Pubblicato in: Me, me stessa e io

Io penso positivo

No, non penso positivo “perché son vivo, perché son vivo” come nella canzone di Jovanotti.

Penso positivo perché ho il Covid.

*inserire musica drammatica*

Negli ultimi tempi l’avevo detto più di una volta che, se avessi dovuto beccarlo, sarebbe successo adesso. Non so se sia preveggenza, portarsi sfiga da soli o semplicemente consapevolezza che ultimamente non sono stata così brava nel rispettare le regole anti-Covid. No, niente party sfrenati nel tempo libero, semplicemente un’esasperazione generale (che solo per metà ha a che fare con la pandemia) che mi ha portata ad abbassare la guardia e con essa la mascherina, che al lavoro mi sono, appunto, spesso abbassata, la maggior parte delle volte perché continuano a pompare la musica a così alto volume che se non mi abbasso la mascherina non mi sente nessuno, perché al lavoro ci piace metterci nella condizione di leggere il labiale come se fossimo sordi, con la sola differenza che a rimbombarci nelle orecchie c’è “W.A.P.” di Cardi B. e Megan Thee Stallion. Anche il lavaggio delle mani si è ridotto, da 100 volte al giorno a 75. Alla faccia di quelli che non credono che mascherina e mani pulite possano davvero salvarti dal beccare il Covid.

Come sempre accade, quando succede qualcosa di poco gradito, devo trovare qualcuno da incolpare. In questo caso, a parte me stessa, incolpo il lavoro, soprattutto perché abbiamo avuto un mini focolaio iniziato due-tre settimane fa, che tanto mini non era visto che almeno 20-25 persone si sono ammalate, il che significa un quarto degli impiegati. La cosa è stata inizialmente taciuta come nei migliori ambienti mafiosi, così il virus ha potuto farsi un giretto per bene prima che fossero implementati rimedi tipici della chiusura delle stalle dopo la fuga delle vacche, come farci fare il test rapido tutti i giorni che a momenti mi sanguina il naso. Salvo poi che, quando una mia collega è risultata positiva, siccome la seconda striscetta era scolorita e non ben delineata, non è stata mandata immediatamente a casa perché “Se la seconda striscetta è sbiadita significa che il risultato è incerto”, affermazione a cui ho replicato “Ma cosa state dicendo, sapete leggere l’inglese o no, c’è scritto chiaramente sull’opuscolo con istruzioni e spiegazioni contenuto nella scatola con i test dell’NHS che una seconda striscia, anche se scolorita, significa positività”. Le hanno fatto fare il test altre due volte quel giorno, con risultato negativo, e allora visto che siamo sempre senza staff e ci piace scegliere la strada più semplice, abbiamo deciso di dichiararci medici e liquidare il primo risultato come un falso positivo. La tizia è venuta al lavoro per altri due giorni, prima che il test molecolare cui ha deciso comunque di sottoporsi dichiarasse inequivocabilmente che avesse il Covid. A quanto pare la seconda striscetta mezza scolorita non era da prendere sotto gamba. Io dico, ma ‘sta gente non ha mai letto le istruzioni di un test di gravidanza? No, perché i test rapidi per il Covid più o meno hanno dietro lo stesso principio. A questo evento se ne sono aggiunti altri al limite dell’illegalità e della galera, ma sorvolerò. Del resto l’episodio sopra è già da arresto a sufficienza per farvi capire l’andazzo.

Ho iniziato a sentirmi poco bene da domenica: mal di testa e mal di pancia. Lunedì, solito mal di testa, in più ho concluso la giornata andando a dormire in preda ai brividi. Mi sono svegliata verso mezzanotte e mezza e mi sono detta “Tempo di affrontare la realtà e misurarmi la febbre perché penso proprio di avere qualche linea”. E così era: solo 37.6, but still. A casa ho una scatola di test rapidi (che oramai possono essere richiesti gratuitamente in farmacia) e ne ho fatto uno immediatamente, con Lui che mi guardava scettico come ogni volta accade quando affrontiamo l’argomento Covid. “Non mi sale la temperatura in pieno giugno senza un buon motivo” ho abbaiato stizzita nella sua direzione, anche se “pieno giugno” in UK è come “pieno ottobre” in Italia, but still! Appena ho fatto quello che dovevo fare, la seconda linea è apparsa subito, bella, chiara e definita. Ho mandato un sms al boss che mi ha chiesto che sintomi avessi e solo quando ho detto che avevo la febbre mi ha risposto “You need to stay home then”, come se il lampante test positivo non fosse sufficiente (immaginatemi con un enorme “WTF” stampato in faccia). Ho prenotato il molecolare alle una e mezza di notte (o mattina, se preferite) e mi è arrivato a casa stamattina: l’ho già fatto e fortuna abbiamo la cassetta prioritaria per rispedirlo a chi di dovere sotto casa. Per la cronaca, ho fatto un altro test rapido anche ieri (per trascorrere il pomeriggio in allegria) ed era ancora positivo. Lui e il mio boss sono comunque ancora scettici e continuano a parlare di me e del mio futuro a suon di “se sei positiva”. Il punto è che il mio boss è di quelli che ti vorrebbe al lavoro sempre e comunque, a meno che tu non sia in fin di vita; mentre Lui, vivendo con me, mi vede tutto sommato bene.

I miei unici sintomi, in effetti, sono naso che varia dal bloccato al gocciolante, tosse sporadica che niente ha a che vedere con le tossi mozzafiato a cui sono solitamente abituata (all’inizio del mese ne ho avuta una che era mille volte peggio) e, il sintomo più fastidioso, un mal di testa lancinante che riesco a placare solo con il paracetamolo, ma quando l’effetto finisce il mal di testa ritorna. Quasi sicuramente “se sono positiva” si tratta della famigerata variante Delta, pericolosa proprio perché onestamente in quanto a sintomi, almeno per ora, è meno debilitante di certe influenze che ho avuto in passato, dunque mi immagino un sacco di gente andarsene bellamente in giro prima di prendere la cosa seriamente. Certo, c’è ancora tempo per me per peggiorare e morire nel sonno. Mai dire mai. Ma per ora sto discretamente. Mia madre mi ha costretta a comprare un saturimetro che probabilmente sarà causa di ansie e paranoie nei prossimi giorni e probabilmente me lo terrò al dito giorno e notte, giusto per essere sicura che il Covid non mi ammazzi silenziosamente, che è forse la paura più grande.

La cosa che più mi fa incazzare, a parte l’ovvietà di ospitare nel mio corpo il vairus protagonista delle nostre vite e di tutti i nostri discorsi nell’ultimo anno e mezzo, è che ieri mattina avevo un colloquio e un turno di prova in un altro posto di lavoro. Non scrivo da parecchio tempo, ma la situazione al lavoro sta degenerando (motivo, tra l’altro, per cui non ho tempo di scrivere). Non solo il boss ha deciso di andarsene (il suo ultimo turno dovrebbe essere questo sabato), rivelando soltanto a me questa cosa, mettendomi in una posizione difficile a dir poco perché alcune delle persone con cui lavoro le considero amiche e non mi piace nascondere loro le cose. Al lavoro abbiamo assunto 7 persone nuove, tre delle quali se ne sono già andate, mentre due iniziano questa settimana, quindi non sanno ancora cosa li aspetta davvero, giusto per farvi capire che non siamo in vantaggio, statisticamente per ora più della metà della gente che ha iniziato ha dato le dimissioni. Perché, vi starete chiedendo (o forse no, perché questo post sta diventando davvero lungo e lagnoso e forse avete già smesso di leggere). Perché le ore sono disumane, soprattutto nel weekend. Di sabato generalmente iniziamo a lavorare alle 10.30 di mattina e finiamo tra le 3.30/4.30 di mattina del giorno dopo. E le ore di sonno che generalmente ci vengono concesse tra il turno di venerdì e sabato e quello di sabato e domenica sono in media 3/4. Tutto questo spesso senza una pausa decente durante il turno. Tutto questo senza neanche un rimborso per l’Uber che necessariamente devo prendere per arrivare a casa il prima possibile, se non voglio ridurre le mie ore di sonno a 2/3.

Dunque sì, ho finalmente deciso di piantare le tende da un’altra parte. Lunedì mattina ho inviato 8 CV in vari posti e ho ricevuto quasi subito una chiamata per un posto che mi interessava molto. Ma ahimé, la solita sfiga ha colpito ancora. Chiamatela come volete, ma per me questa è sfiga. Ho evitato il Covid per un anno e mezzo e scopro di averlo la notte prima di un colloquio in un posto in cui, la prima cosa che mi è stata detta al telefono, le ore sono molto flessibili. Che poi vabe’, è una cosa che spesso si dice per farsi belli e attirare poveri stolti, ma niente potrebbe essere peggio di dove lavoro ora e comunque gli orari di apertura/chiusura di questo posto li ho visti online e rispetto allo schiavismo cui sono sottoposta ora sono un sogno, ditemi dove posso mettere la firma. 

E così intanto sto a casa, aspetto il risultato del molecolare e, “se sono positiva”, di capire quanto devo stare a casa prima di tornare in quel covo di matti. Sono curiosa di vedere cosa succederà dopo la dipartita del mio boss e sono certa che non sarà niente di buono.

Avevo intenzione di dare le dimissioni questo sabato: ho ricevuto anche un’altra email riguardo un possibile lavoro, il che mi ha fatto ben sperare di poter trovare impiego prima della fine di luglio. Il mio piano era dare le dimissioni questo sabato, fare colloqui e turni di prova nei miei giorni liberi, avere il mio ultimo turno nel covo di matti sabato 17 luglio (il mio notice period è di due settimane), godermi la domenica libera, festeggiare il mio compleanno il 19, potenzialmente iniziare un nuovo lavoro il 20 o non molto dopo. Dream scenario. Ma no.

E’ colpa mia. Avrei dovuto lavarmi le mani una volta di piu. Avrei dovuto imparare il linguaggio dei segni per comunicare al lavoro, anziché abbassare la mascherina. Me la sono cercata. Adesso sono bloccata nel covo di matti per chissà quanto ancora. Con l’ansia che non riuscirò neanche a ritagliarmi un giorno libero per il mio compleanno. Non che avessi grandi piani in mente, considerando che Lui non può neanche prendersi il giorno libero e che per come sono messa ora non posso neanche chiedere al mio migliore amico di farsi dare il giorno off, perché io stessa non so se ce l’avrò. Però trent’anni li compirò una volta sola. E non ho intenzione di trascorrere tale giorno in un posto che al momento odio, perché dopo il terzo lockdown c’è stata una trasformazione della situazione e dell’atmosfera stile Dottor Jekyll and Mister Hyde e non esiste un giorno in cui al lavoro non ci sia qualcosa che mi fa infuriare e per esperienza so che questo significa che è arrivato il momento per me di andarmene, bye bye, au revoir, auf wiedersehen.

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Paco

È successo.

Domenica, tornata a casa dal lavoro neanche troppo tardi (ultima volta che accade perché con il rilassamento delle restrizioni si torna anche agli orari indecenti di un tempo), trovo Lui sveglio. Neanche il tempo di togliermi la giacca, le scarpe e lavarmi le mani (sacrilegio!), che Lui mi dice di affacciarmi in camera nostra, c’è qualcosa che deve mostrarmi. Mi dispiace deludervi, questo post non avrà risvolti pornografici.

C’è qualcosa nel suo sguardo che, come già successo altre due volte in passato, mi fa saltare un battito cardiaco, sperando nell’impossibile.

Stavolta l’impossibile è successo.

Mi sporgo oltre la soglia della camera e sul nostro letto c’è un gattino bianco e nero. Il mio sguardo si posa su di lui per la prima volta mentre è intento a sferzare una zampata a qualcosa di invisibile.

Trascorro la seguente ora ad osservare questa creaturina trotterellare per casa, galoppare qua e là con quella velata instabilità e leggera scordinatezza dei gatti ancora cuccioli, prima che si trasformino in agili ed eleganti adulti.

Mi godo il momento meglio che posso, mentre bombardo Lui con una sequela di domande per cui trova ogni risposta, il che mi ricorda perché, una volta finito il Pandemonio, ho intenzione di sposarlo. 

E il vaccino? Il primo è stato già fatto dalla persona da cui ho preso il gatto. E la lettiera? L’ho comprata, è lì nell’angolo insieme a giochini e pappa. Ma la pappa è per gattini? Certo, mi sono fatto consigliare dal tizio del negozio. E quando lo troviamo il tempo di imparargli ad andare sulla letteria? E’ già stato istruito a dovere dalla madre, l’ho preso per questo perché sapevo che per te era il motivo di più grande preoccupazione. A conferma di quanto detto, il gatto smolla una pisciata sulla suddetta lettiera, indaffarandosi poi a coprire diligentemente.

Arriva poi la domanda più cruciale di tutte: domani mattina abbiamo l’ispezione dell’appartamento da parte di quelli dell’agenzia (che ci ha vietato animali da compagnia da contratto), che cazzo facciamo? Lui ha pensato pure a quello: nonostante non abbiamo un balcone o un giardino o niente di niente, ha trovato il modo per nasconderlo nel portantino e metterlo fuori della finestra (il fatto che il nostro appartamento abbia delle finestre che sono per tre quarti coperte da un osceno muro si rivela un vantaggio in questo caso, così possiamo incastrare il portantino con il gatto dentro tra la facciata della casa e questa muraglia che ci regala un’illuminazione deprimenti anche quando splende il sole, intanto il gatto si distrae guardando i piccioni che ogni anno fanno il nido nel canale di scolo e le uova si sono pure appena schiuse).

Paco, questo è il suo nome, anche se è da cane, lo so. 

Dovete sapere che Lui mi chiama “piccola”, cosa che mi farebbe rabbrividire se fosse italiano, ma il fatto che non lo sia lo rende accettabile e anche dolce. Sono una ragazza minuta e quando lui ha scoperto il significato della parola “piccola”, che senza dubbio mi si addice, il suono gli è piaciuto così tanto che ha deciso di usarlo come soprannome per me. Anche io ho iniziato a chiamarlo “piccolo” (facciamo vomitare, lo so).

Lui ha suggerito di chiamare il gatto Piccolo (non prima di aver suggerito Felix, nome che ho rifiutato essendo il nostro gatto bianco e nero come quello della pappa per gatti chiamata appunto Felix); quando ho detto di no, ha proposto “Allora chiamiamolo Poco”, ma gli ho spiegato cosa Poco significa in italiano e perché farebbe schifo come nome per un povero gatto. “Perché non lo chiamiamo Paco?” ho suggerito. E così è stato battezzato.

Paco è con noi da meno di 48 ore e già non riesco ad immaginarmi la mia vita senza di lui, forse perché è davvero affettuosissimo, non ho mai avuto penso un gattino così amichevole dal minuto zero. Dormire nel letto con noi non è stata neanche una cosa a cui abbiamo dovuto abituarlo (io sono del partito che i gatti debbano avere accesso a tutta la casa, ad eccezione del tavolo quando si sta mangiando, giusto perché sennò ti rubano il cibo dal piatto), dormire sulle nostre gambe idem: mentre sto scrivendo questo post, è appallottolato nel mio grembo. 

Paco non ronfa molto, nonostante ho già mille foto che lo ritraggono con espressione beata che ti farebbero sospettare che stia ronfando come un trattore. L’ho udito stamattina per la prima volta e non ha ronfato neanche quando lo stavo accarezzando, no, ha ronfato mentre mi annusava la testa, per poi procedere nel tentativo di mangiarmi i capelli.

Dopo la prematura morte di Bella, l’ultima gatta di mia madre, mi terrorizza avere un animale così piccolo affidato alle mie cure e mi spaventa ancora di più essermene già completamente innamorata. 
La mia ansia e il mio pessimismo riescono ad oscurare anche la luce di questo evento. Ma non del tutto. Solo un po’. Perché per tutto il resto del tempo, provo quella contentezza tipica di chi sente che la propria vita è finalmente completa.

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Peccato che

Tra due-tre giorni sarà un mese che non scrivo il potenziale romanzo. Non ho la testa, né l’ispirazione. E’ come se, una volta iniziato il lavoro, il mio cervello si fosse prosciugato e non ci sia spazio per nient’altro a parte il lavoro stesso o poco più. Me lo aspettavo, ma mi rattrista comunque.

A proposito di lavoro, è avvenuta la conversazione che tanto desideravo in passato. E’ incredibile come spesso le cose vadano davvero come voglio io, peccato che quando ciò finalmente accade io sia giunta al punto in cui non me ne importi quasi più niente. Sempre troppo tardi. Tempismo sempre imperfetto.

E’ avvenuta la conversazione con il boss in cui mi ha detto “Quando me ne andrò, il bar sarà tuo” e non è neanche un modo di dire, non è un “Aspetta e spera”, non nasconde il doppio senso “Me ne andrò all’età della pensione e tu sarai sempre e solo la mia sottoposta se deciderai di restare qui”. No. Nel giro di un anno, se volessi, potrei gestire uno dei bar della compagnia, che è sempre stato il fine ultimo, anche quando lavoravo per la precedente compagnia.

Peccato che il lockdown mi abbia cambiata. L’ho già detto e lo ripeto. Peccato che sogni di portare il cv in una libreria dove non troverò mai lavoro e se lo trovassi sarei sottopagata e con le lacrime agli occhi alla prima busta paga.

Peccato che io volessi semplicemente fare la bartender per un paio di anni senza che nessuno mi rompesse i coglioni, che è questo alla fine il motivo per cui ho voluto far parte di questa compagnia, per la maestria, la conoscenza, la teatralità e un pizzico di follia dei bartender che ne fanno parte, per essere una di loro. Poi il mio colloquio è finito sul fatto che avevo esperienza da manager e da lì è nato tutto: mentre gli altri imparavano a maneggiare quattro bottiglie in due mani e qualche flair trick, il mio training è stato tutto puntato sul mio diventare General Manager di un bar il prima possibile. Ovviamente il Pandemonio ha rallentato le cose, ma il fine resta quello ancora oggi.
Peccato che il mio boss voglia come shift supervisor (che sarebbe il ruolo sotto al mio) una ragazza del team che già mi scavalca innumerevoli volte nonostante il mio ruolo e io so che renderà il mio lavoro ancora più odioso quando avrà un minimo di responsabilita di piu. E’ una ragazza bravissima e competente sotto tanti aspetti, ma è anche una di quelle persone con cui fatico a lavorare perché non ascolta la metà di quello che dico ed è tutto un “Ma, però, e se invece” e a me queste cose fanno imbestialire, non perché non ci debba essere scambio di idee (un team dovrebbe lavorare così), ma perché poi certa gente mi cade sulle cose più basilari riguardo tutti gli aspetti legale e di sicurezza dello staff e dei clienti che gira attorno al gestire un bar. Essendo lei però la pupilla del boss, è intoccabile. Più di una volta si è comportata come se fosse lei il manager di turno, più d’una volta ha detto in faccia ai clienti che era questo il suo ruolo e quando poi sono andata io a risolvere i casini mi sono sentita dire in faccia da perfetti idioti che “Ma la manager ci ha detto questo” e io mi sono ritrovata in quella spiacevole situazione di dover dire “Ehm, veramente la manager sono io” e loro che non mi credevano e mi trattavano come se fossi una sguattera bugiarda con manie di grandezza. Quando succedono queste cose a me viene voglia di prendere la giacca, la borsa, lasciare le chiavi della baracca nelle mani della presunta manager e tornarmene a casa e non è detto che prima o poi non arrivi il momento in cui io abbia i neuroni bruciati a tal punto da farlo davvero.

Pubblicato in: Work B**ch!

Nelle puntate precedenti

Sono tornata al lavoro da circa due settimane, dunque per questo non sono molto presente su questi schermi, senza contare che gran parte delle mie idee ultimamente hanno la forma di Reels per Instagram, ossia quei video di pochi secondi che Instagram ha introdotto dopo il successo di TikTok. No, non mi sono ancora iscritta su questo social, Instagram basta e avanza, anche perché, nonostante questa mia neonata passione per brevi video più o meno seri, scattare foto resta ancora la cosa che preferisco fare.

A tal proposito, vorrei dire che la fotocamera di cui blateravo qualche post fa è stato l’acquisto migliore che io abbia mai fatto negli ultimi anni e perché io abbia aspettato così tanto davvero non me lo spiego (ah, sì, costa mezzo rene). 

La fotocamera non è stato l’unico acquisto degli ultimi tempi: ho comprato anche un MacBook Pro (altro mezzo rene che se ne va) che al momento a stento so usare perché l’unico aggeggio Apple che conosco è l’iPhone, senza contare che  sono tipo tre-quattro anni che non uso un vero portatile, ho vissuto felicemente in compagnia di un Chromebook che è poco più di un tablet con una tastiera, a mio modesto parere. Il motivo per cui ho comprato il Mac è legato alla fotocamera di cui sopra: volevo un buon portatile per editare foto, senza contare la mezza idea che coltivo da qualche mese di imparare ad editare video e magari aprire un canale YouTube dove blaterare di film, così da avere una terza piattaforma dove nessuno mi caga su cui espormi: qui sul blog parlo un po’ di tutto, ma principalmente dei fatti miei e della mia vita, su Instagram condivido le mie opinioni sui libri che leggo e YouTube mi sembra il posto perfetto per parlare di film e serie tv. Sì, quest’anno compirò 30 anni e credo che la crisi si senta tutta.

Scherzi a parte, dopo due giorni al lavoro già volevo dare il notice, cioè dire ai miei vari boss “Bella zio, è stato un piacere, ma adesso anche basta”, ma ovviamente non l’ho fatto. Ho iniziato a gettare un occhio su varie offerte di lavoro per lavorare in libreria, un ambiente tranquillo che mi sembra particolarmente adatto a questo momento della mia vita, il problema è che la paga mensile sarebbe pari al furlough, ossia l’80% del salario pagato dal governo durante il Pandemonio per chi, come me, non poteva lavorare, con la sola differenza che se il furlough mi bastava perché dovevo pagarmi solo vitto e alloggio, non varrebbe la stessa cosa quando a queste spese si aggiungerebbe, ad esempio, il costo dei trasporti, che tra l’altro si è alzato, visto che i prezzi congelati ben cinque anni fa dal buon vecchio sindaco Sadiq si sono ormai sciolti come burro al sole, un cambiamento decisamente non ben accolto da me che, dopo un’ibernazione di ben più di 100 giorni, ho dovuto iniziare a viaggiare di nuovo. Comunque trovare un lavoro in una libreria sembra impossibile: immagino che per i topi di biblioteca come me sia il lavoro dei sogni (vogliamo parlare dello staff discount sui libri?) e che una volta assunti non lo si voglia mai lasciare.

Una delle poche cose positive di tutto questo apri e chiudi degli ultimi mesi è che i clienti non sono così malaccio. Se prima l’ottanta per cento erano teste di cazzo, adesso direi che l’ottanta per cento sono talmente felici che ci sia qualcuno a shackerargli un cocktail che raramente mi sento trattata dalla maggior parte di essi come una sguattera. Purtroppo durerà poco, la gente dimentica presto. 

Tra le cose negative c’è che la mia compagnia metterebbe tavoli anche tra le nuvole se potesse, pur di attrarre più gente possibile e recuperare tutti i soldi che hanno perso dall’inizio di questa storia. Al momento possiamo infatti servire solo all’aperto fino a metà maggio, il che mi fa venire in mente un altro aspetto negativo e cioè che è un freddo boia, tra cinque giorni è maggio e io vado ancora in giro con il pelliccione, mai vista una roba del genere.

Il mio proposito di continuare a leggere tanto una volta tornata al lavoro è già andato a farsi benedire: sono tornata a leggere quasi unicamente nel quarto d’ora del viaggio in treno di andata verso il lavoro; su quello del ritorno sono come sempre in stato comatoso e troppo impegnata a recuperare su Twitter le news del The Guardian e le stories di gente random su Instagram.

La macchina fotografica resta l’highlight delle ultime due settimane, nonchè i soldi meglio spesi in vita mia, ribadisco. Praticamente ogni giorno libero che ho mi prendo a calci da sola per non dormire troppo, così da poter uscire ad un’ora decente per scattare. Del resto, posso sempre recuperare le ore di sonno andando a dormire alle 10 di sera, da brava vecchia quasi trentenne che può fare a meno di una vita sociale…. Tranne quando si tratta di uscire per una birra con un mio vecchio collega nonché mio amico migliore di tutti gli anni trascorsi qui a Londra che ho rivisto la settimana scorsa e tutti i mesi senza vederci non hanno fatto altro che confermare che bella persona sia.


Nonostante tutto, sento che le cose stavolta siano davvero sulla strada per il ritorno alla normalità. Non so se sia grazie alla fotocamera (ancora lei) che mi spinge a girare in lungo e largo per Londra come non facevo da tempo; non so se sia dovuto alla Guinness consumata con il mio amico in un bar all’aperto, con la vista sul Tower Bridge e il Tamigi; non so se sia dovuto al fatto che sabato sera, mentre gettavamo la spazzatura dopo un turno lunghissimo e discretamente impegnativo, ci fosse in cima alla via una band di strada che suonava, con un ritmo travolgente, di quelli che ti fanno venire subito voglia di ballare, e che attorno ad essi si fosse formata una piccola folla ad ascoltarli, incoraggiandoli e muovendosi a tempo con la musica. Soprattutto quest’ultimo episodio è stato per me uno scorcio della vecchia Londra che conosco, che ricordo e che amo, quella degli artisti di strada, quella che non dorme mai, quella della gentilezza degli sconosciuti, quella dove ci si sente una piccola parte di qualcosa di immenso.

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Cosa portereste con voi in caso di incendio?

La risposta dovrebbe essere niente, soprattutto se l’incendio è in casa vostra. Scappate e basta.

Ieri, nel tardo pomeriggio, un appartamento del mio complesso è andato in fiamme e siamo stati costretti ad uscire di casa mentre i vigili del fuoco lavoravano per contenere l’incendio. Un applauso a Lui che ha percepito la puzza di fumo prima ancora che arrivasse la polizia a bussarci alla porta, mentre io ero tranquilla, ignara e beata, impegnata a leggere.

Avendo quei due minuti per evacuare, ho preso il cappotto (per fortuna, che in questi giorni è freddo), il mio zainetto in cui ho messo il libro che stavo leggendo, il diario perché era a portata di mano, il portafoglio. Dentro c’erano già la pochette con make-up e specchietto, fazzoletti ed igienizzante mani. Ho anche sprecato due secondi per prendere la power bank sul tavolino del salotto, ma una volta fuori casa mi sono resa conto che aveva dimenticato il cavo sopra il letto.

Mentre io e Lui eravamo in strada in attesa di poter rientrare nell’appartamento, cosa che abbiamo fortunatamente potuto fare, al contrario di altre persone le cui abitazioni sono state danneggiate dal fumo, per la prima volta dall’inizio del Pandemonio ero una delle poche senza mascherina perché quella era una delle cose che avevo dimenticato di prendere.

Fortunatamente nella casa principalmente affetta non c’era nessuno, quindi l’ambulanza giunta sul luogo si è rivelata inutile.

Una volta certa che non ci fossero feriti o morti, ho trascorso l’oretta di attesa in strada con l’ansia che i miei libri bruciassero e con essi la mia macchina fotografica, alla quale si è aggiunta la paura di non poter tornare in casa e cosa avremmo fatto e dove avremmo dormito senza neanche un documento.

Alla fine tutte le mie paranoie non si sono attuate, come spesso accade. Tutto è bene quel che finisce bene.