L’anno sbagliato (o forse no)

L’anno scorso, per il mio compleanno, mi sono regalata uno di quei diari con 365 pagine.

Ho iniziato a vederli esposti nei negozi qualche anno fa, più o meno quando si è iniziato a parlare di mindfulness e gratitudine. Solitamente infatti sono affiancati a tutta quella serie di diari che all’interno sono preimpostati per spingerti a riflettere sulla tua giornata e su ciò per cui sei grato.
Il mio diario ha le pagine bianche, se si esclude il fatto che, ovviamente, siano numerate, essendo un po’ questa la sua raison d’être. Non credo riuscirei a tenere un diario eccessivamente preimpostato con quesiti e spunti di scrittura: ho bisogno di una certa dose di libertà.

Volevo uno di questi diari da un po’ di tempo, soprattutto perché ho sempre pensato che mi avrebbe aiutata a scrivere con più costanza come facevo anni fa.
L’ultimo notebook che ho avuto ho impiegato quasi un anno e mezzo a riempirlo. In passato, sarebbe probabilmente durato alla più lunga 6 mesi.

Devo ammettere che avevo ragione: anche quando non avevo niente di speciale da raccontare, l’azione di scrivere qualcosa, anche solo una frase, anche solo per dire che non avevo niente da dire, mi ha aiutato ad instaurare una sorta di rituale che ho salutato con gioia alla fine di ogni giornata.

Almeno fino all’inizio della pandemia.
Dopo questo evento, quasi ogni giorno si è trasformato in un giorno in cui non avevo niente da dire. L’evento social degli ultimi tre mesi è andare a fare la spesa da Sainsbury’s. Che vita spericolata e trasgressiva.
Nonostante questo, continuo a scrivere su questo mio diario. È una questione di continuità e, di questi tempi, anche di stabilità.

Non potevo di certo prevedere gli eventi di quest’anno, quindi prendo la cosa con ironia. Inoltre, è probabile che proprio grazie al niente di questi ultimi tre mesi ho finalmente ricominciato a scrivere qualcosa, soprattutto al di fuori del mio diario al quale, nonostante tutto, resto fedele.

C’è però un altro particolare che ho notato, particolare che mi ha piuttosto divertita. Ho finalmente deciso di comprare un diario da 365 pagine in un anno bisestile. Il mio solito tempismo.

diary

100 giorni senza lavorare

Mi manca il mio lavoro.

L’Inghilterra si sta preparando per riaprire alcuni ristoranti, pub e bar dal 4 luglio.
Tra quelli che hanno ribattezzato questo giorno Indipendence Day, non vedendo l’ora di bersi una pinta in compagnia, e quelli che “Il virus è ancora tra noi, compratevi un six pack e la birra bevetevela a casa”, io mi schiero dalla parte dei miei colleghi.
Li immagino impazienti di tornare al lavoro, anche se forse non esattamente a cuor leggero, non tanto perché il virus non è ancora stato debellato del tutto, più che altro perché lavorare in hospitality ti fa adottare quel cinismo (di cui io ero già estremamente dotata) che ti permette di capire che neanche una pandemia potrà cambiare la maggior parte delle persone. In quattro anni trascorsi a lavorare in questo settore, ho pulito vomito da terra, merda (letteralmente) dalle pareti, raccolto dal pavimento del cesso cannucce usate per sniffare cocaina e recuperato cingomme masticate dal fondo di bicchieri. Dubito che un virus possa cancellare certi comportamenti, specialmente quando la gente è così ubriaca da non ricordare neanche il suo nome.

Per ora, non faccio parte di quelli che torneranno al lavoro il 4 luglio. Purtroppo e per fortuna.
Purtroppo perché, come ho già detto, il mio lavoro mi manca.
Per fortuna perché in meno di 10 giorni molti miei colleghi torneranno al lavoro senza aver avuto tempo sufficiente, secondo me, per essere informati e istruiti a dovere sui cambiamenti e le nuove regole che indubbiamente ci saranno. Penso che sia lo staff sia i manager abbiano bisogno di più tempo per pianificare il loro ritorno, che sicuramente non può basarsi soltanto sul distanziare i tavoli dentro un locale. Fino a pochi giorni fa qua la regola era due metri di distanza e, se non fosse stata abbassata ad un metro, sarebbe stato impossibile per molti ristoranti, pub o bar riaprire, visto che non avrebbero potuto accogliere un numero sufficiente di clienti da giustificare una riapertura. Benché non dubito che diverse compagnie si stiano scervellando da mesi su possibili strategie da adottare per tenere tutti al sicuro, resta il fatto che il via libera ufficiale è stato dato con davvero poco anticipo rispetto alla data effettiva in cui tale riapertura avverrà.
La mia compagnia aprirà i bar che possiede uno ad uno in momenti diversi nel corso dei prossimi mesi. Il primo bar ad essere riaperto, logicamente, è l’unico che offre tavoli all’esterno, ma non è quello dove lavoro io, quindi sono ufficialmente entrata nel limbo di quelli che non torneranno al lavoro il 4 luglio, ma in qualche momento indefinito dopo tale data.

Certo, più tempo trascorre, più sale la paura di non avere un impiego a cui tornare. Nessuno sembra a rischio al momento, ma se c’è una cosa che ho capito nelle ultime settimane è che tutto sembra essere in un certo modo un giorno per poi essere totalmente diverso quello dopo.
Ho deciso di lasciare il mio vecchio bar a metà settembre dell’anno scorso: dopo 4 settimane, ho ufficialmente iniziato a lavorare per la mia nuova compagnia. Non è un segreto che, se qualcuno verrà licenziato, le ultime ruote del carro saranno le prime a rotolare via. Dopo la mia assunzione, c’è stata soltanto una piccola manciata di nuovi arrivati.
Spero di salvarmi grazie alla mia performance e anche grazie al motivo per cui sono stata assunta: avendo ricevuto diverse promozioni nel mio vecchio bar, sono stata assunta nella nuova compagnia grazie alla mia esperienza in management, più che per quella dietro al bar. Il mio vecchio locale era il classico bar dove anche mia nonna sarebbe stata in grado di fare cocktail, mentre il luogo in cui lavoro ora ha il pregio di formare dei veri e propri bartender.
Vorrei un giorno gestire un bar tutto mio, quindi senza dubbio mi interessa tutta quella parte manageriale di cui ho avuto un bell’assaggio con il mio vecchio ruolo, ma adoro anche stare dietro al bar e amo il fatto che il mio nuovo lavoro mi abbia offerto la possibilità di imparare nuovi drinks, nuove tecniche, nuovi trucchi.

Ripensando a quando tutta questa storia è iniziata, ricordo di aver gioito quando la mia compagnia ha deciso di chiudere i bar che possiede prima che il governo decidesse di far chiudere baracca a tutti: sabato 20 marzo è stato l’ultimo giorno di lavoro per molti miei colleghi, ma io e i miei compagni ci siamo recati nella nostra venue martedì 17, giorno in cui abbiamo pulito tutto ancor più a fondo del solito e stilato una lista dei litri di succo di lime e limone e di sciroppi e di ingredienti vari che abbiamo dovuto gettare. Abbiamo tenuto ottimisticamente un po’ di frutta fresca da parte, ma parlando recentemente con il mio boss ho scoperto che pochi giorni dopo, quando era chiaro che non avremmo riaperto in tempi brevi, è tornato nel bar per liberarsene.
Ero felice quando abbiamo chiuso perché onestamente non faccio parte della fazione “Il virus è semplice influenza”. Inoltre da metà febbraio fino alla fine di marzo ho avuto la mia solita brutta tosse stagionale che, benché abbia poco in comune con Mr. Corona, ha comunque reso prendere i mezzi e andare al lavoro per niente divertente, considerando tutto il parlare di quella che allora non era neanche stata ufficialmente dichiarata pandemia.

Ieri è stato il mio centesimo giorno lontana dal lavoro. Senza dubbio ero felice a marzo quando abbiamo chiuso, ma dopo due settimane già volevo tornare dietro il bar.
Mi manca il mio lavoro e so che tornarci non colmerà questa mancanza perché sarà comunque diverso.

Mi manca avere sul mio bar mat 10 cocktail da fare, anche quando sono tutti da shackerare e io ho solo due mani.
Mi manca il peso delle bottiglie tra le dita.
Mi manca il cross pour, la mia tecnica preferita in assoluto.
Mi manca il fluire degli alcolici negli shaker.
Mi manca il conteggio sempre presente nel retro della mia mente mentre l’alcol esce dal beccuccio in cima alla bottiglia, per assicurarmi di non versare troppo di questo o poco di quell’altro.
Mi manca assaggiare i cocktail per assicurarmi che siano bilanciati.
Mi manca la musica a tutto volume del sabato sera.
Mi manca utilizzare i muddler per sbatterli l’uno contro l’altro a tempo con la musica, anziché per farci il mojito.
Mi mancano le mie canotte macchiate e le mie braccia appiccicose di qualche sciroppo a fine serata.
Mi manca far oscillare le luci sopra il bar, con i loro paralumi ammaccati e pieni di scritte, in sincronia con una canzone o con i miei compagni.
Mi manca vedere la gente che beve, balla e si diverte, consapevole del fatto che sono una piccola parte del carrozzone che ha contribuito a creare quell’atmosfera.

bar

Mindhunter: considerazioni sul libro e confronto con la serie

In questi mesi di casa, casa e ancora casa, ho avuto l’occasione di recuperare tante serie tv che avevo lasciato in sospeso o neppure iniziato per mancanza di tempo. Una di queste è stata “Mindhunter”, serie Netflix del 2017 composta da due stagioni.
Il mio longevo amore per il true crime mi ha fatto inevitabilmente adorare questa serie, la quale non ha solo il pregio di trattare tematiche di mio interesse, ma è anche un solido prodotto dal punto di vista del cast, della scenografia, dei costumi, delle musiche… Insomma, c’è davvero poco di cui lamentarsi al riguardo.

Ho recentemente terminato di leggere il libro omonimo da cui la serie è ispirata, scritto da John Douglas in collaborazione con Mark Olshaker.

mindhunter

La lettura mi ha coinvolta quasi quanto la visione. Tralasciando la parte iniziale in cui John Douglas ci racconta della sua vita, di cui poco ci importa onestamente (e senza offese), si inizia a parlare delle cose che ci interessano: la nascita del profiling, le interviste con i serial killer più noti ed efferati d’America e i casi che sono stati risolti grazie all’origine del ruolo del profiler.
Il profiling nasce dall’inferire una personalità da una scena del crimine: quando non ci sono sospetti o quelli che ci sono vengono dichiarati innocenti e dunque esclusi, si presenta la necessità di capire che tipo di persona possa aver compiuto un certo atto, in modo da restringere il campo durante le ricerche. Douglas ci dice che, come per capire un artista bisogna osservarne l’opera, per individuare un criminale bisogna studiarne la scena del crimine: il comportamento riflette la personalità.
Il buon John ribadisce spesso che il ruolo del profiler non è quello di uno stregone, né è al pari di un medium (questi ultimi, almeno da quello che il libro lascia intuire, vengono convocati su una scena del crimine più di quanto uno possa immaginare). Allo stesso tempo però, e qui forse sta il difetto del libro, ai nostri occhi il profiler appare proprio così e, da quello che ho capito, anche agli occhi di gran parte delle forze dell’ordine, a meno che non facciano parte di questa divisione FBI che studia il comportamento criminale. Avrei preferito meno biografia di Douglas e più dettagli sull’origine del suo ruolo: dal libro sembra un po’ come se un bel mattino John si fosse svegliato con un colpo di genio e avesse iniziato ad utilizzare questo nuovo approccio dopo aver raccolto informazioni ed impressioni intervistando alcuni psicopatici.

Nelle sue pagine, cita Ted Bundy, anche se soltanto per notorietà, visto che quando Bundy era sotto processo tutto il lavoro che ha reso Douglas famoso non era ancora iniziato.
Leggiamo di altri criminali che chi ha visto la serie tv sicuramente ricorderà: Ed Kemper, Charles Manson, Richard Speck, Jerry Brudos, David Berkowitz (aka Son of Sam), Montie Ralph Rissell, Darell Gene Devier.
Si parla anche di BTK e Green River Killer, i quali nel 1995, anno di pubblicazione del libro, non erano ancora stati identificati come, rispettivamente, Denis Rader e Gary Ridgway: benché il primo fosse operativo dalla metà degli anni ‘70 fino ai primi anni ‘90 e il secondo negli anni ‘80 e ‘90, entrambi sono stati arrestati e processati soltanto in tempi relativamente recenti, nei primi anni duemila.
Vi è anche un capitolo dedicato ad Atlanta. La seconda stagione si era in particolar modo concentrata sugli omicidi avvenuti nella capitale della Georgia tra il 1979 e il 1981: in due anni, almeno 28 persone, per lo più bambini, sono stati uccisi, presumibilmente da Wayne Williams. Dico presumibilmente perché in realtà Williams è stato effettivamente condannato soltanto per l’omicidio di due adulti. Si attribuiscono a lui gran parte degli omicidi dei bambini di Atlanta per il semplice fatto che Williams coincideva con il profilo del serial killer che stavano cercando, senza contare che, dopo il suo arresto e la sua conseguente sentenza, gli omicidi si sono arrestati. Come viene mostrato nel telefilm, il vero assassino di gran parte di questi bambini da un punto di vista legale non è mai stato trovato e fondamentalmente per molti di questi omicidi non è stata fatta giustizia. Lo stesso Douglas ammette che, benché convinto che Williams sia colpevole per la maggior parte di questi decessi, probabilmente alcuni sono avvenuti per mano di qualcun altro.

Ciò che più mi ha sorpreso del libro è stato scoprire quanto di quello che viene messo in scena nel telefilm è successo in realtà.
Gran parte di quello che Ed Kemper dice nella serie non è inventato: specialmente nelle parti più brutali e scabrose, si tratta delle sue testuali parole.
Il modo in cui Holden Ford (il personaggio della serie ispirato a Douglas) nella serie si rivolge a Richard Speck, utilizzando un linguaggio osceno per riuscire a far parlare questo soggetto ostile, è davvero lo stesso utilizzato da Douglas nelle interviste. Inoltre, quando nella serie vediamo Speck uccidere l’uccellino che aveva tra le mani lanciandolo tra le pale di un ventilatore, stiamo osservando qualcosa di accaduto veramente, anche se non di fronte agli agenti FBI: la scena è infatti adattata e ispirata dal racconto di una delle guardie della prigione.
Un altro caso che pensavo fosse stato completamente ideato dagli autori è quello di Beverly Jean nella prima stagione: con le dovute modifiche e con l’aggiunta di alcuni dettagli, questo crimine mostrato sullo schermo è riconducibile al vero omicidio di Betty Jane Shade.
Oserei dire che, sempre nella prima stagione, anche l’assassinio per mano del personaggio Dwight Taylor, il quale uccide anziane indifese e i loro cani, ha un fondamento nella realtà: ad un certo punto del libro infatti, Douglas racconta che gli venne chiesto di fare il profilo del possibile colpevole di un omicidio ai danni di una donna anziana, i cui due cani sono stati a loro volta uccisi.
Il particolare che forse mi ha più sconvolto però è la storia del preside della scuola che per punizione faceva solletico sotto la pianta dei piedi ai bambini in cambio di una monetina. Nella serie viene dato un certo spessore a questo personaggio e al suo comportamento: Holden Ford interviene dando manforte agli insegnanti e ai genitori, i quali provano disagio verso questa situazione, e il suo coinvolgimento ha grande influenza sul conseguente licenziamento del preside. Nel libro non viene speso per questo evento più di un paragrafo, nel quale si dice che in realtà gran parte degli insegnanti e dei genitori non ci vedevano niente di strano, benché questo preside alla fine sia stato effettivamente licenziato. Douglas si spinge fino a dire che concorda con tale licenziamento perché, in sostanza, non è possibile sapere con certezza di cosa l’uomo fosse davvero capace, almeno finché non avesse incontrato uno studente non disposto ad accettare tale pratica, ribellandosi. Potrebbe sembrare un po’ un’esagerazione, ma di certo se fossi io, come potenziale genitore, a trovarmi di fronte ad una situazione del genere non credo la ignorerei a cuor leggero.

Non si conosce al momento la sorte della serie, la quale all’inizio di quest’anno è stata messa in stand-by, non essendo cancellata né effettivamente rinnovata. Spero in una terza stagione perché ci sono molti casi che mi piacerebbe veder portati sullo schermo, senza dubbio quello di Carmine Calabro, Larry Gene Bell e Arthur Shawcross.

Ho trovato interessante la tesi sostenuta dall’autore: certi criminali sono diventati così, piuttosto che nati così. Le circostanze che hanno vissuto, a volte fatte di abusi e violenze, non sono di certe una scusante per le loro azioni, soprattutto perché, secondo Douglas, tutti i criminali intervistati erano ben consapevoli di quello che stavano facendo nel momento in cui l’hanno fatto. Comprendere il loro background serve piuttosto a contestualizzare, ma anche, si auspica, a prevedere e prevenire. L’intento di Douglas sembra non essere infatti quello di curare: dedica a tal proposito un capitolo sul ruolo degli psichiatri e degli psicologi i quali secondo lui, non hanno molta utilità quando si tratta di psicopatici, vista l’abilità manipolatoria di questi ultimi, per i quali è estremamente semplice intuire quello che la persona che hanno di fronte voglia sentirsi dire.

Molte recensioni mi hanno fatto sorridere, perché criticano Douglas per il suo narcisismo ed egocentrismo, ma se avessi avuto il suo lavoro e la sua carriera onestamente penso che mi sarei vantata anche io, ammettiamolo.
Molto più problematico è il trapelare di un certo favoritismo per la pena capitale anche se penso sia dovuto al fatto che in America sia una pratica largamente accettata, mentre ho trovato interessante il suo ammettere che il suo lavoro l’abbia in un certo senso desensibilizzato da tutto quello non può vincere se messo in comparazione con gli orrori di cui è stato testimone per anni: ho trovato molto drammatico che il ginocchio sbucciato dei uno dei suoi figli impallidisse di fronte ai casi da lui affrontati o che il sangue sgorgato da un taglio che sua moglie si era procurata con un coltello da cucina gli facesse venire in mente pattern di schizzi di sangue visti su una scena del crimine.
Per molti lettori probabilmente Douglas non suonerà come il narratore più simpatico e umile dell’universo, ma dal mio punto di vista mi chiedo piuttosto che genere di meccanismi di difesa siano necessari per intraprendere un lavoro del genere senza lasciarsi influenzare dagli orrori visti e ascoltati e, soprattutto, senza perdere la speranza.

Benvenuti a Curon

Il 10 giugno è arrivata su Netflix la prima stagione di “Curon”, serie tv italiana di genere mystery/thriller.

Vorrei iniziare questa recensione sottolineando la mia più totale ignoranza. Sì, ammetto di aver dovuto cercare se Curon esistesse davvero o se fosse una cittadina fittizia, cosa di cui tra l’altro sicurissima. Ho dovuto ricredermi quando ho scoperto che Curon Venosta è un piccolo comune della provincia di Bolzano, a stretto confine con l’Austria.
Considerando che con la mia famiglia ci recavamo in Trentino Alto-Adige ogni estate per le vacanze, devo ammettere che ho provato un po’ di vergogna di fronte a questa scoperta. Potrei dire a mia discolpa che abbiamo sempre alloggiato in piccoli comuni nella provincia di Trento, quindi a due ore abbondanti da dove Curon sorge, ma la verità è che la mia ignoranza geografica me la trascino dietro dalla terza elementare.

La serie è decisamente nuova per il panorama italiano per quanto riguarda il genere che affronta e la attendevo con grande impazienza e con poca fiducia, sono onesta. Sono felice di dire che questi 7 episodi mi hanno piacevolmente sorpreso.

Ma di cosa parla Curon?

curon

La storia inizia con una famiglia, composta da due gemelli, Mauro e Daria, e dalla madre Anna. Quest’ultima è interpretata da Valeria Bilello: io non sapevo neanche facesse l’attrice, visto che l’ultimo ricordo che ho di lei risale ai primi anni 2000 quando faceva la vj di MTV (ma voi ve li ricordate i vj? Ah, la vecchiaia!).
I tre sono in viaggio da Milano verso il paese di origine della donna, la quale, se potesse scegliere, probabilmente non tornerebbe in quei luoghi, visto che il ricordo del suicidio di sua madre è ancora vivo nella sua mente e le tormenta i sogni.
L’accoglienza non è delle migliori: quando giungono nell’hotel di famiglia, oramai non più in uso ed abitato solo dal padre di lei, Thomas, non si può dire che quest’ultimo li saluti a braccia aperte. Infatti, dice loro che non possono restare a Curon e ben presto capiamo che tutta la cittadina sembra detestare la famiglia Raina.
Anna non sembra ascoltarlo, visto che iscrive i figli a scuola, ma l’integrazione anche per i due ragazzi non è delle più semplici e la soluzione migliore sembra sia andarsene, ma non c’è tempo di trovare un’alternativa perché la madre sparisce. Nel tentativo di ritrovare Anna, i segreti e i misteri della cittadina verranno letteralmente a galla.

Iniziamo a dire cosa ho apprezzato e cosa no, per ora senza spoiler (quando gli spoiler arriveranno vi avviso, tranquilli).

Ho amato la location. I boschi e il lago di Resia, da cui spunta soltanto un campanile e che nasconde un paese sommerso, creano atmosfera già da soli. C’è qualcosa di indubbiamente terribile e affascinante nell’idea di città cancellata dall’acqua con il fine di creare un lago artificiale e in una serie tv di questo genere questa premessa già pone delle basi interessanti.
L’hotel della famiglia Raina in cui sono ambientate alcune scene aiuta a completare il senso di desolazione e squallore che ha caratterizzato la vita di Thomas negli ultimi 17 anni, trascorsi completamente in solitudine.

La storia scorre bene e si lascia guardare tranquillamente, gli episodi non sono eccessivamente lunghi né noiosi, hanno decisamente un buon ritmo.

La recitazioni è buona. Onestamente sono pochi gli attori italiani che apprezzo, inoltre dopo anni trascorsi a vedere film e serie tv in inglese ogni volta che guardo una produzione italiana ho sempre questo strano e paradossale effetto che quella non sia la mia lingua. Questo è anche dovuto al fatto che a volte non sento di parlare in italiano, ma piuttosto in dialetto. Credo che in generale tutta l’Italia sia così permeata da diversi accenti ed espressioni dialettali che ogni volta che guardo un film in cui la dizione è perfetta mi suona sempre non autentico. Voglio dire, persino nei film americani quando c’è un personaggio texano gli appioppano un accento – per quanto a volte forzato e terribile – del Texas. Non capisco la prevalente tendenza ad omogeneizzare la parlata dei personaggi, a meno che quello che stiamo guardando non sia ambientato al sud. In questa serie tv però questo elemento non mi ha recato particolare fastidio e l’utilizzo del tedesco in alcuni dialoghi ha contribuito a creare un senso di realtà. In generale la performance non è male neanche nelle scene verso le quali nutrivo dubbi, ossia quelle in cui l’ansia, la paura e il pericolo fanno da padrone.

I personaggi sono svegli, benché la narrazione sia in gran parte incentrata sugli adolescenti della storia: non ci sono quelle dimostrazioni di insensata stupidità che ti spingono ad urlare insulti contro lo schermo. Specialmente il personaggio di Mauro, che inizialmente sembra il più fragile, dimostra di essere coraggioso e in grado di connettere i punti, mentre la sorella Daria, che in principio viene percepita come una ribelle con il cuore di ghiaccio, dimostrerà specialmente verso la fine una grande delicatezza nei sentimenti.

La serie mi ha tenuta incollata alla schermo e mi ha fatto sperare in una seconda stagione anche perché finisce con un cliffhanger e diversi elementi non sono spiegati a fondo, il che fa parte delle cose che non ho apprezzato, ma se ci daranno una seconda stagione che possa rispondere a queste domande non mi lamenterei neanche tanto.

Passiamo alle cose che non mi sono piaciute.

A volte ho avuto l’impressione che le scene notturne fossero davvero troppo scure, ma è anche vero che ho visto la serie sul mio laptop sfigato e per lo più di giorno, quindi forse mi sbaglio. Il mio consiglio dunque è di guardare la serie dopo il calar del sole, per una migliore esperienza.

Le canzoni scelte come colonna sonora sono belle, ma a mio parere metà delle volte sono inserite al momento sbagliato. Solitamente la musica è una delle cose di cui mi lamento di meno, deve proprio essere terribile o fuori luogo per influenzare la mia visione. In questo caso la musica gran parte delle volte ha interrotto la mia sospensione dell’incredulità, spingendomi a ricordare che stavo guardando qualcosa su uno schermo, intaccando la mia esperienza.

La costruzione della suspense è piuttosto buona. Un po’ meno lo sono quelle scene che dovrebbero farci temere per la sorte dei personaggi: ci sono almeno due scene in cui due diversi soggetti, faccia a faccia con una particolare minaccia, inciampano e cadono nel tentativo di scappare e, benché non siano feriti in nessun modo, tentano di proseguire la loro fuga strisciando via anziché alzarsi in piedi e correre via come farebbe una persona normale. In questi casi mi è sembrato di essere di fronte al compitino di un film maker che per la prima volta si trova a gestire un certo genere e vuole assolutamente inserire determinate scene e inquadrature, anche se viste e riviste.

Da qui in poi non posso parlare oltre di questa serie senza fare spoiler, quindi se non volete rovinarvi la visione, vi sconsiglio di proseguire la lettura.

Il tema del doppio è chiaramente alla base della storia e questo già lo si intuisce dai due cerchi intersecati che sono usati al posto di una semplice O nel font del titolo.
Quando il doppelgänger di uno dei personaggi è spuntato dal lago non posso dire di essermi sorpresa, ma senza dubbio non me lo aspettavo. Nel primo episodio, quando Mauro scopre il doppio di Anna nascosto in una stanza dell’hotel, pensavo si trattasse di una gemella perduta e dimenticata, ma la storia è molto più interessante: dal lago emergono infatti dei sosia, i quali rappresentano una sorta di es freudiano incarnato che si cerca di reprimere.

Ci sono però tante cose che non vengono spiegate su questi doppi, specialmente sulla loro natura e sulla loro origine. Alcune delle domande che è logico porsi:
– Qual è l’episodio che fa scaturire l’insorgenza del doppio? O si tratta di un evento random?
– Perché il doppio di Klara resuscita dopo pochi minuti e quello di Lukas non torna mai in vita? E soprattutto, perché il doppelgänger di Klara sembra in parte quasi più simpatico dell’originale? Mi stavo giusto chiedendo cosa sarebbe successo se il doppio di una Miss Perfettina del genere fosse arrivato in città quandoil personaggio ha iniziato a sentire le campane suonare… Mi aspettavo grandi cose dal suo doppio, eppure non è neanche la metà di quello che mi ero immaginata.
– Viene detto che sono stati i Raina a decidere di sommergere la vecchia Curon perché la loro famiglia in passato era a capo del paese: è questa la genesi della maledizione? O c’era qualcosa che precedeva la formazione del lago?
– Più di una volta viene detto che il lago si è risvegliato dopo il ritorno dei Raina a Curon, ma perché la presenza di Thomas, che non aveva mai lasciato il paese, non ha creato mai problemi negli anni precedenti?
– Qual è il ruolo della religione in tutto questo? Il tema viene un po’ dimenticato verso metà stagione, ma all’inizio viene chiaramente detto che crocifissi e ceroni sono sparsi per tutto il paese, la casa di Albert e Klara ha più statuette religiose e croci di una chiesa e nel corso della serie vediamo anche una festa religiosa in cui due statue di quelle che presumo essere due sante vengono portate in processione prima di appiccare fuoco ad una pira sormontata da una specie di fantoccio che indossa una maschera con le fattezze di un demonio: tutto questo ha una qualche funzione nel tenere la maledizione a bada o è stato introdotto soltanto per il suo potere di suggestione?
– Qual è l’importanza della storia e della separazione culturale che caratterizzano il Trentino Alto-Adige? Si nomina spesso la guerra, il bilinguismo che caratterizza la regione, la divisione tra chi voleva tornare in Austria e chi restare in Italia: lo si fa soltanto per delineare meglio il contesto dei luoghi rappresentati o c’è un significato più profondo?
– I blackout frequenti di cui non si sorprende mai nessuno hanno un legame con la maledizione o servono solo a creare atmosfera? E i lupi hanno qualche valore simbolico o sono soltanto una semplice componente naturale di quei boschi, rappresentati frequentemente per creare un ambiente selvaggio e minaccioso?

Nonostante la sfilza di domande qui sopra, ho davvero apprezzato la serie. Non l’ho amata, ma è decisamente meglio di tante schifezze che vengono prodotte oggi. Tutte le questioni lasciate in sospeso potrebbero diventare una buona base nel caso di una seconda serie, in cui spero molto. Nel caso in cui una seconda serie non ci sarà, certo, avrei preferito una mitologia meglio delineata e soprattutto l’assenza del cliffhanger finale, che in generale mi infastidisce quando non si è certi di un rinnovo, soprattutto in una prima stagione.

Tutto sommato, ve la consiglio decisamente, soprattutto perché è senza dubbio una ventata di aria fresca nel panorama delle produzione italiane.

Tutte le mie case a Londra

Esattamente un anno fa, io e Lui ci siamo trasferiti in questo appartamento.
Non immaginavo allora che avrei trascorso tra queste mura 92 giorni (e chissà quanti altri) quasi ininterrottamente. Se l’avessi immaginato, probabilmente avrei concordato con quelli che mi dicevano che un giardino o almeno un balcone sono essenziali.

Cercare casa a Londra per me è sempre stato motivo di grande ansia.
La prima volta, quando ancora ero un au pair, la famiglia che mi ospitava mi aveva offerto di restare nella stanza in cui avevo alloggiato mentre lavoravo per loro, ovviamente pagando l’affitto. Per alcuni forse questa sarebbe potuta essere un’offerta generosa, ma a me è sempre sembrato strano il fatto che il prezzo dell’affitto settimanale fosse maggiore di quanto io venissi pagata ogni 7 giorni. Forse ingenuamente, mi trovai a pensare che quella stanza valesse più del lavoro necessario per tenere a bada la piccola canaglia di cui mi occupavo. Rifiutai l’offerta, vagamente imbarazzata.
Quando arrivò il momento per me di lasciare la famiglia, non avevo ancora ufficialmente un posto dove stare. Dopo aver visto milioni di stanze diverse, avevo trovato una double room che adoravo nella zona di Stamford Brook ed avevo anche inviato al landlord prove del fatto che avessi un lavoro e documenti simili, ma lui scomparve nel nulla. Una ragazza italiana che viveva in quella casa, assieme ad un altro coinquilino, si preoccupò così tanto per me che si offrì di tenermi in casa di nascosto, almeno finché il landlord non si fosse risvegliato dal suo torpore. Apparentemente, infatti, mettersi in contatto con lui non era semplice: gli affittuari non avevano il suo numero di cellulare, ma soltanto l’indirizzo email e a volte non era facile ottenere risposta. Declinai la sua offerta, comunque molto grata nei confronti di questa sconosciuta.
Avevo intanto messo gli occhi su un buco di camera a Kensal Rise, ma non avevo ancora ricevuto una risposta ufficiale dai coinquilini. Era il classico ambiente dove gli abitanti della casa avevano instaurato un buon rapporto che non volevano rovinare, quindi dovevano indire una specie di comitato per decidere se accettare o meno un potenziale coinquilino dopo averlo conosciuto. Ricordo che, dopo essere andata a vedere la stanza, che mi fu mostrata dal ragazzo che se ne stava andando, dovetti andare una seconda volta per conoscere i coinquilini. Nonostante l’assurdità della situazione, ciò mi lasciò dedurre che se non altro non erano il genere di persone contente di condividere con chiunque la loro casa, quindi misi a tacere la mia ansia – non avevo davvero molto tempo da perdere – e accettai di stare al loro gioco.
Fortunatamente, ai tempi, un amico che conosco da quando ho 16 anni e che, in Italia, viveva in un paesino a 10 minuti dal mio, viveva ancora a Londra. Gli chiesi ospitalità mentre attendevo il verdetto e fu così che evitai di trascorrere 10 giorni in strada, o più semplicemente in un albergo, sperperando soldi che non avevo.
Il comitato dei coinquilini votò per avermi nella loro casa, con mia grande gioia. Fu così che mi trasferii in quel buco di stanza che, ancora oggi, resta uno dei miei ricordi preferiti al mondo. Tanta gente l’avrebbe probabilmente schifata, ma io la adoravo. Per creare più spazio, c’era un letto a castello, che io avevo sognato di avere sin da bambina. Sotto di esso, vi era una cassettiera; addobbai il restante spazio con cuscini, coperte e fairy lights, per crearmi un angolino dove leggere o guardare film. C’erano due mensole, perfette per accogliere la mia allora ancora piccola collezione di libri, una scrivania dove potevo posizionare il mio laptop, uno specchio e nel corridoio vi era un armadio a muro che spettava di diritto a chi alloggiasse in quella che era la mia stanza, essendo riconosciuta da tutti come la più piccola tra tutte. Ho vissuto in quella casa per un anno e non mi è mai mancato lo spazio.
Ricordo quando alle 4, 5, 6 di mattina mi arrampicavo sul mio letto, stanca e felice, dopo essere uscita con i miei nuovi colleghi a fine turno.
Ricordo Camden Town a soli 20 minuti di treno, cosa che mi ha permesso di trascorrere diverse serate all’Underworld prima di essere decisamente troppo vecchia per mischiarmi in quella bolgia di ragazzini.
Ricordo lo specchio di fronte al quale mi truccavo per uscire con un ragazzo che frequentavo ogni tanto allora, senza impegni e senza sentimentalismi.
Ricordo i miei coinquilini con cui sono uscita soltanto due volte, visto che lavoravo sempre di pomeriggio e sera, mentre loro avevano il classico lavoro 9-5. Avrei voluto avere più tempo ed occasioni per uscire con loro. Non erano male, specialmente l’unico ragazzo che viveva in casa, con il quale mi trovavo a parlare più spesso degli altri, eppure mai abbastanza: se solo avessi avuto più tempo, si sarebbe potuta creare davvero una bella amicizia
Ricordo che, ironia della sorte, il mio amico che mi aveva ospitato, a quei tempi viveva a soli 15 minuti a piedi dalla mia nuova casa e mi trovai a sorridere di fronte alla stranezza che due vecchi amici provenienti da due paesini confinanti e dimenticati dal mondo si trovassero ad essere praticamente vicini da casa, considerando la grandezza di una città come Londra.
Ricordo il pub decisamente overpriced dove andavo a bere.
Ricordo che una mia collega di lavoro viveva nella stessa zona e, benché avessimo uno strano rapporto di odio-amore, se ci incontravamo al pub finivamo per trascorrere la serata a ridere insieme.
Ricordo il cinese d’asporto più buono del mondo.
Ricordo il café vegano che ho scoperto proprio poco prima di lasciare il quartiere.

La seconda casa, in cui trascorsi due anni, la condivisi con tre miei colleghi del mio vecchio lavoro.
Anche questo momento fu caratterizzato da grande stress per me. Non solo dovevamo trovare una casa che andasse bene a tutti e quattro, ma io dovevo trovare anche un rimpiazzo per la mia stanza senza aiuto alcuno da parte dell’agenzia. Nel caso in cui non avessi trovato un rimpiazzo, sarei stata responsabile per l’affitto finché qualcuno non mi avesse sostituita.
Le due ragazze con cui avrei vissuto (l’altro era il ragazzo di una delle due ed era abbastanza d’accordo con qualsiasi posto avessimo scelto) erano particolarmente puntigliose, mentre io avrei vissuto volentieri e senza problemi in almeno due-tre case o appartamenti dei mille che ci capitò di vedere.
Nonostante avessimo iniziato a cercare casa con largo anticipo, finimmo per trovare la casa dei sogni, ancora una volta, quando il tempo stava per scadere.
Anche in questo caso tutto si risolse per il meglio: trovai una ragazza disposta a rimpiazzarmi e mi trasferii a cuor leggero nella nostra casa composta da tre stanze, un bagno, un piccolo salotto, una cucina che amavo molto e un giardinetto per cui avevamo grandi progetti, anche se alla fine non comprammo mai neanche una sedia per quel quadrato di verde.
La mia stanza stavolta era decisamente più grande e l’armadio non era più nel corridoio, ma accanto al mio letto. Dovetti comprare una cassettiera da Ikea per tutti i miei vestiti e fortunatamente la stanza che avevo scelto aveva 5 mensole per la mia collezione di libri sempre in espansione. Sentivo però la mancanza della scrivania che avevo nella mia stanza precedente.
Gran parte dei ricordi che ho di quella casa, devo ammetterlo, vanno a braccetto con la relazione che avevo ai tempi con il migliore amico di questo collega che viveva con me. Era una relazione già iniziata quando vivevo nella mia vecchia casa; finimmo infatti per stare insieme quasi due anni, nonostante l’inizio della storia, scoprii ad un certo punto, si era per lo più basato su un mar di cazzate che mi aveva detto e un oceano di cose che mi aveva nascosto, ma anche a 25 anni suonati evidentemente facevo scelte da quindicenne. Incontrai i suoi genitori due volte, lui venne addirittura in Italia con me per conoscere i miei nel febbraio del 2018, anche se io, nel mio solito stile di merda, sapevo già che la cosa non funzionava più, benché non lo ammisi a me stessa e a lui fino all’agosto dello stesso anno.
Ricordo comunque la bellezza di vivere con persone che non erano perfetti sconosciuti. Specialmente una delle due ragazze con cui vivevo e con cui allora ancora lavoravo  insieme era la mia compagna ufficiale di chiacchiere e di Rioja sorseggiato per celebrare la fine di un’altra giornata di lavoro.
Ricordo che iniziai a cucinare molto più spesso, visto che mi sentivo molto più a mio agio e libera di sperimentare che nella casa precedente. Inoltre a quei tempi ero già diventata vegana da alcuni mesi, il che mi impediva di essere pigra e comprare qualche ready meal dopo un turno di lavoro particolarmente faticoso. Mangiare vegano significa organizzarsi con largo anticipo e in più dovevo sempre cucinare qualcosa da portarmi al lavoro, perché il menù del bar/ristorante dove lavoravo e da cui i dipendenti potevano ordinare qualcosa si era ridotto drasticamente per me.
Ricordo i gatti che venivano a curiosare in giardino, soprattutto il fatto che nessuno di questi si facesse avvicinare, con mio grande dispiacere.
Ricordo la posizione della casa, una delle qualità peggiori di quella che altrimenti sarebbe stata l’abitazione perfetta. La casa era a metà tra Stratford e Leyton e per raggiungere entrambe le stazioni della metro in tempi brevi bisognava prendere il bus. Per risparmiare, prendevo sempre il bus che mi portava a Stratford, ma il tragitto era stupidamente lungo. Fortunatamente, giunta alla stazione, prendevo la Central Line per raggiungere il lavoro, senza dubbio una delle linee più veloci. Vivere due anni lì mi ha fatto concordare con tutti quelli che dicono che Londra è troppo grande ed essere un pendolare ti uccide. Ho chiaramente sentito accumularsi sulle mie spalle la stanchezza causata dal tempo trascorso sui mezzi e nel lasciare quella casa questa era senza dubbio una delle cose che non mi sarebbe mancata.
Ricordo il fatto che questa casa fosse vicina abbastanza a Leytonstone da procurarmi immensa gioia, visto che si tratta di una zona che mi piace molto, soprattutto per la presenza di un café dove non mancano mai dolcetti vegani.
Ricordo anche che, quando la mia storia con il tipo di allora si concluse per mia decisione, il mio coinquilino e suo migliore amico fu il primo ad offrirmi un bicchiere di whiskey. Apprezzai molto quel gesto, soprattutto perché lui era stato uno dei miei primi amici al lavoro ed avevamo trascorso parecchie serate insieme dopo i nostri turni. Non abbiamo più nessun tipo di rapporto e non ne faccio un dramma perché con il tempo ho anche capito di lui cose che non lo rendono l’amico perfetto per me, ma ricorderò sempre con un sorriso quel suo gesto e tutte le serate trascorse insieme quando ero solo una novellina tra le strade di Londra.
Un po’ meno sorridente ricorderò la sua reazione quando ho iniziato a frequentare Lui, che era un nostro collega di lavoro. Non lo nascondo, avevo gli occhi su di Lui da tempo, ma inizialmente non gli avevo dato peso, avevo scansato l’idea come semplice attrazione, visto che, anche se ero già in una relazione, continuavo comunque ad avere degli occhi funzionanti. Credo di aver pensato in questo modo per il semplice fatto che Londra mi ha fatto crescere sotto tanti aspetti, ma chiaramente qui non si tratta di crescere, si tratta semplicemente di accettare come sono fatta. In generale infatti se provo attrazione per qualcuno mentre sto con qualcun altro, è probabile che ciò accada perché c’è qualcosa che non funziona nella mia relazione.
Ricordo i sotterfugi con cui ai tempi Lui entrava in casa mia, in modo da tenere la nostra relazione il più segreta possibile onde evitare lo shitstorm che comunque alla fine è arrivato. Sono stata giudicata perché, dopo aver lanciato il mio precedente ragazzo, ne avevo già un altro pronto, cosa che purtroppo è successa praticamente sempre nella mia vita, tranne con l’ultimo ragazzo che ho avuto prima di partire per Londra: non c’era nessuno a sostituire lui ai tempi, perché starmene sdraiata sul mio letto a fissare il soffitto era molto più attraente che trascorrere il mio tempo con altri esseri umani. Non vado fiera del modo in cui quasi tutte le mie storie si sono concluse, anche perché da un punto di vista prettamente egoista non ho mai avuto quel tempo per stare da sola, un tempo spesso necessario tra una storia e l’altra, ma questa è la mia vita. Lo shitstorm così come è giunto è passato, come sempre accade, e quando ho informato i miei coinquilini che sarei andata a vivere con Lui erano felici per me.
Dopo aver lasciato il mio vecchio lavoro, ho perso i contatti con quelli con cui avevo condiviso una casa per due anni, ma ho un bel ricordo del tempo trascorso insieme e mi reputo estremamente fortunata per le mie passate circostanze.

Anche l’ultimo trasloco che ho vissuto, quello che mi ha condotto dove sono ora, non è stato esente da ansie varie, soprattutto perché Lui sarebbe partito per andare a trovare i suoi genitori e per partecipare ad un paio di matrimoni di amici proprio quando avremmo dovuto concentrarci sul trovare la nostra futura dimora.
La mia ansia durò però poco perché, quasi per magia, pochi giorni prima della sua partenza, dopo aver visto soltanto un’altra casa in precedenza e aver risposto a qualche annuncio di alcune agenzie, abbiamo messo piede in questo appartamento. Abbiamo deciso subito, in fretta. Non nego che ho visto la semplicità e la naturalezza con cui questa decisione fu presa come un buon segno.
Ed è così trascorso un anno dal momento in cui ci siamo trasferiti in questa casa, che allora era soltanto mezza arredata.
Ricordo i mobili comprati da Ikea: una libreria per la mia collezione di libri oramai decisamente ingombrante, il tavolo e le sedie, il comodino, l’armadio per la mia stupida quantità di vestiti, una storage unit che abbiamo decorato con alcolici e i nostri bartender tools, un po’ per ricordare come ci siamo conosciuti.
Ricordo lo shopping da Wilko per comprare posate, piatti, pentole, pirofile e tutto il resto, per riempire la cucina vuota.
Ricordo i nostri compleanni e il nostro primo Natale insieme.
Ricordo uscire per andare al lavoro insieme, almeno fino a che io non ne ho trovato un altro.
Ricordo i weekend in cui a stento ci siamo visti, essendo il mio nuovo lavoro estremamente notturno, mentre Lui, lavorando ancora nello stesso posto, poteva avere turni sia di mattina che di pomeriggio o sera.

Il posto dove vivo ora, Ilford, non è il migliore tra quelli in cui abbia mai vissuto, ma non c’è dubbio che al terzo piano di questo stabile ho trovato la mia oasi di felicità.
Del quartiere apprezzo che sia quasi una piccola città dove ho tutto a portata di mano. Inoltre, benché sia in zona quattro e in teoria sia considerato Essex e non Greater London, è collegato benissimo con il cuore di Londra. Per la prima volta in quasi 5 anni, il mio tragitto per andare al lavoro è il più breve di sempre, una vera benedizione. Spero di poter tornare presto a bordo del treno che mi conduce al mio bar, anche se di questi tempi di niente c’è certezza.

Buon anniversario a me, a Lui, a queste quattro mura. Soprattutto dopo 3 mesi di reclusione forzata, posso dire che non c’è nessun altro con cui vorrei vivere.

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La mia collezione di libri, protagonista indiscussa di questa storia