Una chiacchieratina prima di

Dallo scorso anno, come credo di aver già scritto da qualche parte, ho preso l’abitudine di comprare un abete vero anziché uno sintetico. Il motivo principale, oltre al buon odore che hanno e il fatto che ognuno sia unico e mai uguale ad un altro, è che posso disfarmene una volta trascorso il Natale: a casa ho a stento spazio per le quattro decorazioni che abbiamo comprato lo scorso anno, figuriamoci per uno scatolone contenente pezzi d’albero.

Sabato pomeriggio siamo andati a comprare l’abete di quest’anno a Victoria Park, uno dei tanti luoghi dove viene allestita la vendita di alberi prima di Natale. Sono stata molto felice di condividere questa esperienza con Lui (l’anno scorso di questi tempi era tornato nel suo paese a visitare la famiglia), soprattutto perché un anno fa mi sono spaccata la schiena a trasportare l’abete da sola, considerando che era quasi alto/basso quanto me. Una volta portato l’albero a casa, l’abbiamo decorato in un tempo record di meno di trenta minuti, alla faccia di mia madre che ha iniziato ad allestire l’albero oggi e probabilmente finirà di decorare per il 23 Dicembre, considerando che possiede qualcosa come 5 scatoloni pieni zeppi di decorazioni e gingilli natalizi di ogni tipo. Vivere a Londra, dove rischi sempre di dover cambiare casa all’improvviso e soprattutto lotterai sempre per avere la meglio su quella figura mitica meglio nota come “Extra storage”, ha avuto i suoi effetti positivi sulla mania di accumulare cose che ho ereditato da mia madre.

Adesso sono seduta al tavolo della cucina/soggiorno (questa zona del nostro appartamento è open plan) con le sole lucine dell’albero di Natale a farmi compagnia mentre scrivo.

Non ho molto da dire, ad essere sincera, ma volevo lasciare un segno qui prima di sparire per non so quanto tempo, visto che domani torno a lavorare (riapriremo ufficialmente mercoledì) e non so cosa aspettarmi. Non so quando avrò un giorno libero, non so quanti pazzi si avventureranno fuori nonostante tutto, non so perché ho la sensazione che anche se sarà un Natale diverso da quelli a cui sono stata abituata negli ultimi quattro anni (ossia locali talmente pieni di gente da strabordare), c’è qualcosa che mi dice che sarò più stanca di quanto lo fossi gli anni scorsi perché quest’anno alle scarse ore di sonno e alla stanchezza fisica si aggiungerà la stanchezza psicologica di tornare per l’ennesima volta in un posto di lavoro che credevo di conoscere a Febbraio 2020, ma che ha dovuto cambiare e adattarsi un centinaio di volte nei mesi seguenti.

Ieri ho ricevuto il mio planner per il 2021, comprato da un brand che ho utilizzato l’anno scorso per la prima volta: si chiama Pepper&Cute e offre delle cosine molto carine, piuttosto kawaii, e che forse sono più adatte ad una bambina di 13 anni che a una donna di quasi 30, ma chisseneimporta. Mentre lo sfogliavo, ho iniziato a pensare a tutte le cose che voglio fare l’anno prossimo. Anche se non mi piace ammetterlo, quest’anno ha illuso anche me che mi sveglierò il primo gennaio 2021 una persona diversa, una di quelle che prenota viaggi last minute per Las Vegas o che compra un biglietto per un concerto appena aprono le vendite. In realtà so che molto probabilmente neanche l’anno prossimo visiterò una delle tante città americane nella mia bucket list e che aspetterò fino all’ultimo secondo per chiedere il giorno libero per andare ad un concerto, il che probabilmente significa che non arriverò mai al punto di chiedere davvero il giorno off, perché i biglietti saranno già sold out.

Non lo confesserei mai a mia madre e ancor meno a mio padre, ma sono un po’ triste perché per un folle istante ho pensato che forse il lockdown sarebbe stato prolungato tanto da regalarmi un Natale in Italia dopo quattro anni di assenza. E invece no, gli anni di assenza diventeranno cinque e chissà quanti altri se ne aggiungeranno. Peccato. Mi sarebbe piaciuto vedere la nostra nuova gatta che, selvatica com’è, distruggerà quasi sicuramente l’albero di Natale e tutte le decorazioni. Ma almeno ho un lavoro a cui tornare. Stanca e provata da questo anno di alti e bassi, di bianco e nero, di sì e no. Stanca e provata, ma grata.

Sarebbe interessante un remake di “Fear”

“Fear” è un film thriller del 1996 con protagonisti dei giovanissimi Reese Witherspoon e Mark Wahlberg, molto convincente nel ruolo che interpreta. Ho visto questo film qualche giorno fa e mi ha fatto pensare a come cambino le cose. Se il mondo in cui viviamo non è ideale sotto certi aspetti, se potremmo essere più avanzati, se sarebbe preferibile non udire più certe notizie al telegiornale, allo stesso modo non si possono negare i passi avanti fatti, almeno dal punto di vista di sensibilizzazione sociale. Un film come questo, che ai tempi fu discretamente accolto, se uscisse al giorno d’oggi così com’è immagino verrebbe massacrato perché è invecchiato piuttosto male, a mio per niente autoritativo parere. 

Disclaimer: il post contiene spoiler. Del resto, è trascorso quasi un quarto di secolo.

La storia ha come protagonista Nicole (Witherspoon), la classica vergine bionda che fino all’altro ieri era la protagonista femminile prediletta nei film con target adolescenziale. Nicole incontra David (Wahlberg), il bad boy, e se ne innamora. Siccome non stavo scorrendo il catalogo dei film thriller, ma quello delle commediole sceme, per un istante ho pensato fosse uno di quei film dove la nostra eroina, affetta da Sindrome della Crocerossina, riesce a cambiare e salvare il delinquentello di turno che nasconde in realtà un cuore d’oro. La situazione è in realtà ben diversa: il titolo – semplice e alquanto generico – in fondo lo suggerisce. Il bad boy in questione è davvero bad e non c’è possibilità di redimerlo.

David fa parte di una sottospecie di gang e viene subito presentato come un poco di buono, ma in principio Nicole si sente avventurosa e ignora i segnali. David dimostrerà di che pasta è fatto un giorno fuori da scuola: recatosi lì per incontrare Nicole, quando vede quest’ultima scambiarsi un abbraccio con Gary, il migliore amico con cui la ragazza aveva appena scambiato delle confidenze, impazzisce. Lanciatosi fuori dall’auto, aggredisce Gary e, nella confusione generale, finisce per spingere via Nicole, che sta cercando di separarli, e la colpisce, procurandole un occhio nero. Nicole mente ai genitori riguardo l’origine del livido e inizialmente evita David, ma ciò non dura molto, infatti ben presto lo perdonerà.

Interpretata da una Alyssa Milano così giovane da ricordare i bei tempi di “Streghe”, serie tv in cui sarebbe approdata due anni dopo, nel film c’è anche Margo, migliore amica di Nicole. Quando Margo viene messa al corrente di come Nicole si è procurata tale contusione, la sua replica fa rabbrividire. Nicole le racconta cosa è successo e Margo risponde con qualcosa come “A volte questo è il loro stupido modo di dimostrarci che ci amano”. Scusate, cosa? Nella caratterizzazione obsoleta del film, immagino che questa battuta possa sembrare sensata in bocca a Margo, dipinta come libertina e disinibita in una maniera tale da suggerire che forse, tra tante avventure e divertimento, cerca solo affetto, il che apparentemente la porta ad avere una visione deviata dell’amore. Siamo solo negli anni ‘90 in fondo, non credo che le persone dietro certi film né il target stesso a cui erano rivolti fossero pronti ad accettare che un’adolescente possa essere sessualmente attiva senza cercare necessariamente l’amore eterno. No, molto meglio mostrarla mentre si fa chiunque alla ricerca dell’amore, così disperata da scambiare per tale sentimento pure quello che ti prende a pugni in faccia.

Ma il peggio deve ancora arrivare. Qualche scena dopo infatti Nicole si reca nell’abitazione che David divide con quei delinquenti dei suoi amici: per qualche motivo si ferma fuori dall’abitazione e sbircia all’interno attraverso la finestra. Osserva così per alcuni istanti Margo, intenta a fornicare con il ragazzo che frequenta, Logan, quando vede David che si intromette. Margo flirta un po’ con lui, ma niente potrebbe giustificare ciò che accade dopo: David afferra Margo per i capelli e la costringe ad ammettere che lo desidera, per poi sollevarla di peso dal corpo dell’amico cui Margo era avvinghiata, caricarsela in spalla e portarla in camera da letto, non senza averle prima dato una sonora pacca sul sedere come a proclamare vittoria. Possiamo tutti immaginare cosa avviene dopo, anche se nel film, grazie al cielo, non viene mostrato. Nicole, anziché intervenire e tirare un pugno in faccia al suo ragazzo che ha chiaramente seri problemi, si gira e se ne va, ferita e arrabbiata, come se non avesse neanche notato lo sguardo terrorizzato di Margo quando David l’ha presa per i capelli. 

Il giorno dopo Nicole si scaglia contro David e gli dice che non vuole più vederlo eccetera eccetera. Nel pomeriggio, Margo va a casa di Nicole e quest’ultima la tratta come un rifiuto umano per quanto successo la sera precedente. Margo cerca di ragionare con lei, dicendole due cose: aveva fatto uso di droghe e David l’ha praticamente costretta. Nicole non sente però ragione, benché la sua migliore amica le abbia praticamente appena confessato di essere stata molestata. Sì, signori miei, c’è poco da addolcire i fatti. Non si può dubitare che Margo sia stata vittima di violenza, considerando che ammette di essere stata forzata, per di più era fuori come un balcone. Credo inoltre che a suggerirlo sia anche la scelta dei costumi: Margo indossa spesso top corti e jeans attillati, ma quando va a casa di Nicole dopo il fattaccio, oltre ad avere una faccia sfatta come se avesse pianto per ore, indossa pantaloni larghi, canotta e una camicia da boscaiolo, il tutto un po’ deforme e molto poco sexy, come se volesse quasi nascondersi. Certo, poi gli sceneggiatori le mettono in bocca altre battute infelici, come quando nel salutare il fratellino probabilmente dodicenne di Nicole dice “When are you gonna grow up so I can ravage you?”, parole che ovviamente fanno incazzare ancor di più la nostra Nicole che in quel momento considera la sua migliore amica una sgualdrina. 

Voglio sperare che la reazione di Nicole alla confessione dell’amica non sopravviverebbe ai giorni nostri. Nell’era del girl power, della sisterhood e della lotta alla rape culture, se questo film fosse stato fatto oggi la Nicole della situazione non direbbe mai alla sua amica, in sostanza, che è una gran troia. Non sto dicendo che nella realtà certe cose purtroppo non succedano, intendiamoci, sto parlando di film o serie tv, specialmente se indirizzate ad un pubblico teen. In fondo, non ci siamo sorbiti quattro stagione di “13 Reasons Why” senza uscirne un po’ sensibilizzati su certi argomenti (unica nota positiva di una serie tv che si è trascinata a lungo oltre il momento in cui la sua linfa vitale era stata esaurita).

Per tutto ciò che è stato detto sopra, sarebbe interessante vedere un remake di questo film, ambientandolo ai tempi nostri. È molto probabilmente che la battuta infelice di Margo sull’amore violento (che non esiste e che non è amore) verrebbe eliminata dallo script o, per lo meno, se decidessero di tenerla, Nicole (immaginando che sia in questa nuova versione un personaggio illuminato e non ottuso) l’avrebbe fatta rinsavire. Nel vedere la sua amica in pericolo, probabilmente Nicole avrebbe palle a sufficienza per, se non irrompere nella casa e trascinare via Margo, almeno chiamare la polizia. Ma nel caso in cui questo non accada per paura o per un momentaneo cortocircuito mentale scaturito dal constatare che David è merce da galera, nel seguente confronto con Margo Nicole l’avrebbe perdonata e probabilmente spinta a denunciare i fatti, anziché mandarla via a calci in culo.

In un potenziale remake in chiave più moderna di questo film, è probabile che David finirebbe dietro le sbarre o almeno con un ordine restrittivo molto prima, il che salverebbe lo spettatore dal finale tra il ridicolo e il rocambolesco. Nelle ultime scene David e i suoi scagnozzi si recano a casa di Nicole per far del male alla sua famiglia e nel marasma finale si susseguono scene da commedia (il fratellino minorenne che investe uno dei manigoldi con l’auto dei genitori da cui stava chiamando la polizia) e scene da film d’azione di serie Z (il padre di Nicole che lancia David fuori dalla finestra e gli fa fare un volo che a momenti finisce su Marte).

Seriamente, anziché fare remake, reboot, revival, requelchevepare di film cult che non accontenteranno mai la gente, ma li farà soltanto lagnare ed indignare sui social, perché non rifare film di cui non si ricorda nessuno e dargli una svecchiata? 

P.S. Poco prima di pubblicare questo post, ho scovato alcune notizie risalenti al 2018 che affermano che la Universal sta davvero pensando di portare sugli schermi un remake di “Fear”. Non so se questa idea sia ancora in porto, considerando gli avvenimenti degli ultimi tempi, ma la vera domanda è: secondo voi riusciranno a produrre un film più moderno o decideranno di essere fedeli all’originale, anche se questo proviene dall’età della pietra?

Una nuova percezione del mondo

I bus rossi a due piani che attraversano Londra sono un simbolo indiscutibile della città, equiparabili alle cabine telefoniche dello stesso colore. Qualcuno potrebbe pensare che i bus abbiano questo aspetto in tutta Inghilterra, ma non è così. Il mio ex ragazzo era originario di Leicester, città dove mi sono recata con lui una o forse due volte. I bus cittadini da quelle parti sono gli stessi a cui ero abituata in Italia: blu, grigi, bianchi, di certo non rossi e sicuramente non a due piani. Il tipo di bus più emozionante che girava dalle mie parti era quello a fisarmonica su cui adoravo salire quando andavo al liceo per piazzarmi proprio sulla pedana mobile all’altezza della fisarmonica, la quale si torceva ad ogni curva: per qualche strana connessione mentale, ogni volta che ero in quel punto esatto mi sentivo come Pinocchio nella pancia della balena. Un’altra cosa che accomuna i bus fuori Londra a quelli a cui sono sempre stata abituata è che si può comprare il biglietto a bordo, cosa che qui non accade, bisogna munirsene prima e se non ne sei al corrente son fatti tuoi: a meno che non trovi un autista che abbia pietà della tua ignoranza, è inutile insistere, onde evitare che qualche passeggero si aizzi contro di te perché gli stai facendo perdere del tempo prezioso, che in questa città è forse la valuta più pregiata.

Dopo la fine del primo lockdown, dopo essermi spinta al di là del mio quartiere dove ero rimasta fedelmente piantata per più di 100 giorni, dopo essere tornata al lavoro, ho notato come le pubblicità affisse ai lati dei bus rossi si fossero congelate a marzo. Questo era visibile in particolar modo grazie alle pubblicità dei film. Ricordo ancora l’impressione di essere una comparsa in “Io Sono Leggenda” quando mi sono imbattuta a luglio in un bus che ancora sfoggiava il cartellone pubblicitario del secondo capitolo di “A Quiet Place” che sarebbe dovuto arrivare in sale dopo la metà di marzo e che, con mio grande rammarico, non ho mai avuto modo di andare a vedere. 

Ieri mentre andavo a fare la spesa, ha sfilato accanto a me un bus che finalmente sfoggiava una pubblicità aggiornata e al passo con i nostri tempi: la pubblicità di un sito che vende mascherine.

Ma anche a voi capita di fissare con espressione corrucciata lo schermo mentre state guardando un film e sentire dentro di voi montare un grande fastidio prima di rendervi conto che è scaturito dal fatto che nessuno in quella realtà indossi una mascherina?

8 luoghi comuni che molto probabilmente troverete in una rom-com natalizia

Questa seconda stagione della serie intitolata “Lockdown” (non sappiamo ancora se ci sarà un rinnovo per il prossimo anno, ma speriamo tutti di no) la sto dedicando alla visione di film.

Durante lo scorso periodo di quarantena ho visto un sacco di serie tv, avendo tempo di recuperare cose mai viste e cose da terminare, ma non posso dire che in questi giorni stia accadendo lo stesso. Certo, ho visto qualche serie qua e là, ad esempio la seconda stagione di “The End of the Fucking World” (che adoro: se non l’avete mai vista recuperatela; si guarda in uno, massimo due giorni, includendo anche la prima stagione che ho rivisto con piacere) e sto finalmente recuperando “Euphoria” (buongiorno, ben arrivata), ma non si può negare che sto per lo più usufruendo del catalogo film di Netflix. Del resto, è proprio grazie alla pandemia se non c’è un cavolo di serie tv da guardare questo autunno, grazie Mr Corona (first world problems, I know). 

Sto guardando un sacco di film di Natale, visto che Netflix è entrato in pieno spirito natalizio da almeno tre settimane. Fingendo di essere una persona acuta e arguta che riesce ad identificare pattern ovunque quando in realtà sono solo annoiata e con tempo da perdere, ho pensato di stilare una lista delle cose in comune che ho trovato nella maggior parte di questi film.

Penso di poter affermare con sicurezza che tutti questi prodotti sono stati concepiti per la tv (Hallmark Channel regna sovrano), dunque stiamo parlando di film da guardare dopo il pranzo di Natale quando il coma da cibo vi impedisce di ricordare persino il risultato di 2+2. Insomma, non mi aspettavo molto, a parte ovviamente una recitazione tale da farci confondere gli attori impalati come abeti con le decorazioni natalizie sullo sfondo (and the Oscar goes to…).

Ma entriamo nel dettaglio…

Fonte: thecinemaholic.com
  1. I protagonisti hanno lavori importanti in qualche prestigioso ufficio a New York, Chicago o San Francisco e sono sull’orlo di una promozione assicurata, ma finiscono per gettare tutto al vento in nome di qualche sogno nel cassetto che non hanno coltivato per gli ultimi dieci anni.

Ho visto protagoniste gettare in pasto agli elfi malvagi posizioni da Mega Direttore Assoluto del Marketing o Imperatrice Indiscussa della Galleria d’Arte più Bella dell’Universo perché preferiscono tornare a scarabocchiare su un quadernetto disegni di dubbio gusto che inspiegabilmente tutti gli altri personaggi credono essere capolavori, incoraggiandole quindi a cambiare per sempre vita.

  1. La tentazione di trasferirsi nel paesino sperduto in Culonia vince sempre.

Comprendo il fascino del paesello, soprattutto dopo anni trascorsi nella grande città; credetemi, inizio quasi anche io a comprenderla questa fascinazione. Allo stesso tempo, allontanatevi per un attimo da questa realtà che sembra uno spot natalizio: è normale che un paesino di montagna dove si respira zenzero e cannella e la neve è sempre fresca e mai putrido pantano possa sembrare il posto più bello del mondo a Dicembre, ma sarà ancora così quando vi sveglierete il primo Gennaio con i postumi della sbornia e un contratto a vita per la vostra villetta che sorge a Casa del Diavolo? Io non credo. La gente in questi film si comporta come se Natale fosse tutto l’anno, quando invece è solo un giorno in mezzo ad altri 364.

Fonte: imdb.com
  1. C’è sempre lo Scrooge della situazione.

A volte è la protagonista, perché donna troppo impegnata ed in carriera per aver tempo di decorare e celebrare; a volte è il protagonista, così che la sua controparte femminile possa vestire il ruolo di iperattiva fatina del Natale che farà tornare in lui lo spirito delle festività; a volte è il ragazzo o la ragazza dei rispettivi protagonisti che verrà mollata prima della fine del film perché hanno un cuore di pietra che non può essere scalfito in nessun modo.

  1. Si parla molto di famiglia in questi film e si cerca di ricreare il senso di tale valore sullo schermo… Per questo spesso e volentieri gli screen writer decidono di ammazzare metà della famiglia di qualche personaggio, in particolar modo quello principale femminile.

In uno di questi film, il mestiere di Tizia consiste nel decorare abitazioni o edifici a seconda della festività del momento. Tizio è un incompetente in merito, per questo decide di assumere Tizia, in quanto la sua famiglia sta per raggiungerlo, intenzionata a trascorrere il Natale con lui. Fin qui tutto nei limiti del normale. Quando la famiglia arriva, Tizio capisce che appendere due lucine colorate non è quello che i suoi familiari si aspettavano: i suoi parenti sono giunti fin lì per trascorrere la settimana precedente a Natale con lui e non con la sola compagnia di un albero addobbato, ma lui è così oberato di lavoro che fa fatica ad accontentarli, decidendo così di assumere Tizia a tempo pieno, in modo che lei possa diventare una sorta di guida turistica natalizia per i suoi familiari. Tutto questo non sembra strano a nessuno: non sembra strano che lei accetti di fare qualcosa che non è compreso nella sua professione; non sembra strano che nessuno nella famiglia di Tizio, tra cui una ragazza in età adolescenziale che inizierà il college l’anno prossimo, non si offra di liberare la povera Tizia da tale magagna perché a quanto pare in questo universo non esistono mappe, smartphone e il vasto mondo di Internet che in teoria potrebbe permettere all’allegra famiglia di farsi un itinerario da soli anziché assumere un consulente natalizio; non sembra strano che Tizia non abbia di meglio da fare, ma per questo dobbiamo ringraziare gli scrittori geniali che l’hanno fatta diventare un’orfanella, cosicché prima che il film finisca lei possa essere appellata dai parenti di Tizio come “parte della famiglia” dopo solo sei giorni di conoscenza. Per niente creepy e magicamente natalizio.

Fonte: tenor.com
  1. Metà dei protagonisti sono affetti da quella che io chiamo “sindrome di Romeo e Giulietta”.

Tutti si innamorano di tutti in un lasso di tempo che va dai due giorni alle due settimane. Ma stiamo parlando di commedie romantiche, per di più natalizie, quindi che ve lo dico a fare? Non mi stupisco più. Anzi, sì, continuerò a stupirmi, ma questo non cambierà l’assurdità di tutte queste situazioni.

  1. L’altra metà si comporta come se fosse ancora al liceo, anche se l’età media è 33 anni.

Nel caso in cui i personaggi non siano vittime di un amore lampo, ci troviamo di fronte a due possibilità: o abbiamo amici di vecchia data che sono innamorati l’uno dell’altro da sempre senza averlo mai confessato oppure abbiamo gente che stava insieme al liceo per poi perdersi di vista per 15 anni, ma per qualche strano motivo si ama ancora. Vogliamo smetterla con questa narrativa della gente che si ama segretamente per anni senza proferire parola? Per me è umanamente impossibile: se entrambi provano lo stesso sentimento, penso che in 15 anni la cosa sarebbe emersa, soprattutto nel corso di qualche sbronza. Allo stesso modo, credo sia impossibile essere ancora innamorati di una persona che non si è vista per anni ed anni: forse si può essere ancora innamorati del ricordo di quella persona o dell’idea che ne abbiamo conservato, ma non puoi  venirmi a dire che sei ancora innamorata di Marco della terza B all’età di 33 anni, perché Marco della terza B in un certo senso non esiste più, essendo diventato Marco Persona Adulta e non più sedicenne enigmatico seduto in fondo alla classe. 

Fonte: assholeswatchingmovies.com
  1. Quando qualcuno eredita qualcosa, tutto avviene con la semplice apposizione di una firma su un pezzo di carta.

Scusate la mia ignoranza, ma che fine ha fatto la tassa di successione e i debiti infiniti che qualche zio stronzo ha deciso di lasciarti assieme al suo cottage in Lapponia?

  1. Gli abitanti del paesello vogliono essere tratteggiati come dei personaggi simpatichelli dal grande cuore, in realtà sono dei frignoni insopportabili.

In due dei film che ho visto, la protagonista ereditava qualcosa da una nonna o una zia. Che si trattasse di Winter Wonderland nella sua interezza o della vecchia locanda, ogni volta la protagonista giunge nel paesello convinta di vendere la baracca, mentre i paesani credono ovviamente il contrario e quando scoprono la dura realtà fanno gli offesi e iniziano con le lamentele e il terrore psicologico perché evidentemente se la tizia venderà bottega, loro finiranno a fare la fame. Salvo poi tirare fuori dalla tasca posteriore dei jeans qualche centinaio di migliaia di dollari per aiutare la protagonista a ricomprare la proprietà dopo averla venduta. Ma non erano sull’orlo dell’elemosina?

Fonte: Hybrid LLC

I film presi in esame hanno quasi tutti la parola Christmas nel titolo, com’è logico che sia, e sono i seguenti: “Midnight at the Magnolia”, “Christmas Made to Order”, “Christmas Wonderland”, “Christmas Land” e “My Christmas Inn”. Buona visione (o anche no).

Ricordando Filosofia

Ci avevo pensato già durante il primo lockdown e ho iniziato a ripensarci anche in questi giorni: voglio tornare a studiare, voglio tornare all’università.

È stata sempre un’idea che ho mantenuto da qualche parte nei retroscena della mia mente, soprattutto perché nel mio vecchio bar lavoravo fianco a fianco con alcuni mocciosetti che frequentavano l’università e mi sono scoperta a desiderare di provare di nuovo quell’emozione nell’apprendere cose nuove.

Durante il primo lockdown avevo inevitabilmente un sacco di tempo tra le mani, il che mi ha fatto pensare più di una volta “Se fossi stata una studentessa adesso, quanto tempo libero avrei avuto per studiare”, un po’ come quando mi hanno tolto la patente per tre mesi, ma ben poco mi sono disperata di questo perché avevo la tesi da scrivere (la storia del mio ritiro della patente è ciccia per un altro post, se a qualcuno interessasse).

La mia voglia di tornare a studiare è aumentata nei tre mesi di reclusione forzata anche grazie alla visione della terza stagione di “The Sinner”, dove snocciolavano Nietzsche e Jung con nonchalance, un po’ come facevo io quando ero una studentella depressa che credeva di aver capito il senso della vita e cioè, come credevo a quei tempi, che senso non c’è (allegria portami via, lo so). 

Se accantoniamo ed ignoriamo l’esperienza tragica di Venezia che alcuni veterani giunti qui dal mio vecchio blog forse ricorderanno, gli anni della triennale sono stati felici, almeno dal punto di vista accademico (sotto altri punti di vista, si è accumulata tanta di quella merda da bastarmi a vita). Per quanto riguarda il mio tentativo di ottenere anche la laurea magistrale, Venezia non funzionò sotto molteplici aspetti, senza contare il bagaglio che mi trascinavo dietro (inconsapevole o meno), colmo di tutti i fattacci successi precedentemente, a cui si sono aggiunti altri fattacci; allo stesso tempo, a volte mi soffermo a pensare che se fossi riuscita ad appassionarmi ai corsi, ai professori e al modo di fare filosofia che si adottava da quelle parti, forse avrei potuto anche laurearmi. I miei voti erano ancora buoni benché conseguiti senza la passione che mi aveva condotta a risultati simili nei tre anni precedenti. Ho ritrovato il mio libretto universitario nel corso del mio ultimo viaggio in Italia e sì, c’è stata quella parte di me che ha pensato “Quanto sei stata stupida, hai mollato tutto quando avevi 2-3 esami da dare e la tesi da scrivere”. Subito dopo mi sono ricordata che la tesi che volevo scrivere (avevo in effetti iniziato) era sul suicidio e benché ciò possa suonare macabro per molte persone (la mia famiglia non è mai venuta a conoscenza del fatto che quello fosse il tema che volevo discutere), non era strano in ambito filosofico, infatti nessuno ha chiamato la neuro quando ne ho parlato con il relatore che avevo scelto, il che mi ha permesso di illudermi ancora un po’ più a lungo che quella fosse una semplice tesi magistrale e non piuttosto una ricerca per decidere se gettarmi dalla finestra davvero o no. È strano scrivere queste cose ora, tratteggiandole anche con un certa ironia, ora che sono diversa dalla persona di quei tempi, benché sempre consapevole che il pericolo è dietro l’angolo, un po’ perché la mia mente è fatta così, un po’ perché ho una nuova e scintillante serie di ansie e paranoie che forse un giorno diventeranno tali da impedirmi di nuovo di vivere la mia vita normalmente com’è successo in passato. Allo stesso tempo mi piace pensare di essere diventata agile a sufficienza da tenere questo circo a bada, cosa che non mi avrebbe neanche sfiorato la mente anni fa.

Parentesi nera a parte, gli anni della triennale sono stati felici: ho ancora questo ricordo vividissimo di me stessa mentre ero a lezione, di quei momenti in cui il tempo sembrava fermarsi e mi sentivo come se fossi uscita dal mio corpo e potessi vedermi da fuori ed ero soddisfatta, in pace, entusiasta di tutto quel blaterare filosofico che sì, forse non ha scopo e non serve a un cavolo nella vita di tutti i giorni come dicevano e ancora dicono in tanti, ma come canta Sheryl Crow “if it makes you happy, it can’t be that bad”.

Voglio sentirmi ancora così, voglio meravigliarmi per il pensiero di un nuovo filosofo appena scoperto, voglio costruire il mio sistema di idee per far combaciare tutte quelle che mi piacciono, ma che sono quasi sempre inevitabilmente contrastanti, voglio vedere quella soddisfazione sul mio volto quando mi guardo da fuori.L’unico problema è che, come forse si è capito, non ho mai voluto frequentare l’università solo per ottenere un pezzo di carta, ma per vivere l’esperienza e no, non sto parlando dei festini a cui, come ci si può aspettare dalla sottoscritta Miss Simpatia e Asocialità, non ho mai partecipato: parlo del frequentare le lezioni, dell’essere lì in presenza. Questo presenterebbe un problema non tanto perché al momento ancora non si capisce come vogliano gestire le lezioni durante la pandemia, ma più in generale, facendo riferimento alla solita realtà, perché con il lavoro che faccio dovrei probabilmente ridurre le mie ore fino a lavorare semplicemente part-time e con la fetta di responsabilità che ho attualmente al lavoro non me lo posso permettere, dovrei rinunciare alla mia attuale posizione e fare un passo indietro, il che sarebbe un peccato. Ma chissà… Quest’anno mi ha insegnato che bisogna trascorrere il tempo che ci è concesso a fare ciò che amiamo. Considerando che amo il mio lavoro, la soluzione non è così semplice, ma è certo che se arrivasse il giorno in cui tornare con il naso sui libri sarà più importante per me che lavorare 50 ore a settimane, non ci penserò due volte a seguire il mio istinto.