver dal veterinario il quale ci disse, come era già evidente, che era sottosviluppato per la sua età. Avevamo notato come rispetto ai suoi fratelli sembrasse attaccarsi molto meno alla madre e avevamo il sospetto che questa l’avesse rifiutato. Il veterinario ci diede istruzioni per nutrirlo, ma non fu sufficiente: Oliver morì dopo solo una settimana dall’inizio di questi tentativi, così piccolo che i suoi fratelli a confronto erano il doppio di lui, con zampe già forti e scattanti, mentre Oliver sembrava la spiegazione vivente del motivo per cui si usa il verbo “gattonare” per i bambini piccoli, quando iniziano a muoversi per casa su quattro zampe, ma sono ancora scoordinati e traballanti. Nonostante la sua breve vita, ho ricordi indelebili di quella settimana trascorsa con Oliver. Lo tenevo quasi sempre in camera con me, dormiva sul mio letto nel pomeriggio mentre leggevo o guardavo un film, mi seguiva per casa miagolando a gran voce ogni volta che mi spostavo e più di una volta ho pensato che identificasse in me una sorta di madre. Sono sicura che se fosse vissuto, Oliver sarebbe stato un gatto fedelissimo, di quelli che sembrano sapere che gli hai salvato la vita. 

Non potendo avere 7 gatti piazzati in veranda più una gatta di casa, Cleopatra (che come potrete immaginare non era felicissima di questi nuovi arrivi), abbiamo cercato di dare i gatti in adozione.

Amanda è stata adottata dai miei zii, ribattezzata Gilda; Oskar da mia cugina e dalla sua famiglia, ribattezzato Ollie; Tom adottato da non ricordo chi, so solo che purtroppo è stato investito, vivendo in una casa sul bordo di una casa molto trafficata. Edgar ce lo siamo tenuto. Gilda e Ollie ancora oggi sono in vita e in salute.

Starbucks non ha vissuto molto, è stato investito mentre inseguiva chissà quale gattina. Non abbiamo infatti fatto in tempo a castrarlo, cosa che invece siamo riusciti a fare per Holly e Bree. Dopo la morte di Starbucks, abbiamo avuto qualche anno di stabilità, con Cleopatra che era ancora la regina indiscussa della casa, Edgar che era troppo vivace per essere un gatto casalingo nonostante tutte le mie buone intenzioni e che dunque viveva a metà tra il fuori e il dentro, e Holly e Bree stazionate sotto la nostra veranda, un po’ più amichevole la prima, decisamente più diffidente la seconda.

Cleopatra ci ha lasciato nell’estate del 2016, la mia prima estate trascorsa qui a Londra. Sono arrivata a Londra a Settembre 2015, lasciando così i miei gatti dietro di me. Ho avuto l’occasione di rivedere Cleopatra nel Natale del 2015, l’ultimo Natale che ho trascorso in Italia. Era già molto vecchia avendo quasi 17 anni: era diventata magrolina, ossa e muscoli non erano più agili come un tempo e tendevamo a non prenderla più in braccio perchè miagolava se lo facevamo, eppure anche a quell’età quando le lanciavamo la pallina fatta di carta stagnola lei la rincorreva e ci giocava. Fun fact: non abbiamo mai saputo con certezza in che giorno Cleopatra fosse nata, il veterinario ci ha dato una data stimata, una data che cadeva molto vicina al mio compleanno, quindi abbiamo sempre considerato il 19 luglio come il giorno di nascita di Cleopatra e così per tantissimi anni abbiamo condiviso il giorno del compleanno, io e lei. Ancora adesso, alla soglia dei 30 anni, Cleopatra resta l’animale che ha fatto parte della mia vita per più della metà dei miei anni. Tra qualche anno non sarà più così, ma resta il fatto che Cleopatra sarà per sempre una gatta indimenticabile, con un posto speciale nel nostro cuore. Era quel genere di animale a cui, come si suol dire, mancava soltanto la parola. Ma quando ci guardava con quegli occhi verdi e miagolava, alla fine non servivano molte parole per capirla.

Edgar ci ha lasciato nell’estate 2019, purtroppo per un incidente tanto incredibile quanto sciocco. Da quando Holly e Bree hanno iniziato ad abitare sotto la nostra veranda, mia madre si era fatta costruire da mio nonno delle cucce, piccole casette per proteggerle anche da pioggia, vento e neve; anche Edgar ne faceva ampio uso. Mia madre è solita pulire queste cucce, soprattutto dall’accumulo di peli. Quel giorno, dopo aver lavato una di queste casette, l’aveva appoggiata in bilico contro il muro ad asciugare. Edgar ci si è infilato dentro, la cuccia si è ribaltata cadendogli addosso. Non sono in grado di spiegare la dinamica molto bene, resta il fatto che Edgar è rimasto intrappolato lì dentro e la sua dipartita è stata piuttosto sofferta e purtroppo discretamente rappresentativa di alcuni tratti tipici dei gatti, generalmente curiosi e impazienti, tendono a infilarsi nei guai e soltanto poi il panico ha la meglio su di loro. 

Dopo queste ultime esperienze, mia madre ha impiegato diversi anni prima di decidere di adottare un nuovo gatto. Ho conosciuto Bella solo per tre settimane l’anno scorso quando sono tornata a casa, tra un lockdown e l’altro. Nera anche lei, mordeva come un’assatanata, correva per il giardino con la lingua penzoloni, ansimando dallo sfinimento: assomigliava più ad un cane che ad un gatto. Mia madre mi ha detto che in effetti giocava spesso con la cagna di mio nonno, quando la portava a fare una passeggiata fino a casa nostra, e anche con quella dei vicini. Bella è stata investita proprio di fronte casa nostra e mia madre mi ha raccontato che la cagnolina dei vicini non ha smesso di abbaiare finché Bella non è stata raccolta dalla strada. Era una gatta vivace, indisciplinata e un po’ selvaggia, ma era anche molto molto piccola. Troppo. 

Al momento, ci restano solo Holly e Bree, fedeli da anni. E ovviamente anche tutti i gatti del vicinato, anche quelli che hanno un proprietario. Vengono spesso a farci visita, un po’ perché vengono a scroccare i rimasugli nelle ciotole di Holly e Bree, un po’ perché vengono a farsi un pisolino in una delle cuccette stazionate nella nostra veranda. Un po’ perché i gatti lo sanno che dove ci siamo noi, c’è casa.

Pubblicato in: Work B**ch!

La mia esperienza e i miei consigli su Depop (controcorrente, come sempre)

Ho talmente tante cose da fare (sì, sono sarcastica) che questo mese mi sono finalmente decisa ad attuare un’idea che avevo in mente da tempo: aprire un account su Depop.

Depop è una piattaforma per vendere vestiti usati, ma anche e soprattutto nuovi, se avete fatto l’errore di comprare qualcosa che non avete mai indossato e che giace nel vostro cassetto con le etichette ancora attaccate. Per questo conoscevo Depop inizialmente, ma ho notato con piacere che la gente vende davvero di tutto, dai libri a cosmetici e makeup. Qualche creativo vende anche cose fatte a mano, anche se Etsy resta la piattaforma migliore se avete il dono di saper creare qualcosa con le vostre mani (vi stimo) e volete venderlo.

Quando ho fatto una cernita dei miei averi qualche mese fa, ho trovato dieci indumenti vari che avrei potuto vendere perché indossati una o due volte soltanto. Quando ho aperto l’account, ho iniziato però a guardare tutto ciò che posseggo con un occhio quasi “kondoniano”: anziché chiedermi se l’oggetto in questione mi recasse gioia o meno, mi sono chiesta piuttosto se ne avessi sentito la mancanza nel caso in cui fossi riuscita a “sbolognarlo” a qualcun altro. Considerando che tutti gli oggetti o indumenti in questione sono bellamente ignorati dalla sottoscritta da anni, la risposta è stata chiaramente no.

Dei 46 articoli che ho messo in vendita, ne ho venduti solo 4 al momento e ho altri oggetti da postare nei prossimi giorni. Cerco di postare qualcosa di nuovo giornalmente (finché avrò roba di cui voglio liberarmi), in modo da mantenere il mio account attivo e visibile. Pezzi che pensavo sarebbero andati a ruba non sono quasi stati considerati e la gente ha comprato cose di cui pensavo non mi sarei mai liberata (una collana comprata secoli fa su una bancarella del mercato di Portobello Road e uno specie di spray per il viso mai usato che funziona anche da auto abbronzante, trovato in una beauty box comprata per altri prodotti al suo interno).

Ho un’esperienza di sole tre settimane su questa piattaforma, quindi non sono un’autorità in materia. Allo stesso tempo, si tratta di una piattaforma che funziona più o meno come qualsiasi social, quindi it’s not rocket science! Ho deciso di parlare della mia esperienza finora, stilando una sorta di lista su quello che potreste aspettarvi se deciderete di declutterare la vostra casa e vendere tramite un’app del genere, anziché gettare tutto nella pattumiera o donare in beneficenza (sempre meglio questa seconda opzione che far finire tutto in una discarica).

  1. Se lo fate per soldi, buona fortuna. Guadagnare con Depop penso sia possibile soltanto per chi lo usa per lavoro, soprattutto per chi ha un brand indipendente e usa Depop come vetrina e punto vendita. Se siete semplicemente dei poveri sfigati come me, rallegratevi se riuscite a ricavarne una sterlina dalla vostra vendita. Vi faccio un esempio. La collana di cui sopra l’ho venduta per 2£. Solitamente per spedire uso Hermes perché è uno dei corrieri più economici che ho trovato, inoltre vicino casa mia c’è un Hermes Parcel Shop, un negozietto dove posso andare, stampare l’etichetta da applicare sul pacco e lasciare quest’ultimo con il tizio che lavora lì; i pacchi saranno poi ritirati da un corriere Hermes e spediti a destinazione. Considerando che la spedizione per un pacco piccolo con Hermes costa 2.90£ (tutto quello che ho messo in vendita, a parte un paio di eccezioni, non richiede un pacco medio o grande), ho optato per la scelta di far pagare al cliente la spedizione per tutto quello che costa uguale o meno di 5 sterline. Se metto qualcosa in vendita per più di 5 sterline cerco di offrire spedizione gratuita (questo dovrebbe attirare gente), ma solo parzialmente: solitamente prendo in considerazione il costo della spedizione e lo aggiungo almeno in parte al prezzo iniziale, quindi se voglio vendere qualcosa per 8 sterline molto probabilmente cercherò alla fine di venderlo per 10, così da non perderci troppo una volta tolta la spedizione. Una cosa da considerare è che Depop si prende il 10% della vendita (al contrario di eBay, dove si paga anche per postare un’inserzione, Depop ci guadagna solo quando vendi) e Paypal, che è l’unico sistema di pagamento accettato, si prende il 3.5%. Tutto questo per dirvi che la gentilissima tizia che ha comprato la mia collana ha pagato 4.90£ (collana + spedizione) e io ne ho ricavato tipo un pound e qualche penny messi in croce. Per questo dico: se volete farci i soldi, buona fortuna.
  2. La piattaforma è piena di quella gente infame che prima followa poi defollowa. Io ‘sta gente non la capisco. Cioè, la capisco, ma è un atteggiamento così odioso che vorrei fosse illegale. All’inizio davo il follow back a chiunque mi seguisse per pura cortesia, poi ho iniziato a controllare quanti followers avessero: se hanno migliaia di followers (parlo di numeri a quattro zeri), ma a loro volta seguono solo quattro gatti, non spreco più neanche il mio tempo a seguirli perché so che, tempo due secondi, mi avranno già defollowato. Una ragazza, dopo avermi defollowato appena ho ricambiato il follow, mi ha anche scritto un messaggio in stile “Thanks for the follow, if you wanna buy something let me know, I’m going to the post office today to ship a few parcels” e io avrei voluto risponderle “Sì, voglio comprare un bel matevaiafadantelculo”.
  3. Riceverete più messaggi di gente che vuole vendervi roba che messaggi di gente che vuole comprarla. Gente totalmente random vi scriverà proponendovi l’imperdibile lista di fragranze che stanno vendendo (solitamente dupe di profumi di noti brand), vi inviterà a comprare qualcosa dal loro shop perché stanno raccogliendo soldi per scalare l’Himalaya o vi invierà messaggi in stile “Ho visto che hai messo “mi piace” ad una maglia che sto vendendo, è in sconto se ti interessa”. Al primo messaggio di questo genere ho risposto spiegando alla persona che stavo cercando di vendere la stessa identica cosa che loro mi stavano proponendo e quindi non avrei saputo che farmene (in maniera più gentile, più o meno). Al secondo messaggio di queste genere ho deciso che avrei ignorato tutti i seguenti.
  4. Se avete tempo da perdere, iniziate pure a seguire gente random a tappeto. Anche in questo caso, buona fortuna. Un giorno in cui ero particolarmente annoiata, ho iniziato a seguire 300 persone di fila, scegliendo le mie prede dalla lista dei following di una ragazza che mi aveva messo un “mi piace” in passato. Quanti followers mi ha portato in cambio questa pratica? Uno. Da quel giorno in poi non ho cercato più nessuno da seguire perché onestamente non me ne può fregare di meno.
  5. Se avete tempo da perdere, mettete “mi piace” agli articoli di altre persone. E’ un modo per farvi notare e per essere attivi nella community. Aspettatevi però che, come detto sopra, la gente cercherà di vendervi qualcosa, prendendo il vostro like come dichiarazione di interesse.
  6. Alcune persone vi chiederanno sconti. A voi la scelta di come rispondere. Mi sono imbattuta in una tizia che mi ha chiesto di ridurre il prezzo di un articolo. Il prezzo da lei proposto era secondo me troppo basso; ho cercato di negoziare, ma alla fine ho accettato la sua offerta, perché appunto non lo sto facendo per soldi, ma per liberarmi di cose che posseggo e non utilizzo, soprattutto in questi mesi in cui i charity shop sono chiusi e non posso andar lì con uno scatolone di roba e liberarmene in un colpo solo. Alla fine la tizia non ha comunque comprato l’articolo in questione nonostante la sequela di messaggi, ma questa è un’altra storia.
  7. Come in tutti i luoghi di internet, ci saranno i soliti stramboidi. La mia prima vendita mi è sembrata alquanto bizzarra. Non solo la persona che ha comprato l’oggetto aveva comprato in passato solo ed esclusivamente lo stesso articolo o simili dello stesso brand (l’ho scoperto tramite le review che la gente aveva lasciato; si possono lasciare review sia ai venditori che ai compratori), ma il suo nome online era poco più che un nickname incomprensibile, l’indirizzo a cui ho spedito il prodotto era a nome di un uomo, l’account Paypal era a nome di una donna e l’indirizzo e-mail sembrava avere un altro nome ancora (possibilmente da donna, ma non ne sono sicura). Ovviamente ognuno ha i suoi motivi per cambiare nome o per non lasciar intendere il suo genere online; il punto però è che, se leggete su Reddit qualche discussione su Depop, una delle cose che viene detta quando si parla di sicurezza al fine di evitare scam è che sarebbe preferibile che tutto combaciasse quando si tratta di nome a cui spedire l’oggetto e nome dell’account Paypal. Ovviamente io tutte queste stranezze le ho scoperte una volta che l’oggetto era stato già acquistato e ho ricevuto il pagamento su Paypal. Secondo me il tutto era molto sospetto, nonostante il tizio fosse sulla piattaforma da mesi senza aver mai creato problemi e aveva review, anche vecchie di parecchie settimane, di gente che lo ringraziava per l’acquisto e che evidentemente non aveva avuto problemi. Inoltre, nel ruolo di venditori le scam cui siete soggetti sono decisamente meno, il vero rischio è per chi compra. Il peggio che possa capitarvi da venditore probabilmente è che qualcuno più furbo di voi compri qualcosa dal vostro shop per rivenderlo sul suo a prezzo maggiorato. In generale, io non mi fido nessuno, soprattutto su internet, quindi se siete come me il vostro livello di sospetto verso tutto e tutti su una piattaforma del genere sarà sempre altissimo. Per dire, ho bloccato una tizia che voleva comprare una cosa soltanto perché il suo spelling era degno di certe email che si trovano solitamente nella sezione spam.
  8. Quello che davvero funziona per me: refreshate i vostri articoli. Anziché perdere tempo a seguire gente di cui non mi frega niente o a “mipiacciare” articoli che non ho intenzione di comprare, la mia attività sulla piattaforma si divide in postare un nuovo articolo al giorno (come accennato sopra, una volta che iniziate vi stupirete di quante cose potreste trovare in casa vostra di cui liberarvi) e refreshare quelli vecchi. In sostanza, edito i miei vecchi post (a volte senza cambiare davvero niente) e quando clicco per effettuare il salvataggio il post viene aggiornato, dunque risulterà come essere stato pubblicato in quel momento, anche se è stato messo online per la prima volta settimane fa. Questo fa risalire il post non solo nel feed della gente che vi segue, ma in generale nella piattaforma. Ho trascorso un weekend di prova senza refreshare i miei post e non ho ricevuto quasi nessuna notifica. La settimana seguente ho ricominciato a refreshare i miei post (solitamente lo faccio la sera verso le 6/7 mentre preparo la cena perché ho l’impressione che sia quello il momento in cui la gente è più attiva) e ho iniziato a ricevere nuovamente like. In particolar modo, se notate che ci sono articoli con parecchio interesse, fate in modo di averli sempre in cima al vostro profilo. Vorrei anche sottolineare che quello che ho venduto finora è finito nella mani di utenti che né mi seguono, né hanno messo mi piace all’articolo che hanno comprato: se qualcuno vuole davvero qualcosa, lo acquista senza girarci troppo attorno.

Insomma, personalmente credo che se uno voglia davvero avere successo su Depop debba spenderci più tempo di quanto alla fine possa guadagnarci, sempre ammesso che voi vendiate cose che già possedete e non siate un brand vero e proprio. Personalmente, gli dedico forse mezz’ora al giorno perché non lo voglio far diventare una fonte di guadagno, ma solo un modo per occupare il mio tempo (specialmente in questo periodo) e per liberarmi di alcune cose che ho in casa. Certo, se siete scaltri e avete pazienza (cosa di cui io non conservo grandi scorte), potreste farlo davvero diventare un business. Ho trovato il profilo di una ragazza che vende lingerie comprata da Victoria’s Secret allo stesso prezzo originale, a volte anche di più. Potrei scommetterci che ha comprato gran parte di questo stock in saldo: considerando che alla fine dei saldi un reggiseno di Victoria’s Secret potrebbe costare 14£ quando normalmente costa come minimo tra i 35£-55£, se non di più, se lei l’ha comprato a prezzo scontato per rivenderlo a prezzo pieno, il guadagno è notevole. Il suo profilo mostra che ha venduto più di 3000 articoli, dunque è lecito immaginare come per questa ragazza il suo account su Depop sia diventato un vero e proprio lavoro. Se avete occhio, soprattutto per la moda, piattaforme come Depop potrebbero fruttare. Del resto è così che faceva Sophia Amoruso: comprava a prezzo stracciato articoli vintage nei negozi e li rivendeva all’asta su eBay. Ribadisco, se avete tutta questa pazienza, non posso che stimarvi e augurarvi buona fortuna.

Pubblicato in: Me, me stessa e io

Lockdown anniversary: un poco deprimente e un tantino incazzato

Oggi è un anno dal primo lockdown. Degli ultimi 365 giorni, 222 ne ho trascorsi a casa (salvo uscite per spesa, farmacia, simili). 222 giorni sono tanti, più della metà di un anno. E ho almeno altre due-tre settimane da trascorrere in casa prima di poter tornare al lavoro.

Ricordo ancora quando martedì 17 marzo 2020 l’intero team è stato chiamato a rapporto. Era il mio giorno libero, ma sono comunque andata nel luogo in cui lavoro perché sapevo di non essere stata convocata per mancanza di personale, ma per discutere dell’inevitabile. Mr Corona era già nell’aria e nelle preoccupazioni di molti. Altre nazioni avevano già istituito il lockdown da qualche giorno.

Io, dal canto mio, avevo una tosse allucinante (come capita ogni stagione) dalla metà di febbraio. Mi sono recata dal GP due volte, facendogli intendere che volevo essere testata. Ai tempi non testavano per una tosse secca da togliere il respiro (sintomo che è stato poi riconosciuto come uno dei tre principali del Covid), neanche se te la trascinavi dietro da tre settimane: chiedevano soltanto se avessi viaggiato all’estero. Il GP ha anche voluto farmi credere che quella domanda fosse di procedura. Caro signor GP, non sono così stupida. Soffro di feroce tosse stagionale da quando sono piccola e ciò non è cambiato negli ultimi anni vissuti a Londra, il che significa che ho visitato il GP per questo motivo quasi ogni anno e questa domanda non mi è stata mai fatta prima. Ancora oggi mi chiedo se fosse Covid. Probabilmente no, vista la mia propensione a beccarmi una tosse del genere ogni anno, motivo per il quale tra l’altro alcuni medici hanno ipotizzato una possibile forma di asma leggera, mai appurata definitivamente. Ma il dubbio resta. Chissà. Chissà se era Covid. Ai tempi, proprio a causa della visita annuale da parte della solita tosse, chiesi di poter essere esonerata dal lavoro finché non fossi stata meglio, vista la situazione globale. La richiesta venne cordialmente rifiutata perché, come sempre capita quando si lavora in hospitality, eravamo “short of staff”. Mossi questa richiesta in lacrime, dopo un viaggio in Uber con un autista chiaramente e giustamente terrorizzato dal Covid che pensava fossi il diavolo sceso in terra. Nonostante comprendessi il cruccio dell’autista, ero sul punto di urlargli contro che se i medici del preziosissimo NHS si erano rifiutati di farmi un test io non ne avevo colpa. Resta il fatto che l’annuncio della chiusura è stato per me particolarmente lieto. Per prima cosa avevo paura del virus in sé; in secondo luogo avrei potuto riprendermi dalla mia tosse stagionale in santa pace per una volta nella vita, evitando le occhiatacce della gente. 

La mia compagnia ha deciso di chiudere i battenti qualche giorno prima dell’ordinanza del governo: mercoledì 18 marzo i miei colleghi ed io eravamo già a casa, ma fu presto deciso che il venerdì di quella stessa settimana sarebbe stato l’ultimo giorno di apertura per bar, pub, ristoranti, negozi non di prima necessità. Nel corso del primo lockdown era davvero tutto chiuso, anche i posti che fanno caffè d’asporto, i quali invece sono rimasti aperti imperterriti nel corso dei due successivi lockdown.

Il primo lockdown, nonostante i motivi orribili per cui è stato istituito, è stato un’esperienza interessante. Lui, che ai tempi lavorava ancora nel mio stesso settore, era a casa con me, anche se non abbiamo quasi fatto niente insieme, a parte giocare una volta a Monopoly, tentare di fare un puzzle comprato al charity shop prima di accorgerci che mancavano dei pezzi e guardare insieme il film “The Circle” (bel film, tra l’altro). Sono fermamente convinta che il motivo per cui non ci siamo scannati a vicenda sia proprio dovuto al fatto che io e Lui siamo due persone molto indipendenti. Mi sono soffermata a pensare come sarebbe stato trascorrere il lockdown con alcuni dei miei ex e onestamente credo sarei scappata di casa. In quei tre mesi io e Lui ci siamo fatti compagnia senza asfissiarci, il che mi ha regalato tempo per fare cose che amo e che non facevo da una vita, come ho già detto mille altre molte. 

Quei mesi, da fine marzo fino ad inizio luglio, sono stati soleggiatissimi. Sembrava quasi una beffa, considerando le condizioni meteorologiche standard inglesi. Imprecavo ogni volta che vedevo amici sui social uscire e recarsi in parchi gremiti. Il lockdown in UK non è mai stato severo come quello in Italia. La differenza fondamentale è che il governo ha sempre dato la possibilità di uscire di casa una volta al giorno per attività fisica, preferibilmente da soli, altrimenti in compagnia delle persone che vivono nella stessa abitazione. Questa attività fisica è stata tradotta dai più in “passeggiata per sgranchirmi le gambe e farmi una chiacchierata con l’amico che non vedo da un po’ e se qualcuno ce lo chiederà (cosa che comunque non è mai successa) diremo che siamo coinquilini”. C’è sempre stato tanto menefreghismo qua e tanta allergia alle mascherine, il tutto invocando il diritto alla libertà di cui il governo ci ha privato nell’ultimo anno, presumibilmente nel tentativo di controllarci. 

Il secondo lockdown istituito nel mese di novembre è stato breve, quattro settimane. Indi per cui è stato anche il più inutile, non solo nel debellare la pandemia, ma anche perché tutti sapevamo che sarebbe durato poco e io, come tanti altri, sono stata decisamente poco produttiva. Non ho neanche ripreso in mano il forse-romanzo che sto scrivendo e che avevo iniziato durante il primo lockdown.

Il terzo lockdown è arrivato in tempi diversi più o meno per tutti. Dopo il secondo, qua in UK hanno istituito il “tier system”, cioè tre livelli con diverse restrizioni a seconda del numero dei casi Covid: un sistema fallimentare che la gente faticava a comprendere, facendo ancora una volta un po’ il cavolo che voleva. Londra era inizialmente nel livello due, quindi non ci si poteva mescolare tra case e nuclei familiari diversi. Ovviamente i soliti furboni hanno continuato ad incontrarsi e mentire spudoratamente (persone chiaramente giunte nel nostro bar per un primo appuntamento mi dicevano fermamente che vivevano insieme), senza contare che improvvisamente tutti i clienti sembravano essere affetti d’asma e dunque impossibilitati nell’indossare la mascherina. Sono tornata al lavoro all’inizio di Dicembre per poco più di due settimane prima che Londra venisse spostata nel livello tre, dove il mio settore era costretto a chiudere. Le revisioni dei livelli venivano fatte ogni due settimane, ma, con il Natale che si stava avvicinando e i casi che aumentavano, era chiaro che non avremmo riaperto tanto presto. Il Natale è arrivato, l’anno nuovo pure, io ero già in lockdown o comunque impossibilitata di andare al lavoro e di fare la mia solita vita quando un terzo lockdown nazionale è stato istituito, grazie alla famigerata variante inglese che si trasmette più velocemente.

E questa è insomma la storia dell’ultimo anno.

C’è qualcosa che vorrei aggiungere, per dare voce al disappunto passato, ma anche presente, per ricordare il terrore dei primi tempi, quel terrore che quasi mi faceva credere che se fossi uscita di casa e avessi respirato la stessa aria di tutti sarei stramazzata al suolo.

Se pensate che la gestione della pandemia qua in UK sia da ammirare soltanto perché adesso stanno vaccinando a tappeto, ricredetevi. Mia madre qualche tempo fa mi ha inviato un articolo che mi ha fatto esplodere, ma del resto era un po’ che leggevo opinioni online di gente che lodava la politica attuata qua, negli ultimi tempi e non solo. Ovviamente i vaccini qua ci stanno salvando il culo e forse davvero il 21 giugno potremo abbracciarci di nuovo (cosa che comunque, ci terrei a precisare, molti non hanno mai smesso di fare, quindi è solo un modo di dire) e tornare alla normalità. 

La verità però è un’altra. Ho vissuto figurativamente con un piede in una nazione e con un piede in un’altra negli ultimi 12 mesi. Un anno fa, quando questa storia è iniziata, per la prima volta da quando vivo in UK, io (così come altri italiani che conosco qui) avrei preferito essere in Italia anziché qua, dove il menefreghismo del popolo e l’orgoglio dei leader ha fatto sempre da padrone. La gente in Italia si incazzava per i runner, qua il governo ci ha detto di andare a correre. La gente in Italia portava il cane a cagare sul marciapiede non più di 200 metri da casa, qua la gente portava il cane a scorazzare al parco situato in Culonia. In Italia le panchine erano vietate, qua i genitori hanno sempre portato i bambini nel playground dove giocavano su scivoli, altalene e compagnia bella e, ovviamente, tra di loro. Ah, e i bambini al di sotto degli undici anni, così come la polizia (per qualche strano motivo), non sono obbligati a portare la mascherina: sono passata accanto ad una scuola, credo tra il primo e il secondo lockdown, e i bambini nel cortile parlavano, giocavano, toccavano, tutto senza mascherina; le maestre idem, vorrei sottolineare. Quando sono tornata in Italia questa estate alcuni amici hanno giustamente esitato ad abbracciarmi, qua ogni giorno quando arrivavo al lavoro (nei periodi in cui potevo andarci) la gente continuava a salutarmi con abbracci che io e la mia ansia sociale non sapevamo come rifiutare senza passare per la solita stronza paranoica e comunque vorrei dire che anche in tempo di non-pandemia non comprendo gli abbracci tra colleghi. 

E’ ovvio che qua ci sono cose che funzionano meglio. E’ ovvio che i vaccini procedono come un treno, è ovvio che grazie al “furlough” la paga, anche se ridotta, ha raggiunto ogni mese il conto in banca dei lavoratori dipendenti costretti a casa e non si è dovuto aspettare mesi per 600 miseri euro. La burocrazia qua è sempre stata più snella, il benessere e la sicurezza del lavoratore sempre più curata (tranne quando hai una tosse stagionale come la mia che ti fa quasi sputare i polmoni, ma quella è un’altra storia). Queste non sono cose nuove, non sono cose che il governo inglese ha fatto in reazione alla pandemia, sono cose che sono state così sempre, sono uno dei motivi per cui qua mi ci sono trasferita. 

In particolar modo, quando certi articoli o opinioni sono scritti da gente che qua ci vive, mi sale davvero la pressione. Smettetela di essere quegli expat presuntuosi che tornano in Italia durante il terzo lockdown (quando in teoria sarebbe vietato) e scrivono un articolo su qualche giornale italiano per dire “Sono tornato in Italia, dovevo fare la quarantena, nessuno mi ha mai chiamato per controllare che fossi davvero a casa”. Non so in quale Inghilterra viviate voi, ma questo è esattamente quello che è successo anche qui. Ho visto gente uscire ad ubriacarsi e trascorrere ore fuori casa quando avrebbe dovuto essere in quarantena dopo essere tornata dall’estero e nessuno li ha mai controllati, figuriamoci se li hanno scoperti. Non raccontate di quando, sbarcati a Milano-Linate, vi hanno trattato come animali in un carro da bestiame, come se questo accadesse perché “questa è l’Italia”. All’aeroporto di London-Stansted quelli della Ryanair hanno detto di avvicinarsi a gente che stava responsabilmente mantenendo il distanziamento sociale. Non lamentatevi delle diverse ordinanze in Italia, quando i colori di cui adesso l’Italia è dipinta non sono poi così diversi da quello scempio che era il tier system di alcuni mesi fa, così efficiente che adesso siamo di nuovo in lockdown. Non dite che in Inghilterra ci sia la percezione di quanto il virus sia pericoloso, mentre in Italia non così tanto: nei pochi mesi in cui ho potuto lavorare, mi sono ritrovata a gestire clienti che volevano stringermi la mano, abbracciarmi, baciarmi, che volevano che gli mettessi in carica il dannato iPhone, porgendomi smartphone e carica batterie dalle loro mani che chissà quando se le sono lavate l’ultima volta, pensavo io. Vi sembra questo l’atteggiamento di persone che capiscono quanto sia pericoloso il virus? A me no, onestamente. 

Smettetela di essere quegli expat presuntuosi che si lamentano di come gli italiani non sappiano fare una fila ordinata. Non abbiamo saputo farlo mai, non impareremo di certo in quest’era del panico. Smettetela di essere quegli expat presuntuosi su cose triviali o sulla gestione di una pandemia, una gestione che ha avuto pregi e difetti in tutte le nazioni, anche se alla fine la percezione generale, soprattutto dopo mesi di apri-e-chiudi, dentro-o-fuori, sarà sempre che poteva essere trattata meglio. A meno che voi non siate della Nuova Zelanda.

Pubblicato in: Me, me stessa e io

Vieni al parco con me?

Ad ogni lockdown riscopro una passione del passato. Durante il primo, ho ricominciato a scrivere (il regalo più grande). Durante il secondo, ho ricominciato a guardare una caterva di film. Durante il terzo (quello corrente), ho iniziato a giocherellare con l’idea di tornare a fare foto.

Se c’è una cosa che ho imparato in questo ultimo anno è ridare spazio alle mie passioni. Il problema è che più giorni trascorro a casa, più mi torna quella voglia di trasformare le mie passioni in lavoro. Ovviamente sono sempre stata quel genere di persona con passioni che, se vuoi farne il tuo motivo di sussistenza, o ti rassegni a fare la fame o fai il botto e diventi milionaria. Non credo di avere la stoffa, la visione, l’inventiva e la creatività di quest’ultima categoria, quindi forse fare la fame sarebbe molto più probabile come destino. Il problema è anche che ai tempi in cui volevo fare delle mie passioni il mio lavoro avevo tipo la metà degli anni che ho ora. Avrò la capacità di reinventarmi adesso, in questo periodo di incertezza? Molto più sicuro lasciare le passioni per quello che sono per la maggior parte di noi e cioè puri e semplici hobby.

Sono giorni molto felici (risata sarcastica). Questo terzo lockdown mi sta davvero massacrando. Noto in me pattern che mi spaventano e pensieri che mi terrorizzano. Spesso incolpo gli ormoni perché la situazione decisamente peggiora in quel periodo del mese, però a volte certi pensieri si insinuano anche in giornate non influenzate dalla disgrazia di essere donna. 

Se tutto va bene, tornerò al lavoro il mese prossimo. Non so come gireremo attorno al fatto che in teoria solo i business all’aperto possono riaprire, probabilmente sfrutteremo quei quattro tavolini in croce che abbiamo fuori, servendo prevalentemente take away. A metà maggio anche bar, pub e ristoranti allo chiuso potranno riaprire. Il 21 giugno in UK potrebbe essere il giorno in cui tutte le restrizioni cadranno. Niente più mascherine, niente più distanziamento sociale. Tanta ansia per me che, benché sto leggermente impazzendo in questi giorni, non so se riuscirò a stare al passo con la follia e la gioia della gente che non vede l’ora di tornare alla “normalità” (qualsiasi cosa significhi).

Sto divagando. Come sempre.

Sto pensando di comprarmi una reflex. Quando ho comprato la mia prima ed unica reflex (che riposa in pace nell’armadio della mia vecchia camera in Italia perché ha qualche problemino e non l’ho mai portata a riparare) avevo circa 19-20 anni e nessun lavoro, quindi ho comprato quello che potevo permettermi per i 400/500 euri che avevo in saccoccia, salvo poi rendermi conto che le prestazioni non erano quelle che desideravo, ma me la sono fatta bastare uguale. La cosa bella dell’essere adulta è che adesso potrei investire di più e comprare una reflex decente per fare le foto che volevo fare ai tempi. Ci sto seriamente pensando. Possibile che procederò all’acquisto in settimana, anche se sono indecisa tra due modelli che già costano un rene di per sé, senza contare che vorrei seriamente imparare ad editare foto e video, indi per cui anche un laptop decente sarebbe necessario, quindi se tutto va bene i reni dovrò venderli entrambi. Allo stesso tempo ho risparmiato negli ultimi anni proprio per potermi togliere soddisfazioni di questo genere un giorno. Le mie escursioni al parco e i rendez-vous con i miei amici scoiattoli e volatili vari potrebbero presto avere un sapore decisamente diverso.

Pubblicato in: Pagine

L’inganno delle buone recensioni

“Such a Fun Age”, tradotto in Italia in “L’inganno delle buone azioni” e pubblicato da Garzanti, è il romanzo scritto da Kiley Reid, nonché uno dei titoli che tanto ha fatto parlare di sé lo scorso anno. Come avrete capito, sto dedicando questo inizio 2021 a tutti i libri che avrei dovuto leggere l’anno scorso, quando ho invece recuperato altrettanti libri che dovevo leggere da tempo immemore. Spero di continuare con questo ritmo di un libro letto all’incirca ogni settimana anche quando tornerò al lavoro, anziché leggere un libro ogni due settimane (abbondanti) come succedeva di solito, considerando che il mio unico momento per leggere era sui mezzi. Ci sono troppi libri che mi attendono e io devo presumere che ho una sola vita se voglio darmi una mossa. Certo, sarebbe tutto molto più gratificante se riuscissi a beccare libri che mi piacciono, anziché libri che mi deludono e di cui non riesco a spiegarmi l’hype. Anche questo romanzo, tanto per cambiare, non mi ha fatto impazzire.

L’idea di base è una bomba, c’è poco da discutere. Emira è una ragazza di venticinque anni che lavora come baby-sitter per Alix e Peter Chamberlain, una ricca famiglia di Philadelphia. Convocata da Alix una sera tardi mentre è in un locale per festeggiare un compleanno con le amiche, le viene chiesto di prendersi cura di Briar, la bambina di tre anni di cui si occupa, a causa di un’emergenza. Emira, che ha bisogno di soldi, lascia il club e si reca dalla famiglia. Giunta dai Chamberlain, prende con sé Briar e insieme vanno da Market Depot, uno di quei supermercato per ricconi (io me lo immagino come Whole Foods qua in UK dove tutto è organico, healthy, artigianale, di nicchia e per tutti questi motivi sovrapprezzato). Una guardia di sicurezza del supermercato si avvicina alla ragazza e alla bambina, dopo che queste hanno attirato l’attenzione della solita “Karen” ficcanaso e malfidata. Si scatena qui una scena che sembra assurda, ma non avrei problemi a credere che possa accadere veramente, dove la guardia (che ha un classico complesso da poliziotto) inizia ad interrogare Emira sulla natura del suo rapporto con la piccola. Se consideriamo che Emira è nera mentre Briar è bianca, se consideriamo pure che Emira non ha un look “da baby-sitter” essendo giustamente vestita come ci si aspetterebbe per andare a festeggiare un compleanno in un club, la guardia dubita dell’onestà di Emira e crede che quest’ultima abbia rapito la bambina. 

Bisogna spendere due parole sull’emergenza che ha spinto i Chamberlain a cercare l’aiuto di Emira: i coniugi hanno chiamato la polizia a seguito del lancio di uova contro la loro finestra da parte di alcuni ragazzini. No, non si tratta di gioventù allo sbaraglio: il gesto segue un commento inappropriato fatto da Peter, presentatore di news in tv. Durante un servizio dove venivano raccolte le più stravaganti promposal (gli inviti per il prom tra liceali, che negli ultimi anni sono diventate una sottospecie di flash mob e se non diventano virali allora sei un pezzente), servizio che si è chiuso con il promposal di un ragazzo nero, Peter si è lasciato andare ad un commento per la serie “Speriamo che l’ultimo abbia chiesto il permesso ai genitori della ragazza prima di fare la proposta”.

Insomma, lo spunto del libro è molto interessante: razzismo interiorizzato, classi sociali, bianchi privilegiati ossessionati dal difendere le persone di colore per pulirsi la coscienza. Peccato che la storia si basi completamente su un milione di coincidenze che trascinano avanti la trama e a me questa è una cosa che piace molto poco. Farò alcuni spoiler non troppo drammatici a seguire, giusto per farvi capire quanto siano le coincidenze il motore di tutto; ciò che sto per dire si intuisce o viene detto prima della metà del libro, ma ovviamente lascio a voi la decisione se proseguire o meno nella lettura. Se non contiamo già come si incastrano benissimo tra loro gli eventi principali che danno il via al tutto, vi basti pensare che nel supermercato c’è un ragazzo, Kelley Copeland, che filma tutto con il suo smartphone mentre la guardia muove accuse ad Emira. Quando il padre di Briar arriva a chiarire l’equivoco, Kelley segue Emira e le suggerisce di postare il video online. La ragazza si rifiuta e gli chiede di cancellare il video; Kelley acconsente, ma prima gliene invia una copia. I due si salutano e pochi giorni dopo si incontrano nuovamente per caso sul treno (altre coincidenze). Forse convinti che sia destino e non semplicemente poca inventiva dell’autrice, decidono di iniziare a frequentarsi. La coincidenza più grande volete sapere qual è? Kelley e Alix erano stati brevemente una coppia al liceo. Inevitabilmente questo verrà a galla quando Emira è invitata dai Chamberlain assieme al ragazzo che frequenta – Kelley, appunto – per il giorno del Ringraziamento. Come se non bastasse, c’è una storia legata al passato di Kelley ed Alix che conferma le due principali caratteristiche di questi due personaggi: Kelley è il classico tipo che feticizza le persone di colore per sentirsi meglio con sé stesso, mentre Alix è affetta dal complesso del white saviour. I due fanno a gara a chi è il migliore e il meno razzista e si contendono letteralmente Emira quando parte della verità viene a galla: Kelley le dice che non può più lavorare per i Chamberlain e che Alix è abituata ad avere la servitù (ovviamente nera) da quando era un’adolescente; Alix le dice che Kelley è sempre stato ossessionato dalle persone di colore, al liceo ha fatto di tutto per diventare loro amico e negli anni seguenti ha solo frequentato ragazze nere. Hanno ragione tutti e due: Emira dovrebbe liberarsi di entrambi. Il romanzo però secondo me cade un po’ troppo nel territorio soap opera, specialmente con Alix che quando rivede Kelley fa certi pensieri che ci fanno dubitare che mentalmente non sia ancora ferma all’ultima volta che si sono visti.

Se Alix e Kelley sono due personaggi odiosi, la vera delusione per me è però Emira. Immagino fosse anche intenzionale, ma Emira è secondo me un personaggio debole all’interno di una storia in cui, almeno sul finale, avrebbe dovuto riprendersi. Ho trovato Emira molto apatica. In parte credo sia dovuto alla volontà di presentarla come in balia di questi altri due personaggi, ma soprattutto al fatto che è nel pieno di quella crisi a metà dei vent’anni post-università. Oltre al lavoro come baby-sitter, Emira lavora anche part-time come dattilografa per il Green Party: il primo lavoro è anche ben pagato, ma non le offre ciò di cui, arrivata alla sua età, ha davvero bisogno. Emira ha quasi ventisei anni, il che significa che presto non sarà più coperta dall’assicurazione sanitaria familiare; deve dunque cambiare la sua situazione lavorativa, così da garantirsi una copertura sanitaria a suo nome. Emira adora la piccola Briar e non le dispiace essere la sua baby-sitter, ma questo non basta per farle considerare questo impiego un vero lavoro, essendo una mansione che certe famiglie affidano spesso a delle quattordicenni. Emira per me incarna quasi quell’idea freudiana secondo cui per vivere in una società felice e stabile, bisogna rinunciare un po’ alla propria libertà e conformarsi (detto proprio in maniera spicciola e anche interpretando un po’ liberamente, alla faccia della laurea triennale in Filosofia): credo che Emira potrebbe anche essere contenta della sua vita così com’è, ma se ne lamenta di continuo perché deve procurarsi un’assicurazione, perché sarebbe meglio avere un salario anziché un lavoro pagato a ore, perché divide ancora l’appartamento con un’altra ragazza e si sente indietro rispetto alle sue amiche che sembrano invece muovere degli stabili passi verso una vita adulta socialmente accettabile. Questa apatia che ho percepito in Emira mi ha reso difficile capirla, soprattutto nel finale, quando la ragazza capisce davvero di che pasta è fatta Alix e le serve comunque la spinta della sua amica Zara per liberarsi dei Chamberlain: mi aspettavo che sul finale Emira avrebbe creato un dramma enorme, soprattutto considerando quanto la trama faccia affidamento sulle coincidenze da soap opera e invece mi hanno privato anche di questa soddisfazione.

Detto tutto questo, nonostante Alix sia una persona orribile, devo ammettere che mi ha provocato disagio il fatto che, come elemento aggiuntivo per delinearla, venga usato il suo rapporto chiaramente problematico con la maternità. Alix viene descritta come una madre di merda nei confronti di Briar (non nei confronti dei Catherine, che è la figlia più piccola, non affidata alle cure di Emira, e che è talmente la preferita che anche Briar che ha tre anni lo capisce). Sì, Alix è una madre di merda, su questo non ci sono dubbi, ma non ho apprezzato il fatto che questo venga usato per confermarla come la villain della situazione. Alix è una madre incapace, talmente incapace che secondo me dovrebbe sedersi sul divano di un terapista e cercare di capire l’origine di questa sua mancanza, se così vogliamo definirla. Qualcuno potrebbe obiettare che pagare un terapista per capire il motivo per cui si hanno problemi con la maternità possa essere da bianchi e privilegiati e sicuramente lo è, ma resta il fatto che usare la maternità per denigrare ancora di più Alix mi ha irritato profondamente. Per me questa idea della madre perfetta che deve sapere per forza come gestire al meglio i propri figli appena questi le escono dal grembo è dannosa e sterile. Inoltre, Alix è una persona orripilante per un altro milione di motivi, l’abbiamo già capito e la detestiamo a sufficienza già dalle prime pagine in cui viene presentata, non c’è di che preoccuparsi.

Non so, forse sono io a non aver capito questo libro, un libro che ho trovato interessante sotto certi aspetti, ma insopportabile per altri, tra cui anche il modo in cui è scritto. Raramente mi trovo a criticare come un libro è scritto a meno che non ci siano grossi problemi, considerando che non vanto una laurea in letteratura o simili. Il problema però qui sta nello stile, che secondo me è freddissimo, ma questo può andare per gusti, ma anche nel fatto che il libro sia scritto come se si volesse renderlo inspiegabilmente complicato per elevarne lo stile, con risultati ben diversi da quelli sperati.

La cosa più triste? Il finale. Viene lasciato intuire che niente cambia e che questi personaggi, anche se ci vengono presentati in pochi paragrafi nella loro vita qualche anno dopo gli eventi, sono rimasti uguali a com’erano, confermandosi vuoti e superficiali esattamente come ci erano stati presentati all’inizio.