Pubblicato in: Schermi

10 film horror da vedere su Netflix

Anche se mi diverte molto di più parlare di cose che non mi piacciono perché è allora che la mia ironia e il mio sarcasmo raggiungono i massimi livelli, voglio essere una persona buona e giusta, onde evitare di essere tacciata come quella che parla solo di ciò che non le piace e che vuole solo criticare (anche se probabilmente questa è la mia natura). Ecco dunque, dopo i 10 film horror da evitare, quelli da vedere.

  1. His House (2020)

Uno di quei film che conferma il genere horror come una fantastica caccia al tesoro. Quando dico che tra 100 horror brutti si nascondono quei due-tre che vale la pena di vedere, parlo di film come questo. La storia usa l’espediente della casa infestata e degli spiriti per parlare di immigrazione, integrazione, razzismo. Si tratta di un folk horror dove lo spirito maligno che tormenta i due protagonisti, chiamato “apeth”, fa parte di credenze religiose del Sudan del Sud. Da questo deriva il dettaglio che rende il film estremamente godibile, non la solita solfa con i classici protagonisti scemi che si trovano in una casa infestata e perdono tempo a fare gli scettici, cercando di spiegare tutto razionalmente, almeno finché uno di loro non viene accoppato. Qui i due protagonisti non dubitano per un istante che ci sia qualcosa di estremamente sbagliato e pericoloso che convive con loro. Ne parlano come potrebbero parlare di fatti verificabili come il tempo fuori dalla finestra, il che ci risparmia interminabili minuti in cui si accusano l’un l’altro di essere pazzi o visionari e ci risparmia anche la solita gita a casa del santone o dell’appassionato di wicca del quartiere, grazie ai quali solitamente viene fornito l’immancabile spiegone con tanto di soluzione per sconfiggere gli spiriti malvagi. Il twist del film che ci permette di capire perché questi due poveracci siano perseguitati funziona a meraviglia, dando ancor più spessore e valore alla storia che già aveva delle forti connotazioni metaforiche. Non voglio fare spoiler perché merita davvero una visione. Questo film ha anche il raro pregio di avermi inquietato: devo ancora vedere un film horror che mi faccia davvero paura, direi piuttosto che alcuni sono capaci di lasciarmi una sensazione di inquietudine, cosa in cui “His House” riesce perfettamente, come aveva fatto, ad esempio, “The Babadook” alcuni anni fa. Del resto, anche quest’ultima era una storia che nascondeva una grande metafora. Per inquietarmi, in sostanza, un horror deve parlare di orrore vero, di quell’orrore che si può trovare nella vita quotidiana.

  1. Blood Line (2018)

Non un film straordinario, ma credo meriti almeno una visione più per lo stile che per la storia. Ad essere onesta, la prima scena del film mi ha fatto esplodere in una grande risata: inizia con una tizia che viene sgozzata nella doccia, ma è tutto talmente old school che per un attimo ho pensato sarebbe stata una trashata. Quando ho capito che questa era l’intenzione, ho iniziato ad incuriosirmi e in effetti il film è un tributo alle pellicole horror anni ‘70. Certe inquadrature hanno anche del fumettistico secondo me, tanto che sono andata a fare una veloce ricerca perché iniziava a sorgermi il dubbio che potesse essere ispirato ad una graphic novel (non è così). Credo che ad avermi fatto battere il cuoricino sia la somiglianza che questa storia ha con la serie tv “Dexter”: il protagonista è un uomo che, a causa di traumi infantili, diventa una sorta di vigilante e scova le sue vittime attraverso il suo lavoro di consulente scolastico per ragazzi con famiglie difficili. La recitazione purtroppo non mi ha impressionato e la trama ha secondo me alcuni buchi, ad esempio il ruolo della madre sembra piazzato lì per creare disagio, non ne ho capito a fondo il senso, a parte forse quello di creare una sorta di idea che la violenza sia ereditaria. Il twist finale era inoltre abbastanza prevedibile: questa è una storia dove il valore della famiglia regna supremo e l’urgenza di proteggere la famiglia stessa è così animale e viscerale da risultare in decisioni altamente egoiste e decisamente poco etiche. Avvertenze: all’inizio del film c’è una scena di parto che inquadra proprio i piani bassi e, per la prima volta in vita mia, ho chiuso il laptop alla velocità della luce, abbastanza schifata. Credo fosse soprattutto dovuto al fatto che la scena è decisamente plasticosa e gommosa, il che rende il tutto abbastanza grottesco e disgustoso.

  1. Rattlesnake (2019)

Non so per quale strano motivo, ma questo film mi ha regalato delle “Black Mirror” vibes anche se non si parla di un futuro distopico dove l’innovazione tecnologica presenta una minaccia e diventa spesso un problema etico. La storia trova le sue radici in un misto tra soprannaturale e spirituale, dunque non si sa da dove io abbia carpito queste vibrazioni, ma così è. Madre e figlia sono in viaggio nel bel mezzo del deserto quando la piccola viene morsa da un serpente a sonagli. Quasi come un miraggio, appare un caravan al cui interno vi è una donna che afferma di essere in grado di aiutare la bambina. La madre, disperata, lascia la figlia con la donna ed esce dalla roulotte per chiamare i soccorsi. Quando rientra nella casa mobile, la donna sembra essersi volatilizzata e la piccola appare decisamente migliorata. La bambina viene comunque portata in ospedale dove i dottori non trovano veleno in circolazione, affermano piuttosto che possa essere un caso di disidratazione misto ad un colpo di sole. Qui avviene un incontro che cambierà la storia: appare infatti un uomo che informa la madre che, essendo l’anima di sua figlia stata risparmiata, deve fornire un’anima in cambio, uccidendo qualcuno prima del tramonto. Ho un debole per questo genere di film che spingono a riflettere sull’etica e sulla morale, sul bene e sul male. La madre, sconvolta da questa richiesta, ma decisa a preservare la riacquistata salute della figlia, accetta di togliere la vita a qualcuno, ma tenta di legittimare questo gesto cercando prima le sue vittime tra i pazienti dell’ospedale che sono già in fin di vita, poi optando per un ragazzo in cui si imbatte in un bar e di cui nota il comportamento violento ed abusivo nei confronti della fidanzata. E’ davvero accettabile togliere la vita a queste persone solo perché sono già vicine alla morte o perché hanno comportamenti abominevoli? Da questo punto di vista direi che il film non presenta appieno le conseguenze possibili per la madre, diciamo che la fortuna, se così vogliamo chiamarla, è dalla sua parte anche quando tutto sembra perso. Forse il finale avrebbe potuto giovare di un esito diverso e meno lieto, ma comunque il film ha una buona tensione, un buon ritmo e si lascia guardare per la sua ora e mezza di durata.

  1. The Cabin in the Woods (2011)

Questo è stato un rewatch, un rewatch estremamente gradito, devo aggiungere. Senza dubbio uno dei preferiti degli ultimi anni, questo film scritto da Joss Whedon fa sotto certi aspetti quello che “Scream” ha fatto più di 10 anni prima, giocando con gli stereotipi di genere, smontandoli e dissezionandoli, ma in chiave decisamente soprannaturale, appunto in pieno stile Whedon. A sorprendermi credo sia stato in particolar modo il finale: in mezzo alla fiera della banalità, con stereotipi a destra e a sinistra, la scelta dei personaggi è decisamente fuori dal comune. Piccola nota e spoiler a seguire. Sono una grande fan di “Buffy”, credo la mia serie tv preferita in assoluto, e non ho potuto fare a meno di notare un particolare in comune tra “The Cabin in the Woods” e lo show sopracitato: non vi sembra che il luogo in cui i mostri sono contenuti sia molto simile al quartier generale dell’organizzazione governativa The Initiative, incaricata di ingabbiare vampiri, lupi mannari e mostri vari per studiarli, come vediamo nella quarta stagione di “Buffy”? Cercando su internet, ho trovato teorie secondo cui le opere di Whedon si svolgono tutte nello stesso universo, creando quello che dai fan viene chiamato Whedonverse. Al momento ho visto solo le prime quattro stagioni di “Angel”, lo spinoff di “Buffy”, mi manca ancora la quinta ed ultima stagione, ma essendo una serie vecchia me la sono spoilerata senza pudore e so che nell’ultimo episodio, i Senior Partners della Wolfram&Hart risorgono. C’è chi sostiene che questi Senior Partners siano proprio gli stessi Dei di cui si parla in “The Cabin in the Woods” e che l’ente incaricato di tenerli sopiti, tranquilli e soddisfatti sia la stessa The Initiative vista in “Buffy”, oramai evoluta dopo anni di ricerca ed esperimenti. Ci sono poi altri possibili collegamenti ad opere di Whedon cui non mi permetto di accennare perché non conosco tali serie e film, ma resta il fatto che i punti in comune ci sono, il che fa esultare la nerd che è in me. 

  1. Spree (2020)

Performance di Joe Keery (Steve in “Stranger Things”) davvero stratosferica. La storia tratta di un ragazzo ossessionato dall’idea di diventare influencer ed avere un grandissimo following, di creare un contenuto virale che lo trasformi in una webstar. Il film è strutturato come una sorta di mockumentary, formato con qualsiasi cosa possa venirvi in mente, dagli spezzoni di video di YouTube ai livestream su Instagram, dalle registrazioni con telecamerine simili alla GoPro alle CCTV di locali e parcheggi. A questo si aggiungono anche l’utilizzo di app, come Spree, che è l’Uber di questo universo. Questo genere non è sicuramente nuovo, né nei film in generale né nel mondo dell’horror. Credo che “Unfriended” fosse uno dei primi film che io abbia visto creati secondo questo stile, ma se in quel film la narrazione si svolgeva prevalentemente attorno a dei ragazzi impegnati in una conversazione multipla su Skype e che ogni tanto aprivano qualche contenuto su Facebook, qui la visione diventa ancor più dinamica: lo schermo è spesso diviso in tre, con un terzo occupato, ad esempio, dal livestream, un altro occupato da un Instagram story, un altro ancora da un’app, ricreando così la sensazione di essere al computer quando hai 100 diverse tab aperte e non sai dove guardare. Dopo l’insuccesso del suo canale YouTube e della sua collaborazione con Bobby, un ragazzino cui Kurt faceva da baby sitter anni prima e che ha un canale di successo chiamato BobbyBaseCamp, Kurt decide di diventare un autista di Spree e uccidere i suoi passeggeri in diretta, giustificando le telecamere ai poveri ignari come uno strumento per la sua stessa sicurezza. Il mio cuoricino ovviamente ha iniziato a battere forte già dal titolo di questo film: “spree” si usa per denotare un’attività in cui si indulge senza restrizione alcuna; “going on a killing spree” significa in sostanza uscire dai gangheri e andare in giro ad ammazzare gente a caso o quasi; “spree” qui diventa anche il nome della compagnia di taxi. Be still my heart, non posso resistere a tutto questo. Il film è folle, frizzante, potrebbe essere definito horror comedy, ma credo sia più opportuno considerarlo una satira. La critica sociale è chiara e i social network assieme alla voglia di apparire ed essere seguiti vengono presentati come un meccanismo da cui non c’è via d’uscita. Anche chi dice di volerne uscire, di smettere di usarli, di dire addio ai propri followers, ci ricade prima o poi, utilizzando spesso l’evento che li ha portati a dare precedentemente un taglio come un pretesto di crescita e un metodo per guadagnare lo stesso numero di followers, se non di più, diventando immancabilmente attivisti ed advocates di ‘sta gran ceppa. Il film è veloce, con un ritmo serrato, specialmente nei primi minuti dove ero ipnotizzata dallo schermo quasi come fossi in quel loop che si crea a volte su YouTube quando vado per guardare un solo video e finisco per guardarne altri 10 perché mi lascio fregare da quelli suggeriti dopo. Gli eventi finali rivelano la storia come ciclica, scelta perfetta per un film che vuole trasmettere il messaggio di come i social media e l’utilizzo di internet in generale sia una giostra senza sosta da cui non siamo in grado di scendere. E’ davvero un bel film, forse un po’ troppo self-aware in certi punti, in particolar modo per quanto riguarda “la lezione” che vuole insegnarci, ma gli si perdona perché comunque ha chiaramente l’intento di essere critico, di far riflettere il proprio spettatore e di far sì che le persone si soffermino sui pro e contro di questa ossessione con i social e con il successo che da questi potrebbe derivarne. 

  1. American Mary (2012)

Avevo già visto questo film anni fa, ma me ne ero totalmente dimenticata finché non è riapparso sulla mia home di Netflix. Me ne ero dimenticata più per il fatto che l’ho visto in un periodo in cui guardavo tantissimi film del genere e non tanto perché non sia valido. Non sarà il film migliore dell’ultimo decennio, ma nel corso della prima visione mi aveva colpito molto, per cui ho deciso di riguardarlo per confermare o meno la mia opinione. Diciamo che essendo diventata più critica e schizzinosa, forse se lo vedessi oggi per la prima volta ci troverei diversi difetti, ma resta un film che merita una visione, secondo me. A livello di intreccio, le relazioni tra personaggi sono poco approfondite, anche perché i personaggi in sé non hanno grande approfondimento, ad eccezione forse della protagonista, una studentessa di chirurgia che in seguito a certi eventi intraprende parallelamente la strada della vendetta personale e una carriera come chirurgo che si dedica, sotto richiesta dei suoi clienti, alla modificazione corporea in certi casi estrema e contraria ai soliti standard di bellezza. Vengono anche compiute azioni che per gran parte del tempo non hanno conseguenze, almeno fino a che a livello narrativo bisogna creare un po’ di conflitto per avere una risoluzione e una conseguente conclusione. Non credo comunque che una storia solida sia l’obiettivo di questo film, il quale si contraddistingue per essere bizzarro e a tratti folle, anche se vanta alcune scene discretamente eleganti, mescolando orrori reali con orrori da film e affacciandosi sul mondo del torture porn più con fare curioso che in maniera sfacciata e prepotente. Ho letto una recensione in cui questo film veniva definito un omaggio ad Eli Roth, ma onestamente non sono d’accordo: Eli Roth è uno dei padri del torture porn moderno e i suoi film li trovo decisamente “messy” (qui il loro fascino); al contrario “American Mary” si presenta spesso clinico e preciso proprio come, per restare in tema, un’operazione chirurgica.

  1. The Vigil (2019)

Un horror sofisticato ed elegante. La storia si incentra su un ebreo, la cui fede sta chiaramente oscillando, assunto per vegliare sul corpo di un defunto. Quella dello shomer è una figura reale nell’ebraismo e non si riferisce solo a colui che veglia su una salma, ma più in generale a chiunque sia incaricato di sorvegliare qualcosa per qualcun’altro: l’incarico di “fare la guardia” potrebbe infatti anche essere riferito ad un oggetto. Questo almeno è ciò che ho capito dopo una piccola ricerca; nel caso io stia dicendo qualcosa di sbagliato, vi invito a correggermi, perché di religioni e usanze non sono un’esperta. Per quanto riguarda la storia in sé, senza dubbio questa premessa è molto interessante. Da anni vediamo preti e chiese in ogni film horror che parli di case infestate, possessioni e simili, il che oramai risulta abbastanza stantio: è arrivato il momento di attingere da altre religioni e culture e qui sta uno dei punti di forza del film. Nel corso della notte, durante la veglia, l’uomo viene tormentato da un demone che, fino a quel momento attaccato al corpo del defunto, sta cercando un nuovo ospite. Questo spirito è chiaramente attratto da persone con traumi passati: l’uomo che abitava prima aveva cicatrici risalenti ai tempi dell’olocausto e il nostro protagonista, che è ovviamente il candidato numero uno come nuovo ospite, deve ancora superare la morte del fratellino. Il film usa i classici trucchi del genere “case infestate”, ma con una certa finezza: le luci e le ombre delle inquadrature sono suggestive e, benché suoni e rumori siano usati anche per garantire qualche jump scare, contribuiscono soprattutto a creare un’atmosfera tesa e non da quattro soldi. Il morto coperto da un telo bianco resta immobile per tutto il tempo, ancor più inquietante nella sua staticità e son contenta che non abbiano rovinato l’atmosfera facendolo mettere a sedere o facendolo magari apparire come un faccia mostruosa a due centimetri dallo schermo. Credo che quando ci si discosta dalla religione cattolica questo genere di film possa regalare ancora nuove idee e raccontare qualcosa di nuovo, un po’ come succede in “His House” di cui ho parlato sopra. 

  1. Escape Room (2019)

Ho visto questo film quando era in sala (bei tempi) e l’ho rivisto volentieri perché mi aveva regalato due belle orette di intrattenimento. Un film senza infamia e senza lode: se lo si prende per quello che è, si può godere del suo ritmo coinvolgente e della sua costruzione intrigante. Un gruppo di sconosciuti viene invitato a provare una nuova escape room creata da una compagnia che si occupa di intrattenimento di tale genere: chi riesce a risolvere l’enigma, potrà vincere 10mila dollari. Ben presto, si capisce che siamo di fronte ad un gioco di vera  propria sopravvivenza dove trovare il modo per passare alla stanza successiva prima che sia troppo tardi diventa essenziale. Spoiler: lo spiegone finale accenna, com’era prevedibile, ai soliti ricconi padroni del mondo che sono sempre tanto annoiati e sempre troppo pieni di soldi. Del resto, gran parte delle teorie del complotto si basa su questo preconcetto, non c’è da stupirsi che tali ricconi diventino i cattivi di un film hollywoodiano, disposti a sottoporre ad un gioco letale di questo genere i soliti poveri sfigati. Comunque sia, questo è il classico film che mi fa pensare che se mi trovassi in una situazione del genere, sarei la prima a schiattare.

  1. Happy Death Day 2 U (2019)

Finalmente è arrivato su Netflix il secondo capitolo di questa serie di cui avevo visto il primo film in aereo (dopo averlo scaricato tramite l’app, appunto, di Netflix perché in vita mia non ho ancora fatto viaggi di lunga durata, di conseguenza non ho mai scelto di volare con una compagnia che offra anche il “servizio cinema” a bordo, essendo io una poveraccia). Non ricordo se stessi andando o tornando, so solo che ero su un aereo e che stavo andando/ero stata in vacanza, dunque stiamo parlando di un’altra vita, di un’altra realtà. Spoiler a seguire. Questo sequel è piuttosto brillante, benché non quanto il primo: sa un po’ di già visto a causa del morire in continuazione della protagonista, ma devo dire che già nei primi minuti sono riusciti a depistarci, facendoci credere che il film avrà come personaggio principale l’amico di Carter, Ryan. Scopriamo presto che non è così, il che significa che non solo abbiamo una piccola sorpresa nei primi minuti del film, ma anche che Jessica Rothe, la carismatica attrice che interpreta Tree, sarà quella che ci regalerà ancora una volta altre risate e avventure. Per questo stesso motivo però arriva anche la paura di essere di fronte allo stesso film che abbiamo già visto in passato, ma anche questo timore viene rimpicciolito quando ci regalano un altro twist: al loop temporale, in questo film si aggiungono le dimensioni parallele. Proprio in una dimensione parallela verrà trasportata la nostra Tree, grazie al progetto di scienze dello stesso Ryan e dei suoi amici nerd che, come scopriamo, è anche la causa della creazione del loop temporale stesso. Tree non solo deve smettere di rivivere sempre lo stesso giorno che si conclude sempre con la sua morte, ma deve anche tornare nella sua dimensione, benché questa decisione avvenga dopo un certo dibattito interiore visto che la dimensione in cui è stata trasportata ha degli svantaggi (Carter frequenta la sua peggiore nemica), ma anche dei vantaggi (la madre di Tree è ancora viva). Un’altra differenza con il film precedente è che se in quel caso la giornata finiva e ricominciava per Tree quando il pazzo omicida che la inseguiva riusciva a farla fuori, qui Tree finisce per suicidarsi nei modi più bizzarri per far ricominciare il giorno da capo, così da offrire a Ryan e ai suoi amici più tempo per lavorare sul loro progetto e farla tornare a casa. Il film non è innovativo come il primo, il quale era davvero unico nel suo genere e una boccata di aria fresca nel panorama dei comedy horror, ma nonostante ciò questo sequel si conferma come una divertente visione da non perdere per colore che hanno amato il primo film.

  1. Snakes on a plane (2006)

Non avrei dato un centesimo a questo film, ma devo ammettere che è uno di quelli così trash da essere (quasi) bello. Avevo sentito dire che fosse su questa linea, ma ha superato le mie aspettative: non immaginavo mi sarei trovata di fronte a serpenti che escono da tutte le parti e che attaccano nei luoghi e nelle parti del corpo più inopportuni, come seni, peni, lingue, occhi. Dico solo che l’aereo nel film viene fatto atterrare, dopo la morte di entrambi i piloti, da un tizio la cui unica esperienza deriva da videogioco simulatore di volo… Ci rendiamo conto dell’assurdità e del trash di tutto questo? Un’altra fantastica scena vede un bambino morso da un serpente e una tizia che per far fuoriuscire il veleno gli incide il braccio con l’orecchino che lei indossa; lì per lì ho pensato, più logicamente, che avrebbe bucato la zona rigonfia con la parte dell’orecchino che viene infilata nel buco delle orecchie, quella appuntita, ma no, lei usa proprio l’orecchino in sé, che è di metallo e che vagamente nella forma ricorda una foglia: volete farmi credere che questa se ne vada in giro con due armi letali che pendono dalle orecchie? Talmente tante sono le scene trash e quelle che sfidano la logica e la fisica che questo film diventa imperdibile, portando sullo schermo quel trash bello di cui tutti ogni tanto abbiamo bisogno.

4 pensieri riguardo “10 film horror da vedere su Netflix

  1. Snakes on a plane è trashissimo, ma così trash da avere una sua ragione. Per reggerne la visione, dopo circa dieci minuti di film, abbiamo stilato una lista di ‘cose che succederanno’ durante il volo e così abbiamo giocato a una sorta di bingo cinematografico. Godibilissimo – e abbiamo azzeccato 12 dei 15 eventi che avevamo messo insieme.

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  2. Non sono adatto ai film horror.
    I libri li leggo con piacere, e “reggo” il crescendo delle situazioni, sullo schermo invece non ce la faccio. Ne ho visti pochissimi, e son passati parecchi anni ormai (si trattava della saga di Saw – L’enigmista)

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