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Il travolgente successo di Daisy Jones & the Six

“Daisy Jones & the Six” è il titolo del libro scritto da Taylor Jenkins Reid, pubblicato per la prima volta nel marzo del 2019 e arrivato in Italia con lo stesso titolo per la casa editrice Sperling&Kupfer. L’autrice ha pubblicato numerosi libri in passato, ma questo è il primo che giunge alla mia attenzione, grazie al grande successo che ha avuto. 

La storia narra di una band, chiamata appunto Daisy Jones and the Six, formatasi negli anni ‘70, che ha ottenuto un successo straordinario, riempiendo stadi, spopolando in radio, apparendo sulle copertine di giornali come Rolling Stones. La band ha pubblicato soltanto un disco, che stava promuovendo durante un tour sold out che ha finito per essere interrotto prima del previsto. La band si è infatti sciolta il 12 luglio del 1979 dopo il loro concerto a Chicago.

Facciamo alcune premesse: Daisy Jones and the Six non sono mai esistiti. La storia narra di una band fittizia, con un successo fittizio e dei fans fittizi. L’intento dell’autrice è creare un resoconto di quello che è stato sotto forma di testimonianze ed interviste, svelando sul finale i motivi che hanno portato la band a sciogliersi e a sparire nel nulla. Il libro è dunque composto dalle dichiarazioni dei vari componenti e di altri personaggi fondamentali per la loro carriera e nella loro vita: produttori, giornalisti, familiari, amici. I vari componenti sono stati intervistati in sede singola e le loro dichiarazioni sono state poi riordinate in ordine cronologico, in modo che il lettore possa ascoltare le diverse opinioni degli interessati su un certo argomento o fatto accaduto. Qui mi sono imbattuta nel primo problema che ho avuto con il libro, ossia il fatto che quasi per ogni avvenimento i diversi membri della band avessero una percezione totalmente diversa. E’ ovvio che ognuno ha un’esperienza diversa dello stesso vissuto e all’inizio ho trovato quasi divertente il fatto che le opinioni di questi personaggi fossero completamente agli antipodi, ma la cosa diventa un po’ fastidiosa quando costantemente ci troviamo nella situazione in cui a posteriori Tizio dice A e Caio dice B. Ci sono momenti in cui mi è il dubbio che queste persone fossero davvero nella stessa stanza, considerando la loro impressione totalmente diversa dello stesso avvenimento. Questo è fatto per illustrare le dinamiche interne alla band, dinamiche non sempre idilliache: c’è una grande mancanza di dialogo tra questi musicisti, senza contare che il frontman e cantante, Billy, è il classico divo adorato dal pubblico nonché mente della band, anche se in realtà appare spesso come un testardo che vuole far tutto da solo senza ascoltare l’opinione dei suoi compagni musicisti perché crede in fondo in fondo di essere meglio di loro. 

Billy, assieme a suo fratello Graham, è il fondatore della band The Six, la quale ha questo nome perché i membri sono sei (anche se in realtà non riescono a concordare neanche su questo perché alcuni di loro credono che questo nome sia stato scelto per la sua assonanza con “the sex”). Nel corso della loro carriera, i nostri sei si imbattono in Daisy Jones, la quale aveva già composto e pubblicato musica come solista e aveva guadagnato fama perché era bellissima, frequentava i luoghi e le persone giuste, insomma era l’incarnazione dello spirito libero femminile anni ‘70. Il duetto che Daisy Jones registra con la band diventa un successo, grazie anche alla chimica che la ragazza ha con Billy: le loro voci sembrano completarsi e la loro presenza sul palco riesce a rapire chiunque li osservi. Peccato che Billy e Daisy si odino. O forse no?

La cosa che mi ha infastidito del libro è che parte bene: un format interessante e diverso (personalmente non ho mai letto un libro strutturato come una lunga intervista ad una band totalmente inventata), ma poi finisce sui soliti cliché. Nel paragrafo a seguire, alcuni spoiler presenti, quindi saltate e passate a quello successivo se non volete rovinarvi l’eventuale lettura del libro.

Speravo davvero che il grande mistero alla base dello scioglimento di questa band non fosse la solita solfa “Sex, drugs and rock’n’roll”, ma purtroppo è così. Daisy viene presentata da subito come una ragazza che non schifa le droghe, anzi, ci sguazza dentro. Anche Billy inizia a farne uso quando la band raggiunge il successo. Mentre Daisy è uno spirito libero (si sposa ad un certo punto della narrazione, ma con un tizio più drogato di lei, un vero e proprio “match made in Heaven”), Billy ha una ragazza, Camila, di cui è molto innamorato e con cui si sposa. Camila scopre di essere incinta proprio quando la carriera dei The Six sta decollando. Billy parte in tour con la band e lascia Camila a casa, ma di questo lei non si cruccia perché è davvero una santa, la donna più buona e comprensiva dell’universo. Peccato che Billy si riveli un bambino, chiaramente spaventato dal suo imminente ruolo di padre: inizia ad abusare delle sostanze e a spassarsela con le groupies. Camila lo sorprende, per qualche strano motivo non gli spacca la testa contro il muro, gli dice che ha tempo fino alla nascita della figlia per disintossicarsi e smetterla di fare donnaiolo. Billy entra in rehab il giorno della nascita di sua figlia e ci trascorre due mesi. Da qui in poi Billy resterà pulito, non senza difficoltà. Quando Billy sembra avere in mano la sua vita, arriva Daisy Jones che non solo sta fuori come un balcone, ma è anche la donna più figa degli anni ‘70. I due si detestano, come solo possono fare due artisti profondi e tormentati che vengono costretti a lavorare insieme, e ci viene fatto capire che si innamorano l’uno dell’altro. A me questa cosa onestamente ha fatto alzare gli occhi al cielo perché stiamo parlando di due persone adulte, non di due liceali che si stuzzicano per far capire l’uno all’altro che in realtà provano un certo interesse. Vediamo i due comporre musica insieme, per lo più litigando su ogni singola nota e verso, e io dovrei anche credere che questi due siano innamorati l’uno dell’altro? Credo che in questo libro si confonda l’amore con la lussuria. Billy è egocentrico, cieco ed ottuso, ma anche Daisy non è da meno: viene descritta come una donna forte e indipendente perché non indossa il reggiseno e dice cose come “I had absolutely no interest in being somebody else’s muse. I am not a muse. I am the somebody. End of fucking story”. La metà delle cose che escono dalla bocca di Daisy sembrano a mio parere quelle di una bimbaminkia su tumblr, con tutto il rispetto. Jenkins Reid ha fatto un lavoro davvero interessante per quanto riguarda lo stile del libro, tanto da aver inserito alla fine del volume i testi della canzoni che vanno a comporre l’album di Daisy Jones and the Six, “Aurora”. Alcuni di questi testi non sono neanche malaccio, ma allo stesso tempo grazie a questi scopriamo che Daisy Jones è il genere di persona che scrive versi come “When you think of me, I hope it ruins rock’n’roll” (verso di una canzone scritta dopo l’ennesima diatriba con Billy) che a me pare la caption perfetta per quella foto in bikini che postiamo su instagram dopo la rottura con il fidanzato stronzo per ricordargli cosa si sta perdendo.

I personaggi di contorno sono mille volte più interessanti. Le altre donne del romanzo sono davvero donne indipendenti e forti. Abbiamo Karen, la tastierista che sa perfettamente chi è e cosa vuole e va a prenderselo, sia dal punto di vista sentimentale che da quello professionale: non solo Karen fa una scelta personale che è ancora uno stigma adesso, figuriamoci negli anni ‘70, ma dopo lo scioglimento della band, continuerà ad andare in tour con altre band per oltre 20 anni. Onestamente, Karen si meriterebbe uno spin-off tutto suo. Abbiamo Camila, che come ho già detto è una santa, una donna che non perde mai la fiducia nell’uomo che ama, anche quando questo si comporta come un bambino, ma non passa per debole o sottomessa, anzi, l’ho trovata un personaggio molto forte. Anche gli altri membri maschili della band sono mille volte più interessanti di Billy: se non contiamo quel poveraccio di Graham, fratello di Billy e per sempre costretto a vivere nell’ombra di quest’ultimo, abbiamo Pete, per cui la band era solo un ingaggio temporaneo perché la vita da rockstar non fa per lui, desidera soltanto una vita tranquilla con la ragazza che ama; abbiamo Eddie, il membro della band che vuole davvero fare musica, che non si sente ascoltato e considerato, che cerca di portare le sue idee nella stesura dell’album, ma queste vengono ignorate; abbiamo infine Warren, il classico membro della band “who is just along for the ride”, ossia non gli dispiace essere nella band (droghe, groupies e successo, yay), ma non vuole essere coinvolto in tutti i battibecchi tra le varie primedonne del gruppo e solitamente esce fuori a fumare una sigaretta e torna quando è arrivato il momento di suonare (Warren is my spirit animal).

La struttura intervista/documentario funziona bene ed è senza dubbio uno degli elementi più coinvolgenti, almeno fino a quando non viene rovinata in maniera maldestra. Prima della fine del libro scopriremo chi è l’intervistatrice, ma ciò accade purtroppo in maniera anti-climatica. Considerando che Jenkins Reid si impegna molto per rendere autentica la struttura da lei scelta, tanto da porre all’inizio una “Nota dell’autrice” dove per autrice non si intende Jenkins Reid, ma l’intervistatrice della storia, perché rovinare il tutto facendoci scoprire chi è stato fino ad ora l’interlocutore dei vari intervistati nel bel mezzo dell’intervista stessa? Non sarebbe stato meglio porre alla fine del libro una sorta di biografia fittizia dell’autrice grazie alla quale avremmo scoperto chi era in realtà la persona che aveva condotto tutte quelle interviste e quale fosse il suo legame con la band? Sarebbe stato decisamente più autentico e sarebbe stato decisamente più realistico e professionale, soprattutto contando che, arrivati all’ultimo capitolo, visto che oramai l’arcano è stato svelato, tutti gli intervistati si rivolgono all’intervistatrice dandole del tu, come se fossero quattro amici al bar. Davvero una scelta infelice.

Il libro diventerà una serie tv per Amazon Video, composta da 13 episodi. Onestamente, sono molto curiosa di vedere come tradurranno la storia sullo schermo, se manterranno lo stile finta intervista per poi esplorare il passato attraverso flashback (spero proprio di sì) o se la storia sarà semplicemente ambientata negli anni ‘70. Qualunque sarà la scelta, sono molto curiosa perché credo che come serie tv potrebbe funzionare anche meglio che come libro.
In generale non mi sento di sconsigliare totalmente il libro perché alcuni personaggi meritano davvero e soprattutto vale la pena di leggerlo per immergersi in questa struttura diversa dal solito. Inoltre, se come me avete avuto almeno una volta nella vita una band del cuore di cui leggevate tutte le interviste e cercavate di scoprire tutti i segreti, soprattutto riguardo al loro processo creativo, questo libro potrebbe portarvi alla mente parecchi ricordi ed emozioni. Preparatevi però per protagonisti discretamente odiosi, momenti vagamente noiosi e un po’ ripetitivi e un finale che è l’esatto opposto dell’hype generato dal libro stesso.

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I preferiti del mese di Febbraio

Libri: Girl, Woman, Other di Bernardine Evaristo

Pubblicato in Italia da Edizioni Sur con il titolo “Ragazza, Donna, Altro”, questo libro è stato considerato da molti uno dei migliori del 2020. E’ una lettura interessante e diversa, a partire dalla prosa in versi. Tanto ho sentito parlare di questo libro e mai nessuno che avesse nominato il modo in cui è scritto, dettaglio che mi ha molto sorpreso quando l’ho aperto per la prima volta. Non mi ero mai trovata di fronte ad uno stile del genere e ogni volta che riprendevo la lettura dovevo riabituarmi a questa prosa in versi. Allo stesso tempo non sono sicura che il libro avrebbe funzionato allo stesso modo senza questa scelta stilistica. Dodici sono i racconti che lo compongono, per lo più incentrati su donne di diverse età e generazioni (uno di questi racconti tratta di una persona che si identifica con genere neutro), tutte collegate le une alle altre per motivi più o meno caratterizzanti. Abbiamo madri e figlie, amiche di vecchia data che ancora si parlano mentre altre hanno perso i contatti, studentesse ed insegnanti, nonne e nipoti. Abbiamo donne che amano altre donne, madri che amano i mariti delle loro figlie, madri che si ritrovano con tre figli e nessun padre con cui condividere la responsabilità, donne che sembrano avere la natura contro quando si tratta di diventare madri. Il bello del libro sta in questo, in raccontare tante storie diverse, spaccati di vita in cui potremmo riconoscerci o meno, ma che sicuramente ci faranno riflettere e provare forti emozioni. Siamo tutte queste donne e nessuna di loro allo stesso tempo, possiamo riconoscerci in alcuni loro pensieri e in parte del loro vissuto, ma alla fine la loro storia è unica e propria a se stessa, esattamente come la storia di ognuno di noi, e va rispettata proprio per questa sua bellezza. E’ un libro che, più che essere semplicemente letto, deve essere ascoltato con grande empatia, la quale qui, come in tanti altri casi, è davvero la chiave di tutto.

Serie tv: Crime Scene: The Vanishing at the Cecil Hotel

Prima di Netflix, documentario per me equivaleva a noia: immagini di animali nella Savana o di fauna e flora tipici della Foresta Pluviale erano la mia idea di documentario, spesso narrata dalla voce di un uomo di mezz’età con discrete doti soporifere. Dopo l’avvento di Netflix, le cose sono cambiate; in particolar modo, per un’amante del true crime come me, Netflix è un pozzo delle meraviglie. Il primo documentario che ho visto sulla piattaforma è stato “Making a Murderer”, anche se sono saltata su questo treno molto in ritardo rispetto agli altri; dopo di lui, tanti ne sono seguiti. Questa nuova docu-serie, divisa in quattro episodi, parla di uno dei tanti fatti strani avvenuti al Cecil Hotel, un hotel di Los Angeles famoso per le numerose storie di omicidi, suicidi e morti misteriose consumatesi al suo interno. Su di esso tra l’altro è basato l’hotel Cortez della quinta stagione di “American Horror Story”. Il documentario si concentra in particolar modo sul caso di Elisa Lam, che io non conoscevo nei dettagli, ma di cui avevo già sentito parlare; in particolar modo me ne sono resa conto quando arriva il secondo episodio, quello del ritrovamento del suo corpo. “Sulla scena del delitto: Il caso del Cecil Hotel” – questo il titolo italiano – secondo me è simile ed opposto ad un’altra docu-serie Netflix, “Don’t fuck with cats: Hunting an Internet killer”. In quest’ultimo, vengono intervistati degli “investigatori di internet” che ai tempi furono davvero di aiuto nel trovare Luka Magnotta, che aveva postato online due video: nel primo uccideva un gatto con un aspirapolvere; nel secondo, la sua vittima era un ragazzo che aveva attirato nella sua trappola tramite Craigslist. Nel documentario su Elisa Lam, vediamo altri detectivi di internet all’azione, ma con risultati completamente diversi: viene mostrato dove una piccola comunità possa ideare complotti da film, scovando connessioni ovunque. Il caso di Elisa Lam presenta davvero tante stranezze e un mare di coincidenze che neanche nei peggiori film thriller e il documentario le esplora tutte, creando un grande hype, lo stesso che probabilmente ha spinto questi detectivi di internet a credere che ci fosse un occultamento di fatti e di prove in cui erano coinvolti LAPD, l’Hotel Cecil e persino The Last Bookstore, un negozio di libri dove Elisa si era recata poco prima della sua scomparsa (vogliamo parlare del nome di questa libreria? Nel contesto della storia diventa inquietante a dir poco). Questi detective di internet hanno individuato numerose stranezze per alimentare altrettanti sospetti: alcuni pensavano che Elisa fosse stata uccisa da un pazzo che voleva ricreare la storia del film horror “Dark Water”, uscito qualche anno prima (il ritrovamento del corpo nella cisterna dell’acqua sul tetto dell’hotel era il dettaglio più pressante in questa analogia); altri credevano che il colpevole fosse un certo cantante black metal chiamato Morbid che aveva alloggiato al Cecil Hotel a sua volta, poi scagionato, nonostante il suo presunto coinvolgimento l’ha reso vittima di un abuso online da brivido; l’ipotesi più assurda e inquietante, secondo me, vedeva Elisa Lam come un’arma biologica, considerando che Skid Row, la via piena di senzatetto e spacciatori a pochi passi dall’hotel, era stata colpita da un’epidemia di tubercolosi e il test per tale malattia si chiama appunto Lam Elisa, senza contare che Elisa frequentava l’Università della British Columbia a Vancouver, nota per i suoi studi sulla tubercolosi. La soluzione del mistero però è in realtà piuttosto ordinaria e, forse per questo, ancora più triste. Il documentario illustra la speranza che spesso le persone nutrono quando si trovano di fronte ad un incidente, la speranza che magari ci sia un agente esterno, un terzo che abbia creato tale sfortunata situazione, soltanto per avere qualcuno da incolpare. Nella storia di Elisa Lam ci sono tanti elementi che fanno pensare che qualcuno possa averle fatto del male, ma alla fine del documentario si lascia poco spazio ai dubbi e risulta piuttosto evidente che purtroppo questa ragazza ha trascorso gli ultimi attimi della sua vita in uno stato mentale che l’ha condotta alla sua triste sorte. Elisa era affetta da disturbo bipolare e dall’autopsia è risultato che avesse smesso di prendere le sue medicine o che ne stesse prendendo meno di quelle necessarie. Anche per gli amanti dei misteri come me, il documentario alla fine lascia una sensazione definitiva che il caso sia stato risolto, per quanto triste la realtà dei fatti possa essere. Un documentario interessante e coinvolgente, anche se alcuni di questi detective di internet erano talmente morbosi da crearmi un certo senso di disagio.

Film: The Platform

Giungo in ritardo alla visione di questo film, che in Italia, con il titolo “Il buco”, circa un anno fa apparentemente è stato “all the rage” e ha fatto molto discutere, infatti dopo averlo visto mi sono accorta che ogni youtuber che seguo ne ha parlato sul suo canale. Un thriller/horror spagnolo del 2019, la storia parla di una sorta di prigione verticale con un buco al centro attraverso il quale viaggia una piattaforma che funge da tavolo, imbandita di cibo. Chi è ai primi livelli si abbuffa e lascia poco o niente a chi è sotto, senza contare che ciò che lascia è già stato toccato, mangiucchiato, “smuficchiato” come direbbe mia madre in una parola che non so se sia dialetto o suo neologismo. Ogni mese, i detenuti vengono spostati di livello senza un vero e proprio criterio: non sembra infatti dipendere da una condotta buona o meno, anzi, dai racconti di Trimagasi, il primo compagno di cella di Goreng, il nostro protagonista, si ha l’impressione che se un mese sei ai piani alti, il mese dopo ti ritroverai ad uno di quelli bassi. Questa prigione di livelli ne ha tanti, 200 dice Imoguiri, la seconda compagna di cella di Goreng, la quale lavorava per l’Amministrazione prima di decidere di entrare volontaria in questa struttura, essendo malata ed avendo pochi mesi di vita rimasti (scelta che poco comprendo, ma ok). Chi sta oltre il livello 50, spesso non mangia, diventando così violento nei confronti del compagno di cella e ricorrendo spesso al cannibalismo. Ogni detenuto può scegliere un oggetto da portare con sé e quando Trimagasi dice a Goreng che si è portato dietro un coltello, il Samurai Plus, comprato in una di quelle televendite che mi hanno ricordato quelle del beneamato Chef Tony, Goreng inizia a credere che forse ha sottovalutato la situazione. Ci sono tante, tante cose lasciate in sospeso in questo film, tante domande non risposte: la sceneggiatura non è senza difetti. Non so neanche se questo luogo possa essere definito prigione visto che ci sono detenuti veri e propri che sono stati rinchiusi secondo una qualsiasi legge esistente nel mondo fuori, che noi comunque non conosciamo, ma ci sono anche persone che entrano volontariamente, come Goreng, in cambio di qualcosa una volta che usciranno. Sembra strano inoltre che alcuni detenuti si spostino di livello senza ripercussioni, ma se cercano di conservare un pezzo di cibo da mangiare più tardi rischiano di morire o congelati o bruciati. Sembra strano, ma allo stesso tempo nel primo dialogo del film ci viene detto da Trimagasi che la fossa ruota attorno al “mangiare”: tutto ruota in effetti attorno al cibo, viene detto all’inizio, viene detto più volte. Il primo dialogo del film è chiaramente in funzione dello spettatore, così che possa capire cosa sta succedendo a grandi linee, benché sembra strano che Goreng si sia offerto di farsi rinchiudere in questo posto e non ne conosca i dettagli. Del resto, siamo chiaramente in una distopia, che a volte è il modo migliore per pararsi un po’ il sedere quando certe cose non filano o ci sono dei buchi di trama. Il film ha il pregio di non essere noioso né vuoto, non c’è un istante in cui non succeda qualcosa, tanto che quando mi sono accorta che mancavano solo 20 minuti alla fine mi sono sorpresa di quanto fosse successo prima, ma ancor di più mi sono sorpresa di quante cose sono poi successe in quegli ultimi 20 minuti. Il ritmo è serrato, aiutato da qualche montage ben costruito, con musica adatta, che illustra il passare del tempo e l’effetto che questa prigionia sta avendo su Goreng, il quale era entrato lì dentro credendo di essere uno dei giusti, uno dei buoni, e deve infine ricredersi. La storia – e qui sta il bello – è una grande metafora delle classi sociali e della lotta tra queste. Non viene dipinta un’immagine positiva dell’umanità, considerando che per farsi ascoltare dalla gente non basta la gentilezza, bisogna minacciare di cagare sul piatto in cui mangiano per farli collaborare: così fa infatti Goreng quando Imoguiri tenta di farsi ascoltare da quelli sotto di lei, dicendo che, se razionassero le porzioni, il cibo basterebbe per tutti. Interessante è il fatto che lei stessa, benché lavorasse per l’Amministrazione non conosca davvero tutta la storia, infatti il numero dei livelli è ben più di quanto le fosse stato detto, dunque forse l’unica possibilità di mangiare per tutti sarebbe comunque lasciare il popolo sempre un po’ affamato, senza contare come sia evidente che, anche chi fa parte del sistema, a volte viene tenuto all’oscuro di come lo stesso veramente funzioni. Questa scena sottolinea inoltre come sia possibile influenzare solo chi è sotto di noi: non c’è infatti possibilità che chi è ai livelli superiori ascolti le preghiere di Imoguiri, così come non ascolteranno le minacce di Goreng il quale, ovviamente, non può cacare in aria. Sottintesa è anche l’idea che le generazioni future siano in una situazione pessima a causa di chi è venuto prima di loro, il quale non si è curato di coloro che sarebbero venuti dopo e che sarebbero stati costretti a vivere in un mondo precedentemente fagocitato, sfruttato e distrutto. Altro motivo per cui l’immagine dell’umanità data da questo film non è positiva sta nel mostrare in più di un’occasione che il dialogo non basta e la violenza è preferibile per ottenere ciò che si vuole. Molti si sono lamentati del finale e in effetti ha deluso un po’ anche me. Considerando tutto quello che viene prima, l’idea data alla fine delle generazioni future come unica speranza mi è sembrata un po’ troppo buonista e menefreghista allo stesso tempo, un lavarsene le mani che rappresenta una mentalità dannosa che secondo me dovrebbe essere estirpata: le generazioni future saranno anche l’unica speranza, ma l’incarico di cambiare il mondo non può essere dato solo a loro, tutti devono partecipare, tutti devono cambiare perché la realtà e il mondo si salvano solo con un’azione collettiva. Senza contare che secondo me il messaggio doveva essere la panna cotta (chi ha visto il film capirà): sarebbe stato decisamente più potente.

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10 film horror da vedere su Netflix

Anche se mi diverte molto di più parlare di cose che non mi piacciono perché è allora che la mia ironia e il mio sarcasmo raggiungono i massimi livelli, voglio essere una persona buona e giusta, onde evitare di essere tacciata come quella che parla solo di ciò che non le piace e che vuole solo criticare (anche se probabilmente questa è la mia natura). Ecco dunque, dopo i 10 film horror da evitare, quelli da vedere.

  1. His House (2020)

Uno di quei film che conferma il genere horror come una fantastica caccia al tesoro. Quando dico che tra 100 horror brutti si nascondono quei due-tre che vale la pena di vedere, parlo di film come questo. La storia usa l’espediente della casa infestata e degli spiriti per parlare di immigrazione, integrazione, razzismo. Si tratta di un folk horror dove lo spirito maligno che tormenta i due protagonisti, chiamato “apeth”, fa parte di credenze religiose del Sudan del Sud. Da questo deriva il dettaglio che rende il film estremamente godibile, non la solita solfa con i classici protagonisti scemi che si trovano in una casa infestata e perdono tempo a fare gli scettici, cercando di spiegare tutto razionalmente, almeno finché uno di loro non viene accoppato. Qui i due protagonisti non dubitano per un istante che ci sia qualcosa di estremamente sbagliato e pericoloso che convive con loro. Ne parlano come potrebbero parlare di fatti verificabili come il tempo fuori dalla finestra, il che ci risparmia interminabili minuti in cui si accusano l’un l’altro di essere pazzi o visionari e ci risparmia anche la solita gita a casa del santone o dell’appassionato di wicca del quartiere, grazie ai quali solitamente viene fornito l’immancabile spiegone con tanto di soluzione per sconfiggere gli spiriti malvagi. Il twist del film che ci permette di capire perché questi due poveracci siano perseguitati funziona a meraviglia, dando ancor più spessore e valore alla storia che già aveva delle forti connotazioni metaforiche. Non voglio fare spoiler perché merita davvero una visione. Questo film ha anche il raro pregio di avermi inquietato: devo ancora vedere un film horror che mi faccia davvero paura, direi piuttosto che alcuni sono capaci di lasciarmi una sensazione di inquietudine, cosa in cui “His House” riesce perfettamente, come aveva fatto, ad esempio, “The Babadook” alcuni anni fa. Del resto, anche quest’ultima era una storia che nascondeva una grande metafora. Per inquietarmi, in sostanza, un horror deve parlare di orrore vero, di quell’orrore che si può trovare nella vita quotidiana.

  1. Blood Line (2018)

Non un film straordinario, ma credo meriti almeno una visione più per lo stile che per la storia. Ad essere onesta, la prima scena del film mi ha fatto esplodere in una grande risata: inizia con una tizia che viene sgozzata nella doccia, ma è tutto talmente old school che per un attimo ho pensato sarebbe stata una trashata. Quando ho capito che questa era l’intenzione, ho iniziato ad incuriosirmi e in effetti il film è un tributo alle pellicole horror anni ‘70. Certe inquadrature hanno anche del fumettistico secondo me, tanto che sono andata a fare una veloce ricerca perché iniziava a sorgermi il dubbio che potesse essere ispirato ad una graphic novel (non è così). Credo che ad avermi fatto battere il cuoricino sia la somiglianza che questa storia ha con la serie tv “Dexter”: il protagonista è un uomo che, a causa di traumi infantili, diventa una sorta di vigilante e scova le sue vittime attraverso il suo lavoro di consulente scolastico per ragazzi con famiglie difficili. La recitazione purtroppo non mi ha impressionato e la trama ha secondo me alcuni buchi, ad esempio il ruolo della madre sembra piazzato lì per creare disagio, non ne ho capito a fondo il senso, a parte forse quello di creare una sorta di idea che la violenza sia ereditaria. Il twist finale era inoltre abbastanza prevedibile: questa è una storia dove il valore della famiglia regna supremo e l’urgenza di proteggere la famiglia stessa è così animale e viscerale da risultare in decisioni altamente egoiste e decisamente poco etiche. Avvertenze: all’inizio del film c’è una scena di parto che inquadra proprio i piani bassi e, per la prima volta in vita mia, ho chiuso il laptop alla velocità della luce, abbastanza schifata. Credo fosse soprattutto dovuto al fatto che la scena è decisamente plasticosa e gommosa, il che rende il tutto abbastanza grottesco e disgustoso.

  1. Rattlesnake (2019)

Non so per quale strano motivo, ma questo film mi ha regalato delle “Black Mirror” vibes anche se non si parla di un futuro distopico dove l’innovazione tecnologica presenta una minaccia e diventa spesso un problema etico. La storia trova le sue radici in un misto tra soprannaturale e spirituale, dunque non si sa da dove io abbia carpito queste vibrazioni, ma così è. Madre e figlia sono in viaggio nel bel mezzo del deserto quando la piccola viene morsa da un serpente a sonagli. Quasi come un miraggio, appare un caravan al cui interno vi è una donna che afferma di essere in grado di aiutare la bambina. La madre, disperata, lascia la figlia con la donna ed esce dalla roulotte per chiamare i soccorsi. Quando rientra nella casa mobile, la donna sembra essersi volatilizzata e la piccola appare decisamente migliorata. La bambina viene comunque portata in ospedale dove i dottori non trovano veleno in circolazione, affermano piuttosto che possa essere un caso di disidratazione misto ad un colpo di sole. Qui avviene un incontro che cambierà la storia: appare infatti un uomo che informa la madre che, essendo l’anima di sua figlia stata risparmiata, deve fornire un’anima in cambio, uccidendo qualcuno prima del tramonto. Ho un debole per questo genere di film che spingono a riflettere sull’etica e sulla morale, sul bene e sul male. La madre, sconvolta da questa richiesta, ma decisa a preservare la riacquistata salute della figlia, accetta di togliere la vita a qualcuno, ma tenta di legittimare questo gesto cercando prima le sue vittime tra i pazienti dell’ospedale che sono già in fin di vita, poi optando per un ragazzo in cui si imbatte in un bar e di cui nota il comportamento violento ed abusivo nei confronti della fidanzata. E’ davvero accettabile togliere la vita a queste persone solo perché sono già vicine alla morte o perché hanno comportamenti abominevoli? Da questo punto di vista direi che il film non presenta appieno le conseguenze possibili per la madre, diciamo che la fortuna, se così vogliamo chiamarla, è dalla sua parte anche quando tutto sembra perso. Forse il finale avrebbe potuto giovare di un esito diverso e meno lieto, ma comunque il film ha una buona tensione, un buon ritmo e si lascia guardare per la sua ora e mezza di durata.

  1. The Cabin in the Woods (2011)

Questo è stato un rewatch, un rewatch estremamente gradito, devo aggiungere. Senza dubbio uno dei preferiti degli ultimi anni, questo film scritto da Joss Whedon fa sotto certi aspetti quello che “Scream” ha fatto più di 10 anni prima, giocando con gli stereotipi di genere, smontandoli e dissezionandoli, ma in chiave decisamente soprannaturale, appunto in pieno stile Whedon. A sorprendermi credo sia stato in particolar modo il finale: in mezzo alla fiera della banalità, con stereotipi a destra e a sinistra, la scelta dei personaggi è decisamente fuori dal comune. Piccola nota e spoiler a seguire. Sono una grande fan di “Buffy”, credo la mia serie tv preferita in assoluto, e non ho potuto fare a meno di notare un particolare in comune tra “The Cabin in the Woods” e lo show sopracitato: non vi sembra che il luogo in cui i mostri sono contenuti sia molto simile al quartier generale dell’organizzazione governativa The Initiative, incaricata di ingabbiare vampiri, lupi mannari e mostri vari per studiarli, come vediamo nella quarta stagione di “Buffy”? Cercando su internet, ho trovato teorie secondo cui le opere di Whedon si svolgono tutte nello stesso universo, creando quello che dai fan viene chiamato Whedonverse. Al momento ho visto solo le prime quattro stagioni di “Angel”, lo spinoff di “Buffy”, mi manca ancora la quinta ed ultima stagione, ma essendo una serie vecchia me la sono spoilerata senza pudore e so che nell’ultimo episodio, i Senior Partners della Wolfram&Hart risorgono. C’è chi sostiene che questi Senior Partners siano proprio gli stessi Dei di cui si parla in “The Cabin in the Woods” e che l’ente incaricato di tenerli sopiti, tranquilli e soddisfatti sia la stessa The Initiative vista in “Buffy”, oramai evoluta dopo anni di ricerca ed esperimenti. Ci sono poi altri possibili collegamenti ad opere di Whedon cui non mi permetto di accennare perché non conosco tali serie e film, ma resta il fatto che i punti in comune ci sono, il che fa esultare la nerd che è in me. 

  1. Spree (2020)

Performance di Joe Keery (Steve in “Stranger Things”) davvero stratosferica. La storia tratta di un ragazzo ossessionato dall’idea di diventare influencer ed avere un grandissimo following, di creare un contenuto virale che lo trasformi in una webstar. Il film è strutturato come una sorta di mockumentary, formato con qualsiasi cosa possa venirvi in mente, dagli spezzoni di video di YouTube ai livestream su Instagram, dalle registrazioni con telecamerine simili alla GoPro alle CCTV di locali e parcheggi. A questo si aggiungono anche l’utilizzo di app, come Spree, che è l’Uber di questo universo. Questo genere non è sicuramente nuovo, né nei film in generale né nel mondo dell’horror. Credo che “Unfriended” fosse uno dei primi film che io abbia visto creati secondo questo stile, ma se in quel film la narrazione si svolgeva prevalentemente attorno a dei ragazzi impegnati in una conversazione multipla su Skype e che ogni tanto aprivano qualche contenuto su Facebook, qui la visione diventa ancor più dinamica: lo schermo è spesso diviso in tre, con un terzo occupato, ad esempio, dal livestream, un altro occupato da un Instagram story, un altro ancora da un’app, ricreando così la sensazione di essere al computer quando hai 100 diverse tab aperte e non sai dove guardare. Dopo l’insuccesso del suo canale YouTube e della sua collaborazione con Bobby, un ragazzino cui Kurt faceva da baby sitter anni prima e che ha un canale di successo chiamato BobbyBaseCamp, Kurt decide di diventare un autista di Spree e uccidere i suoi passeggeri in diretta, giustificando le telecamere ai poveri ignari come uno strumento per la sua stessa sicurezza. Il mio cuoricino ovviamente ha iniziato a battere forte già dal titolo di questo film: “spree” si usa per denotare un’attività in cui si indulge senza restrizione alcuna; “going on a killing spree” significa in sostanza uscire dai gangheri e andare in giro ad ammazzare gente a caso o quasi; “spree” qui diventa anche il nome della compagnia di taxi. Be still my heart, non posso resistere a tutto questo. Il film è folle, frizzante, potrebbe essere definito horror comedy, ma credo sia più opportuno considerarlo una satira. La critica sociale è chiara e i social network assieme alla voglia di apparire ed essere seguiti vengono presentati come un meccanismo da cui non c’è via d’uscita. Anche chi dice di volerne uscire, di smettere di usarli, di dire addio ai propri followers, ci ricade prima o poi, utilizzando spesso l’evento che li ha portati a dare precedentemente un taglio come un pretesto di crescita e un metodo per guadagnare lo stesso numero di followers, se non di più, diventando immancabilmente attivisti ed advocates di ‘sta gran ceppa. Il film è veloce, con un ritmo serrato, specialmente nei primi minuti dove ero ipnotizzata dallo schermo quasi come fossi in quel loop che si crea a volte su YouTube quando vado per guardare un solo video e finisco per guardarne altri 10 perché mi lascio fregare da quelli suggeriti dopo. Gli eventi finali rivelano la storia come ciclica, scelta perfetta per un film che vuole trasmettere il messaggio di come i social media e l’utilizzo di internet in generale sia una giostra senza sosta da cui non siamo in grado di scendere. E’ davvero un bel film, forse un po’ troppo self-aware in certi punti, in particolar modo per quanto riguarda “la lezione” che vuole insegnarci, ma gli si perdona perché comunque ha chiaramente l’intento di essere critico, di far riflettere il proprio spettatore e di far sì che le persone si soffermino sui pro e contro di questa ossessione con i social e con il successo che da questi potrebbe derivarne. 

  1. American Mary (2012)

Avevo già visto questo film anni fa, ma me ne ero totalmente dimenticata finché non è riapparso sulla mia home di Netflix. Me ne ero dimenticata più per il fatto che l’ho visto in un periodo in cui guardavo tantissimi film del genere e non tanto perché non sia valido. Non sarà il film migliore dell’ultimo decennio, ma nel corso della prima visione mi aveva colpito molto, per cui ho deciso di riguardarlo per confermare o meno la mia opinione. Diciamo che essendo diventata più critica e schizzinosa, forse se lo vedessi oggi per la prima volta ci troverei diversi difetti, ma resta un film che merita una visione, secondo me. A livello di intreccio, le relazioni tra personaggi sono poco approfondite, anche perché i personaggi in sé non hanno grande approfondimento, ad eccezione forse della protagonista, una studentessa di chirurgia che in seguito a certi eventi intraprende parallelamente la strada della vendetta personale e una carriera come chirurgo che si dedica, sotto richiesta dei suoi clienti, alla modificazione corporea in certi casi estrema e contraria ai soliti standard di bellezza. Vengono anche compiute azioni che per gran parte del tempo non hanno conseguenze, almeno fino a che a livello narrativo bisogna creare un po’ di conflitto per avere una risoluzione e una conseguente conclusione. Non credo comunque che una storia solida sia l’obiettivo di questo film, il quale si contraddistingue per essere bizzarro e a tratti folle, anche se vanta alcune scene discretamente eleganti, mescolando orrori reali con orrori da film e affacciandosi sul mondo del torture porn più con fare curioso che in maniera sfacciata e prepotente. Ho letto una recensione in cui questo film veniva definito un omaggio ad Eli Roth, ma onestamente non sono d’accordo: Eli Roth è uno dei padri del torture porn moderno e i suoi film li trovo decisamente “messy” (qui il loro fascino); al contrario “American Mary” si presenta spesso clinico e preciso proprio come, per restare in tema, un’operazione chirurgica.

  1. The Vigil (2019)

Un horror sofisticato ed elegante. La storia si incentra su un ebreo, la cui fede sta chiaramente oscillando, assunto per vegliare sul corpo di un defunto. Quella dello shomer è una figura reale nell’ebraismo e non si riferisce solo a colui che veglia su una salma, ma più in generale a chiunque sia incaricato di sorvegliare qualcosa per qualcun’altro: l’incarico di “fare la guardia” potrebbe infatti anche essere riferito ad un oggetto. Questo almeno è ciò che ho capito dopo una piccola ricerca; nel caso io stia dicendo qualcosa di sbagliato, vi invito a correggermi, perché di religioni e usanze non sono un’esperta. Per quanto riguarda la storia in sé, senza dubbio questa premessa è molto interessante. Da anni vediamo preti e chiese in ogni film horror che parli di case infestate, possessioni e simili, il che oramai risulta abbastanza stantio: è arrivato il momento di attingere da altre religioni e culture e qui sta uno dei punti di forza del film. Nel corso della notte, durante la veglia, l’uomo viene tormentato da un demone che, fino a quel momento attaccato al corpo del defunto, sta cercando un nuovo ospite. Questo spirito è chiaramente attratto da persone con traumi passati: l’uomo che abitava prima aveva cicatrici risalenti ai tempi dell’olocausto e il nostro protagonista, che è ovviamente il candidato numero uno come nuovo ospite, deve ancora superare la morte del fratellino. Il film usa i classici trucchi del genere “case infestate”, ma con una certa finezza: le luci e le ombre delle inquadrature sono suggestive e, benché suoni e rumori siano usati anche per garantire qualche jump scare, contribuiscono soprattutto a creare un’atmosfera tesa e non da quattro soldi. Il morto coperto da un telo bianco resta immobile per tutto il tempo, ancor più inquietante nella sua staticità e son contenta che non abbiano rovinato l’atmosfera facendolo mettere a sedere o facendolo magari apparire come un faccia mostruosa a due centimetri dallo schermo. Credo che quando ci si discosta dalla religione cattolica questo genere di film possa regalare ancora nuove idee e raccontare qualcosa di nuovo, un po’ come succede in “His House” di cui ho parlato sopra. 

  1. Escape Room (2019)

Ho visto questo film quando era in sala (bei tempi) e l’ho rivisto volentieri perché mi aveva regalato due belle orette di intrattenimento. Un film senza infamia e senza lode: se lo si prende per quello che è, si può godere del suo ritmo coinvolgente e della sua costruzione intrigante. Un gruppo di sconosciuti viene invitato a provare una nuova escape room creata da una compagnia che si occupa di intrattenimento di tale genere: chi riesce a risolvere l’enigma, potrà vincere 10mila dollari. Ben presto, si capisce che siamo di fronte ad un gioco di vera  propria sopravvivenza dove trovare il modo per passare alla stanza successiva prima che sia troppo tardi diventa essenziale. Spoiler: lo spiegone finale accenna, com’era prevedibile, ai soliti ricconi padroni del mondo che sono sempre tanto annoiati e sempre troppo pieni di soldi. Del resto, gran parte delle teorie del complotto si basa su questo preconcetto, non c’è da stupirsi che tali ricconi diventino i cattivi di un film hollywoodiano, disposti a sottoporre ad un gioco letale di questo genere i soliti poveri sfigati. Comunque sia, questo è il classico film che mi fa pensare che se mi trovassi in una situazione del genere, sarei la prima a schiattare.

  1. Happy Death Day 2 U (2019)

Finalmente è arrivato su Netflix il secondo capitolo di questa serie di cui avevo visto il primo film in aereo (dopo averlo scaricato tramite l’app, appunto, di Netflix perché in vita mia non ho ancora fatto viaggi di lunga durata, di conseguenza non ho mai scelto di volare con una compagnia che offra anche il “servizio cinema” a bordo, essendo io una poveraccia). Non ricordo se stessi andando o tornando, so solo che ero su un aereo e che stavo andando/ero stata in vacanza, dunque stiamo parlando di un’altra vita, di un’altra realtà. Spoiler a seguire. Questo sequel è piuttosto brillante, benché non quanto il primo: sa un po’ di già visto a causa del morire in continuazione della protagonista, ma devo dire che già nei primi minuti sono riusciti a depistarci, facendoci credere che il film avrà come personaggio principale l’amico di Carter, Ryan. Scopriamo presto che non è così, il che significa che non solo abbiamo una piccola sorpresa nei primi minuti del film, ma anche che Jessica Rothe, la carismatica attrice che interpreta Tree, sarà quella che ci regalerà ancora una volta altre risate e avventure. Per questo stesso motivo però arriva anche la paura di essere di fronte allo stesso film che abbiamo già visto in passato, ma anche questo timore viene rimpicciolito quando ci regalano un altro twist: al loop temporale, in questo film si aggiungono le dimensioni parallele. Proprio in una dimensione parallela verrà trasportata la nostra Tree, grazie al progetto di scienze dello stesso Ryan e dei suoi amici nerd che, come scopriamo, è anche la causa della creazione del loop temporale stesso. Tree non solo deve smettere di rivivere sempre lo stesso giorno che si conclude sempre con la sua morte, ma deve anche tornare nella sua dimensione, benché questa decisione avvenga dopo un certo dibattito interiore visto che la dimensione in cui è stata trasportata ha degli svantaggi (Carter frequenta la sua peggiore nemica), ma anche dei vantaggi (la madre di Tree è ancora viva). Un’altra differenza con il film precedente è che se in quel caso la giornata finiva e ricominciava per Tree quando il pazzo omicida che la inseguiva riusciva a farla fuori, qui Tree finisce per suicidarsi nei modi più bizzarri per far ricominciare il giorno da capo, così da offrire a Ryan e ai suoi amici più tempo per lavorare sul loro progetto e farla tornare a casa. Il film non è innovativo come il primo, il quale era davvero unico nel suo genere e una boccata di aria fresca nel panorama dei comedy horror, ma nonostante ciò questo sequel si conferma come una divertente visione da non perdere per colore che hanno amato il primo film.

  1. Snakes on a plane (2006)

Non avrei dato un centesimo a questo film, ma devo ammettere che è uno di quelli così trash da essere (quasi) bello. Avevo sentito dire che fosse su questa linea, ma ha superato le mie aspettative: non immaginavo mi sarei trovata di fronte a serpenti che escono da tutte le parti e che attaccano nei luoghi e nelle parti del corpo più inopportuni, come seni, peni, lingue, occhi. Dico solo che l’aereo nel film viene fatto atterrare, dopo la morte di entrambi i piloti, da un tizio la cui unica esperienza deriva da videogioco simulatore di volo… Ci rendiamo conto dell’assurdità e del trash di tutto questo? Un’altra fantastica scena vede un bambino morso da un serpente e una tizia che per far fuoriuscire il veleno gli incide il braccio con l’orecchino che lei indossa; lì per lì ho pensato, più logicamente, che avrebbe bucato la zona rigonfia con la parte dell’orecchino che viene infilata nel buco delle orecchie, quella appuntita, ma no, lei usa proprio l’orecchino in sé, che è di metallo e che vagamente nella forma ricorda una foglia: volete farmi credere che questa se ne vada in giro con due armi letali che pendono dalle orecchie? Talmente tante sono le scene trash e quelle che sfidano la logica e la fisica che questo film diventa imperdibile, portando sullo schermo quel trash bello di cui tutti ogni tanto abbiamo bisogno.

Pubblicato in: Pagine, Schermi

Unpregnant: un libro problematico che funziona meglio come film

“Unpregnant” è il romanzo scritto a due mani da Jenni Hendricks e Ted Caplan, pubblicato nel settembre 2019. Il libro è stato pubblicato in Italia da Garzanti con il titolo “Non avremo più paura”. La storia narra di Veronica Clarke, un’adolescente che scopre di essere incinta a poche settimane dalla fine dell’ultimo anno di liceo. Veronica fa parte di una famiglia molto religiosa; ha un gruppetto formato da tre amiche fidate e un ragazzo, Kevin, che è considerato il più figo della scuola; è una ragazza organizzata, seria, bravissima a scuola e con un solido piano per il suo futuro. La scoperta di essere incinta la getta nel panico e le fa temere che tutti i suoi piani andranno in fumo assieme alla sua reputazione: decide così di abortire. Non potendone parlare con i suoi genitori, i quali sarebbero contrari alla sua scelta, né con le sue amiche, per non rovinare l’immagine perfetta che queste hanno di lei, e considerando che Kevin le propone di sposarsi e tenere il bambino, Veronica finisce per chiedere aiuto a Bailey Butler, una coetanea con cui non ha più nessun rapporto, anche se le due hanno condiviso un’intera infanzia da migliori amiche. Bailey accetta di guidare e accompagnare Veronica fino ad Albuquerque, in New Mexico, il luogo più vicino in cui una ragazza al di sotto dei 18 anni può abortire senza consenso genitoriale (le protagoniste vivono nello stato del Missouri). Le due si imbarcano dunque in questo viaggio in macchina di 14 ore, nel corso del quale vivranno avventure e disavventure, finendo inevitabilmente nei guai e facendo scelte discutibili, ma soprattutto ravviveranno la loro amicizia dimenticata.

Fonte: amazon.co.uk

A settembre 2020, quasi ad un anno esatto dalla pubblicazione del libro, è stato rilasciato su HBO Max il film ispirato a questa storia, con Haley Lu Richardson nel ruolo di Veronica e Barbie Ferreira in quello di Bailey (un casting molto appropriato, a mio avviso). Il film è stato diretto da Rachel Lee Goldberg, la sceneggiatura è stata scritta dalla regista stessa assieme a Jennifer Kaytin Robinson, William Parker e ai due autori originali del libro.

Ho letto il libro in un weekend e ho celebrato la fine della lettura con la visione del film. “Celebrare” non è qui un verbo usato a caso. Premetto che ho un debole per gli young adult con tema “road trip”, specialmente se ambientati in America: ne ho letti diversi e soltanto l’idea del viaggio in sé mi intriga, non solo perché un viaggio in auto attraverso gli Stati Uniti e qualcosa che vorrei personalmente fare, ma anche perché, da un punto di vista narrativo, il viaggio funge in queste storie da metafora per la crescita e, benché non sia niente di originale, è una metafora che ho sempre amato molto. Ad attirarmi verso questo libro, oltre a questa tematica, c’era anche la questione dell’aborto ed ero curiosa di vedere come l’avrebbero affrontata. Purtroppo i risultati sono a dir poco imbarazzanti, quando non decisamente cringe, come si suol dire di questi tempi.

Vorrei fare una premessa sulla questione pro-choice: il libro è chiaramente a favore dell’aborto, il che l’ha portato inevitabilmente ad essere soggetto di numerose critiche mosse dai pro-life che hanno declassato il libro semplicemente per la sua esistenza e la sua presenza in commercio. Ciò che ho trovato molto interessante è che questo libro è risultato indigesto anche ai pro-choice, essendo discretamente problematico e spesso privo di tatto. Detto questo, non ho intenzione di creare un dibattito sull’aborto, cercherò di limitarmi a criticare il libro in sé. 

Lo stile del libro è chiaramente comico e la sua intenzione è quella di parlare di tematiche pesanti con leggerezza. Non credo sia un approccio sbagliato, tanta comicità al giorno d’oggi ha questa natura ed è indubbio che a volte scherzare su temi importanti porti comunque alla riflessione. Allo stesso tempo, credo che il libro avrebbe decisamente beneficiato di almeno un minimo di serietà. La meritava nella storia e la meritava a fine libro, dove non esiste neanche una pagina di contatti per persone che possono trovarsi in situazioni simili a quelle di Veronica e non sto parlando dell’essere incinta a diciassette anni, sto parlando di quel mostro del suo fidanzato Kevin, per i motivi che affronteremo tra poco. E’ evidente che, una volta giunti al momento di scrivere la sceneggiatura del film, tutto quello che di orribile, sbagliato e problematico c’è nel libro sia stato limato via, segno che gli autori debbano aver preso atto delle critiche negative mosse da certi lettori, perché tutto quello che davvero non ho potuto tollerare nel corso della lettura nel film magicamente sparisce o quasi. 

Da qui in poi, per proseguire nella discussione, sarò costretta a fare spoiler, sia per il libro che per il film. Uomo avvisato eccetera eccetera.

Partiamo dal personaggio di Kevin. Kevin nel film è un adolescente idiota che si è accorto della rottura del preservativo nel corso di un rapporto e non ha informato Veronica dell’accaduto. Questo è un atteggiamento stupido, ingiusto e deplorevole, non ci sono dubbi, ma cerchiamo di scusare questo ragazzino di 17 anni e ammettiamo che fosse stata un’omissione dettata dalla paura. Purtroppo Kevin diventa ancor meno tollerabile e meno scusabile quando afferma che in fondo non l’ha detto a Veronica perché se lei fosse rimasta incinta non sarebbe andata all’università e loro due avrebbero potuto sposarsi, costruire una famiglia e una vita insieme e Kevin non sarebbe rimasto solo. Se non fosse già abbastanza chiaro, Kevin è il classico personaggio che raggiunge il picco negli anni del liceo. Ci sono tante cose sbagliate qui, ma nel libro le cose peggiorano perché c’è un dettaglio fondamentale che è diverso: nel libro Kevin procura dei fori al preservativo di proposito. La rimozione o il danneggiamento intenzionale del preservativo a insaputa di uno dei partner è una forma di abuso reale chiamata stealthing, mostrato e denunciato in tempi recenti, per fare un esempio, da quella meravigliosa serie tv di cui non smetterò di parlare per anni, specialmente dopo che è stata snobbata dai Golden Globes e simili, e cioè “I May Destroy You”. C’è un momento in cui Veronica si interroga della legalità del gesto di Kevin e la questione viene lasciata in una zona grigia in favore della comicità demenziale delle varie situazioni, ma questo argomento avrebbe dovuto essere trattato meglio. Nel film Kevin cerca di fermare Veronica quando capisce le sue intenzioni e ricompare soltanto alla fine, nella clinica di Albuquerque, dove cerca di dissuadere Veronica un’ultima volta; nel libro Kevin è invece una presenza costante, compare in ogni luogo in cui le due ragazze si trovano, come uno stalker da manuale, seguendo Veronica con la geolocalizzazione tramite smartphone. Che questo non venga sottolineato come vero e proprio stalking, ma trattato come una sorta di gag, è preoccupante. Bailey lo chiama stalker sia nel libro che nel film, ma più con intenzione comica, come quelli che usano slur omofobi tra amici per stuzzicarsi a vicenda, senza rendersi conto della gravità di questo atteggiamento. 

Un’altra cosa che viene tagliata nel film, grazie al cielo, è la scena dello strip club. Nel libro, quando Bailey e Veronica si trovano di fronte ad uno strip club nel bel mezzo del nulla, hanno la brillante idea di corrompere il buttafuori, in quanto minorenni, per entrare nel locale e cercare un passaggio da uno dei clienti. Sorvolando sulla stupidità della scelta, è qui che l’orientamento di Bailey emerge: quando Veronica si rende conto che la sua amica non riesce a staccare gli occhi dalla cameriera mezza svestita che le serve, decide di chiederle se sia lesbica, cosa che Bailey conferma. Veronica fa poi alla sua amica, che si dichiara inesperta in materia sentimentale e sessuale, l’immenso regalo di pagarle una lap dance dalla spogliarellista. La situazione diventa ancora più avvilente quando anche la spogliarellista, che offre loro un passaggio, scopre che Bailey non ha mai baciato una ragazza, facendole così dono del suo primo bacio. Solo a me sembra deprimente ‘sta cosa? Nel film almeno hanno la decenza di far imbattere le due amiche in un gruppo di ragazzi che offrono loro un passaggio per un pezzo di strada e questi hanno un’amica lesbica con cui Bailey scambierà questo bacio. Ciò almeno avviene perché le due sono entrambe attratte l’una dall’altra e non perché Bailey, povera lesbica, suscita pena in una spogliarellista. Essendo il libro stato pubblicato nel 2019 e non nel 1919, trovo allucinante che l’unico modo in cui Bailey può ricevere il suo primo bacio sia perché il suo orientamento suscita compassione in una spogliarellista random incontrata per caso. Senza contare che Bailey ha fatto anche coming out in famiglia (questo viene detto sia nel libro che nel film) e che è un personaggio descritto come forte e che non si cura dell’opinione altrui, quindi il fatto che venga trattata come una persona per cui provare compassione e pietà è contraria alla caratterizzazione del personaggio. Questo è in sostanza l’ennesimo libro dove abbiamo il solito, piatto personaggio LGBT di contorno, dettaglio reso ancora più assurdo dal fatto che Bailey dovrebbe essere co-protagonista di Veronica, ma le viene tolta la possibilità di svilupparsi dal punto di vista non solo sentimentale, ma anche personale. Infatti anche la storyline che riguarda Bailey e il padre che l’ha abbandonata, alla fine serve solo per mettere in buona luce Veronica (scopriremo che il vero motivo per cui Bailey ha deciso di accompagnare Veronica ad Albuquerque e perché è lì che vive il padre), in quanto Bailey non riesce a dire a suo padre quello che ha davvero in testa e nel cuore ed è solo con l’intervento di Veronica che l’uomo affronterà le conseguenze del suo gesto, benché la situazione anche qui finisca sul comico e sull’assurdo. 

Parlando della procedura in sé, credo che il momento in cui Veronica abortisce, avrebbe potuto essere affrontato diversamente. Nel libro almeno c’è la decenza di nominare i crampi e le perdite ematiche conseguenti la procedura; nel film Veronica sceglie l’opzione di farsi addormentare durante l’operazione, dopo la quale si sveglia e se ne torna a casa come se niente fosse e non la vediamo subire nessuna delle conseguenze fisiche dell’aborto, cosa che a me è sembrata poco realistica. Il film è fortemente pro-choice, come ho già detto, tanto che ci sono almeno un paio di situazioni in cui lo script sembra un foglietto illustrativo che si potrebbe trovare nella sala di attesa di un medico:  forse non era nell’interesse del film mostrarci l’aborto come una scelta dolorosa anche per chi, come Veronica, è convinto che sia la scelta giusta. Secondo me l’aborto, anche quando è l’opzione migliore per la persona che decide di sottomettersi a tale procedura, non è mai una passeggiata nel parco, fosse anche solo per lo stigma che lo circonda. Posso apprezzare che il film lo dipinga come la scelta giusta per la protagonista, ma apprezzo un po’ meno che lo dipinga come una scelta facile, soprattutto considerando che in questa storia in particolare la protagonista è vittima di un fidanzato che secondo me meriterebbe la galera e la cosa, ribadisco, non viene sottolineata a sufficienza. Capisco la voglia di scrivere un libro leggero su un tema pesante, ma costruirci sopra una barzelletta senza uno spiraglio di serietà non credo sia il modo migliore per alleggerire una situazione su cui possiamo scherzare quanto vogliamo, ma se a leggere questo libro fosse una ragazza che dovesse un giorno trovarsi della stessa situazione di Veronica non credo ci troverebbe né sostegno, né supporto, ma neanche quel comic relief a cui il libro sembra voler puntare. 

Il libro è spigoloso, mi è rimasto incastrato in un fianco e non in senso buono, come fanno quelle letture scomode che ti fanno riflettere, a volte anche attraverso l’uso dell’ironia. Nella trasposizione cinematografica gli spigoli vengono limati, così come il carattere dei personaggi. Bailey nel romanzo, considerando le parole che le escono a volte dalla bocca, risulta una persona abbastanza orribile, così come Veronica: sono spesso due personaggi crudeli e ottusi, soprattutto quando hanno l’immancabile litigata prima del riappacificamento finale, dove Veronica usa l’orientamento di Bailey per insultarla, mentre quest’ultima fa alla sua “amica” uno slut-shaming da brivido. Se è vero che le persone usano sempre parole in grado di ferire nel corso di litigate terribili, qua la situazione diventa talmente problematica che si fa fatica a credere alla fine del libro che queste due vogliano davvero essere amiche dopo tutte le cattiverie ed oscenità che si sono vomitate addosso reciprocamente.

In conclusione: dovreste evitare il libro, ma se volete considerare il film passabile l’unico modo forse è leggere il libro stesso o approcciarvi alla visione senza troppe pretese. A voi la scelta.

Pubblicato in: Me, me stessa e io

Quando anche nei miei sogni siamo in piena pandemia

A seguire, tre sogni mediamente strambi che ho fatto negli ultimi tempi. 

  1. Ho sognato che dovevo traslocare durante la pandemia. Non riesco a ricordare se dovessi traslocare in un altro appartamento qui a Londra o se dovessi proprio fare pacchi e bagagli e tornarmene in Italia del tutto, o almeno finché la situazione non sarebbe tornata alla “normalità”. Credo che la seconda opzione sia più probabile, in quanto i livelli d’ansia e disperazione nel sogno erano altissimi, dovendo io fare una grande cernita dei miei averi e decidere cosa tenere e cosa buttare per viaggiare il più leggera possibile. Inoltre questo sogno l’ho fatto la notte dopo che un mio amico e collega mi aveva informato di aver letto da qualche parte che bar e pub avrebbero riaperto a luglio e io per il resto della giornata ho fissato la mia libreria in preda all’angoscia, pensando che se dovessi tornarmene in Italia a causa di un lockdown infinito dovrei gettare via un sacco di roba, i miei preziosi libri inclusi, e non potrei neanche donarli perché al momento i charity shop sono chiusi. Ovviamente credo (ma soprattutto spero) che questo mio amico si sbagli, essendo specializzato nel trovare gli articoli più deprimenti e disfattisti di cui puntualmente si dimentica le fonti. Alcuni giorni dopo in effetti ha corretto il tiro, mandandomi uno screenshot dove veniva affermato che pub e bar avrebbero riaperto a maggio (cosa purtroppo molto probabile, stando alle ultime news). Prevedo altri sogni ansiogeni del genere nel mio futuro prossimo.
  2. Ho sognato che, grazie a qualche miracolo, ero riuscita a tornare in Italia a visitare la mia famiglia e al ritorno dovevo fare la quarantena in hotel. La quarantena in hotel è una cosa di cui si è molto parlato qui e che è stata resa obbligatoria solo recentemente. Nel caso in cui una persona fosse di ritorno dall’Italia però, questa regola non si applicherebbe perché esiste una lista specifica di paesi per cui questa misura extra è richiesta, in particolar modo i paesi affetti dalla variante Sud Africana. Ovviamente i miei sogni se ne infischiano di essere credibili, dunque dovevo fare la quarantena in un hotel anche tornando dall’Italia. L’hotel, che si trovava nel quartiere in cui vivo, somigliava in realtà ad uno di quei motel che si vede nei film americani e aveva gli esterni dipinti di bianco e le porte color ciano; della stessa tonalità erano anche le scale stile anti-incendio che conducevano al secondo piano, così come le ringhiere, i corrimano e i parapetti. La cosa assurda è che, nonostante le porte, questo motel si apriva come una casa delle bambole, dunque tutta la facciata si muoveva ogni volta che qualcuno entrava in camera e tutti quelli che erano già nelle loro stanze finivano per essere in bella vista (alla faccia della privacy).  Non chiedetemi quale meccanismo rendesse possibile l’apertura totale di una facciata di un edificio del genere, non ne ho idea. Alla fine non sono rimasta molto tempo in questo motel, sono scappata nel mio appartamento prima della fine della quarantena, non tanto per l’assenza di privacy, quanto perché era sporco e disgustoso e probabilmente c’erano più possibilità che mi beccassi qualche infezione alloggiando in quella discarica.
  3. Ho sognato che avevo una storia clandestina con Iván Massagué, l’attore protagonista di “The Platform”. Non lo trovo assolutamente attraente, ma visto che ero reduce dalla visione del suddetto film non mi sorprendo che quest’uomo si sia fatto strada nei miei sogni, i quali ultimamente sono altamente influenzati da ciò che guardo durante il giorno, visto che non succede nient’altro di interessante. Insieme, io ed Iván Massagué, andavamo ad una fiera di paese che aveva luogo all’aperto nel centro storico e io avevo l’ansia perché temevo ci fossero tante persone (nel sogno, come ho detto, era ovviamente tempo di pandemia). La mia ansia è aumentata quando siamo arrivati all’ingresso della fiera, segnalato da un’enorme tenda, quasi un sipario, dietro la quale vi erano le file di bancarelle. Oltre questa tenda, c’era una quantità di persone allucinante per entrare alla fiera e io a momenti ho avuto un attacco di panico. Il motivo per cui tutti erano ammassati lì era che, comprando una borsa di tela per cinque euri, i quali sarebbero stati convolati all’associazione che organizzava la fiera, i mercanti avrebbe offerto ai clienti di passaggio campioncini gratuiti ed assaggi (la borsa serviva proprio a raccogliere tutti questi regalini). Con mia grande gioia, il resto della fiera era quasi deserto anche perché erano tipo le dieci di sera, tutti stavano per chiudere bottega visto che la fiera non poteva durare oltre le undici e per mezzanotte tutti i mercanti dovevano aver sloggiato. Con mio grande disappunto, tutti i regalini gratuiti erano esauriti, essendo stati offerti nel corso della giornata ai passanti, quindi avevo speso cinque euri per una borsa di tela che si sarebbe aggiunta alla collezione infinita che già posseggo. L’unico freebie che sono riuscita ad accaparrarmi era da un venditore di spezie che mi aveva offerto delle bustine campione di sale fino bianco, basilico secco e fiocchi di peperoncino, tutte cose che già ho nella mia credenza essendo io una collezionatrice seriale di spezie ed erbe.

Neanche nel mondo onirico posso vivere una vita normale.

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